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domenica 22 marzo 2015

“POLIPHEMO” : il Taurasi che non t'aspetti



Quando ha chiamato “POLIPHEMO” il principe dei suoi aglianici, sicuramente Luigi Tecce ha pensato all’analogia fra la mole mastodontica del Ciclope omerico e la monumentalità del suo Taurasi.
O forse ha voluto evocare la circostanza che vede Ulisse indurre  il “gigante” a bere fino ad ubriacarsi.
Non saprei. Propendo per la prima ipotesi, ancora soggetto alla malìa di un “campione”,dell’annata 2006,di 15 gradi alcolici.
Proveniente da vitigni che suppongo antichi per l’eleganza e la finezza che il vino sa esprimere già alla prima timida olfazione, ho potuto degustarlo per la generosità dell’amico Sandro Maselli  nella cornice consueta del wine-bar Cairoli di Foggia.
Il racconto è un traboccamento dell’anima….
Un colore rubino saturo e compatto fa presagire notevole fittezza di estratti che puntualmente si ritrovano e conferiscono al “bouquet” un respiro multidimensionale.
Il frutto in confettura è in costante controcanto con un’oscura mineralità derivata da terreni grassi e freddi.
La speziatura è un aroma appena sussurrato.
Al gusto drappeggi glicerinosi che rigano copiosamente la coppa,ammantano lingua e palato in un caldo e virile abbraccio e si coglie un tannino piacevolmente ruvido e già perfettamente integrato.
Che dire:un grande vino!
Fino a quando non ho letto la controetichetta!
Una perentoria didascalia avverte che non ci sono lieviti selezionati, né enzimi, né batteri malolattici, né tannini aggiunti, né disacida, né chiarifica, filtrazione, gomma arabica….
Possibile?Non ho mai bevuto un vino che scaturisse da simili estremi  giungere  in sì felice approdo sensoriale. Mai un vino sostanzialmente biodinamico si era presentato così pulito,turgido,profumato,esente da difetti appezzabili ai miei recettori sensoriali.
La perplessità dura poco.
Sorso dopo sorso,la verità del gusto mi avvince.
L’armonia mi conquista.
La mia esperienza è risibile goccia nel mare delle infinite possibilità enoiche.
Più che idolatrare le proprie convinzioni,bisogna credere a quello che contiene il bicchiere.
Credo in quei produttori che hanno saputo coltivare una propria identità e compiono un percorso che non è solo professionale ma che, per certi versi, muove dallo spirituale e pretende di fornire al mondo una personale declinazione della verità.
Quel che non amo sono gli steccati ideologici.
Come quello che contrappone,anche aspramente,coloro che fanno il vino dicendo di assecondare la natura a quelli che la natura pretenderebbero orientarla con tutti i mezzi.
Ho bevuto vini buonissimi “costruiti” perfetti. Altri, meno riusciti, hanno un che di caricaturale. Come certi vini “naturali” imbevibili.
Se si lasciassero briglie sciolte ai sensi nessuno si sognerebbe di assegnare un’aprioristica  connotazione negativa a qualcosa che si registra gradevole.
Ma prevale l’ideologia.
L’ideologia è quanto di più distante dal bicchiere.
E’ l’attitudine a parlare della realtà senza  osservarla.
E’ l’arido rito della celebrazione della compiutezza della propria cosmogonia.
Non esiste un sapere univoco,una magica ricetta,una sapienza esoterica,un percorso preferenziale che conducono all’immigliorabile vinicolo.
Esistono solo uomini che immaginano e poi realizzano dei sogni e con i loro vini sanno regalare autentiche emozioni.
Con saperi diversi,intuizioni diverse,modalità differenti,illuminazioni e lampi creativi scaturenti da
versanti contrapposti dello spirito.
Altrettanto valide quando sanno produrre l’eccellenza.
L’eccellenza in un vino va scovata.
Il vino si accoglie,giammai si cataloga.
E’ sempre diverso come l’attimo che fugge.
Solo amandolo  esprimerà l’inesprimibile.
Luigi Tecce è sicuramente nel novero di quella risma di produttori vinicoli non convenzionali.
Me lo ha detto il suo “Poliphemo”.
Rosario Tiso

 

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