giovedì 18 luglio 2019

“LAGARDE HA FATTO DEL FMI UNO STRUMENTO PER MANTENERE L’EURO” . Gli asiatici se ne andranno.

"LAGARDE HA FATTO DEL FMI UNO STRUMENTO PER MANTENERE L'EURO" . Gli asiatici se ne andranno.

Dopo la Lagarde francese alle testa del Fondo Monetario Internazionale, Merkel e Macron  vogliono far salire su quella poltrona mondiale l’olandese  Jeroen Dijsselbloem, ex capo dell’Eurogruppo,  un  mediocre economista agrario il cui unico titolo di merito è aver applicato le crudeli austerità alla Grecia secondo i dettami tedeschi.
Ambrose
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Un altro europeo  – scherziamo?,  tuona Ambrose Evans-Pritchard (il miglior giornalista economico disponibile): “Se gli  europei si ostinano a  trattare il Fondo Monetario Internazionale come un feudo ereditario, distruggeranno l’istituzione. Gli asiatici prenderanno le cose nelle loro mani. Creeranno una struttura monetaria parallela, ancorata a un sistema finanziario cinese e estremo-asiatico, con il sostegno di nazioni come quelle di “BRICS” come il Brasile, l’India e il Sudafrica”.
Bisogna ricordare qui che il FMI, creato degli anglo-americani vincitori della  seconda guerra mondiale, è retto con i regolamenti di un condominio: chi ha più quote ha più voti. Ovviamente i millesimi di maggioranza se li sono riservati Usa e Regno Unito. “ Gli europei controllano un terzo dei voti . La Cina ha 6.09pc. L’India ha 2,64 punti percentuali, meno del Benelux. Il Brasile ha 2.2 pc.”.
Quindi i nuovi colossi hanno tutti i motivi per uscirne. Dando più potere ancora a Pechino.
Per Evans Pritchard, è l’occasione per esporre un lucido, tagliente e imperdibile atto d’accusa della gestione europea di questo organismo mondialista:
“Gli europei  hanno  abusato della loro controllo del FMI. Hanno sequestrato il Fondo per salvare l’unione monetaria – nel momento in cui la zona euro non aveva alcun prestatore di ultima istanza – a causa della sua imprudenza e paralisi politica  che vi impera  – e aveva quindi esposto una serie di Stati sovrani alla bancarotta.
I salvataggi dell’Eurozona hanno assorbito l’80% del totale dei prestiti  che il FMI  ha elargito tra il 2011 e il 2014, anche se l’eurozona  disponeva di ampi mezzi per prendersi cura di sé e aveva un rapporto debito / PIL inferiore a quello degli Stati Uniti, del Regno Unito e del Giappone. Grecia, Irlanda e Portogallo sono stati autorizzati a prendere in prestito  fin al 2000% delle loro quote, triplicando il limite normale.  Ciò significa che gli stati africani, poveri,  sono stati in effetti costretti a salvare molti stati più ricchi in Europa.
Quando a trovarsi nei guai sono stati  i paesi dell’Asia e dell’America Latina, “nessuna simile generosità è stata  applicata. Il Fondo ha mal  gestito  la crisi dell’Asia orientale nel 1998, imponendo un regime unico per tutti di un’austera austerità fiscale che andava oltre la dose terapeutica e violava la scienza economica.  Le conseguenze sono tossiche: le potenze emergenti dell’Asia hanno concluso che il FMI era impilato contro di loro, come in effetti lo è”.
Gli asiatici che hanno provato sulla loro pelle le cure del Fmi nel ’98,  hanno fatto ogni sforzo per assicurarsi di non  doversi trovare mai più  alla mercé del Fondo in futuro. “Hanno cumulato  riserve estere su così vasta scala che portarono all  “ingorgo asiatico del risparmio”. Il capitale in eccesso ha frenato i tassi obbligazionari. Questo ha alimentato una ricerca mondiale di rendimento che ha incubato le bolle di attività subprime e Club Med, ed è una delle ragioni principali per cui il sistema finanziario globale rimane  ancor oggi fuori controllo”.
E veniamo al salvataggio della Grecia. Evans Pritchard sibila:
“Il Fondo ha violato  il proprio statuto:  ha prestato ingenti somme a un paese che era già insolvente e aveva invece bisogno di ristrutturare il debito.
“I rappresentanti di India e Brasile, risulta dai verbali (segreti  ma trapelati) delle sedute del consiglio d’amministrazione del FMI,  all’epoca protestarono, dicendo [giustamente] che quello non era un  salvataggio della Grecia, ma il salvataggio delle banche europee e dell’euro come progetto;  cosa che il Fondo non ha nessun mandato a fare. Il suo mandato è salvare degli Stati, non una valuta, né i creditori”.
Tutti i non-europei hanno votato contro questo uso europeista del FMI.  Ma gli Usa hanno gettato il loro peso a favore dell’euro, perché temevano una Lehman 2
“ così, “mentre le banche  e i fondi esteri sono stati in grado di scaricare le loro esposizioni in Grecia  con perdite minime,   sempre più debito è stato  aggravato sulle spalle  nello stato greco in bancarotta. La Grecia deve generare un grosso avanzo primario per i decenni a venire allo  scopo di pagare i creditori: qualcosa di non molto  diverso dalle riparazioni di guerra imposte ai tedeschi a Versailles.
“L’economia ellenica è stata spinta in una violenta spirale al ribasso, culminata in sei anni di depressione, un crollo del PIL del 26% e una disoccupazione giovanile del 60%. Questo è stato controproducente anche  per gli stessi intenti di tale crudele trattamento: i rapporti debito-pil  sono aumentati ancora più velocemente, richiedendo ulteriori “salvataggi”.
Per il suo stesso statuto, “Lo FMI  avrebbe dovuto tenersi fuori da questo  crimine politico. Non è stato così, perché era diventato uno strumento delle élite politiche della zona euro sotto Dominique Strauss-Kahn e Christian Lagarde – entrambi ex ministri delle finanze francesi.
Solo successivamente,  una analisi indipendente ordinata dalla Lagarde (dopo il disastro),  ha puntato il dito sulla “coltura dell’autocompiacimento e  noncuranza” imperante nel Fondo, sul “pensiero unico” (groupthink) che vi domina,  sulle analisi economiche “superficiali e  meccanicistiche”.
Carlo Cottarelli: “Superficiale e meccanicistico” a spese dei greci.
Analisi condotte allora, lo si deve ricordare da Carlo Cottarelli come “competente” del FMI.  “Superficiali e meccaniche”.
Inpiù e peggio, gli investigatori per l’analisi indipendente “non sono stati in grado di identificare le “task forces” create ad hoc,  si sono visti rifiutare documentazione cruciale, non sono riusciti a sapere chi ha gestito allora questo organo potente, che ha una cassa di un trilione di dollari – e il potere di rovesciarle nazioni”.
Insomma la UE ha trasferito la sua opacità ed estralegalità, la sua propria gestione occulta e meccanicisticamente inefficace, nel Fondo Monetario. Lo  ha reso a sua immagine e somiglianza.
Gli investigatori hanno denunciato “che il FMI è diventato il sostenitore ad oltranza dell’euro. Coloro che dall’interno dei pericoli intrinseci di una moneta incompleta,  senza una tesoreria a sostenerla,  erano azzittiti.  Bisognava difendere il progetto “politico” euro.  “ IMF non aveva piani   B per affrontare  una crisi sistemica dell’UEM perché aveva escluso ogni possibilità che potesse accadere. “Si pensava che la possibilità di una crisi della bilancia dei pagamenti in un’unione monetaria fosse quasi inesistente”. Alla radice c’era un fallimento nel cogliere un punto essenziale: una moneta condivisa, priva di un Tesoro  è intrinsecamente  vulnerabile alle crisi del debito. Gli stati che affrontano uno shock non dispongono  più  degli  strumenti sovrani per difendersi.  Quello che era rischio di svalutazione è stato trasformato in rischio di bancarotta – di uno stato”.
E nessuno ha pagato per questi errori che hanno praticamente ucciso la Grecia. “Il Fondo monetario internazionale opera al di fuori di qualsiasi normale catena di responsabilità: esattamente come le istituzioni europee, ovviamente”.

Jeroen Dijsselbloem
Ed ora la Lagarde, che ha presieduto a quel disastro, passa a dirigere la BCE, “continuerà ad operare come il gendarme  per l’attuazione degli obbiettivi politici della zona euro, piuttosto che come banca centrale  normale”. Il   mantenimento ad ogni costo di una moneta sbagliata e non completa, per volontà tedesca.
La signora Lagarde non è un’economista . Lei è un avvocato politico a disposizone dei politici. Ciò significa che la BCE continuerà a operare in una zona grigia sotto il suo controllo come il gendarme per gli obiettivi politici della zona euro piuttosto che come una banca centrale convenzionale.
E come lo farà? Con la brutalità  e gli strumenti di tortura che abbiamo già visto contro la Grecia e l’Italia.
“Minacciano i governi che si comportano male di  distruzione finanziaria. Hanno tagliato il rifinanziamento e minacciato di uccidere il sistema bancario. Creano una crisi di ribaltamento nel mercato obbligazionario “.
“E’  quello che è successo in Italia nel 2011. La BCE ha ordinato cambiamenti radicali nel diritto interno italiano in una lettera segreta. Quando il governo Berlusconi ha esitato, la BCE lo ha costretto ad abbandonare il suo incarico  aumentando e  diminuendo  gli acquisti obbligazionari  da parte della banca centrale (il “gioco dello spread”). Nel 2015 a tagliare i fondi alle banche private greche, per piegare e mettere in ginocchio Siriza.
“Questa   – dice il giornalista – si chiama tirannia della banca centrale, anche se pochi nel firmamento politico europeista se ne allarmano  – il che è a sua volta rivelatore: il progetto giustifica tutti i mezzi. È l’ambiente ideologico della signora Lagarde. La mia ipotesi è che si dimostrerà altrettanto spietata come i suoi predecessori della BCE nell’uso di queste arti oscure”.
E adesso vogliono mettere lo stupido e spietato Jeroen Dijsselbloem  alla testa del Fondo? L’unica ragione di scegliere lui è evidente: che “quando il progetto europeo si troverà di nuovo nelle peste, costui  subordinerà di nuovo il Fondo Monetario alle  esigenze di far sopravvivere il progetto-euro”
“Cosa diranno al resto del mondo e ai suoi possibili candidati  alla poltrona,  l’indiano Raghuram Rajan, o il re dei bond Mohamed El-Erian dall’Egitto, o il Tharman Shanmugaratnam di Singapore, o Hyun Song Shin della Corea? Quanto ci vorrà prima che si cominci a  sentir parlare del Fondo monetario asiatico?”.
Naturalmente eclissando in modo definitivo l’egemonia anglo sul mondo finanziario globale, instaurata nel 1946. I fanatici ideologici dell’euro otterranno anche questo risultato?
E pensare che gli ideologi dell’euro hanno a  disposizione un loro strumento: che però non usano. E’ la BEI,, Banca Europea di Investimento, che ha a disposizione una cassa di 500 miliardi di euro  (più  del doppio della Banca Mondiale) , appunto, per rilanciare gli investimenti di cui la UE della tirchieria ha bisogno estremo: per rimodernare le infrastrutture, per finanziare la ricerca e  sviluppo e vincere l’arretratezza a cui l’hanno condannata “gli europeisti”
Benvenuti “nello  strano mondo della  Banca europea per gli investimenti , un’enorme macchina di leva senza supervisione dei politici europei che ha padroneggiato l’arte di schivare il rischio”,  ironizzava il Financial Times qualche giorno fa.  In  una Eurozona che condanan una intera generazione alla perdita:
Nella zona euro:  Oltre il 30 per cento dei giovani lavoratori sono disoccupati in mercati del lavoro più deboli come l’Italia, la Spagna e la Grecia. La proporzione di lavoratori di età compresa tra 15 e 24 anni che sono disoccupati è di circa il 16%, il doppio di quella della popolazione generale. Ciò significa che circa 2,3 milioni  sotto i 25 anni in tutto il continente sono inoccupati.   E senza speranza di rovare altro che precarietà. 
https://www.ft.com/content/6ca9cfd8-9cc8-11e9-9c06-a4640c9feebb
Banca europea per gli investimenti: il gigante nascosto dell’UE

Il caso di Jeffrey Epstein e la depravazione dell'elite finanziaria americana



Le dimissioni venerdi scorso [12 luglio] di Alexander Acosta, il segretario al lavoro di Donald Trump, sono l’ultimo sviluppo nel sempre più ampio scandalo che circonda il finanziere americano e “manager finanziario dei super-ricchi” Jeffrey Epstein. Il 6 luglio, Epstein era stato arrestato all’aeroporto Teterboro del New Jersey e due giorni dopo incriminato con l’accusa di sfruttamento della prostituzione e cospirazione per sfruttamento di minori a scopo sessuale.
Acosta è stato costretto a lasciare il suo incarico a causa del ruolo avuto, nel 2007, quando era procuratore degli Stati Uniti per la Florida del Sud, nel concordare un patteggiamento con Epstein, che all’epoca si trovava di fronte ad un capo d’accusa che riempiva 53 pagine e alla possibilità di una condanna a 45 anni di carcere federale per le accuse di sfruttamento della prostituzione che coinvolgevano decine di ragazze minorenni. Nel novembre del 2018 le autorità federali avevano accusato Epstein, secondo il Miami Herald, di “aver organizzato, con l’aiuto di giovani reclutatrici, una grande rete, simile ad un culto, di ragazze minorenni, per costringerle a compiere atti sessuali dietro le mura della sua sfarzosa villa sul lungomare, spesso anche tre volte al giorno.
L’eccentrico gestore di hedge fund“, faceva osservare l‘Herald, “i cui amici includevano l’ex presidente Bill Clinton, Donald Trump e il Principe Andrea, come dimostrano le relazioni giudiziarie e quelle dell’FBI, era anche sospettato di aver sfruttato ragazze minorenni, spesso d’oltreoceano, per feste a sfondo sessuale nelle sue diverse case a Manhattan, nel New Messico e nei Caraibi.
L’accordo, a cui Acosta aveva dato il benestare, prevedeva che Epstein si dichiarasse colpevole, di fronte al tribunale dello stato, per solo due dei capi di imputazione riguardanti la prostituzione. Il patteggiamento includeva la concessione al multi-milionario, insieme a diversi coimputati di cui si facevano i nomi e ad ogni altro “potenziale coimputato” anonimo, l’immunità da tutte le accuse federali. Il patteggiamento, definito un “accordo di mancata prosecuzione,” dall’Herald, “aveva, in pratica, interrotto l’indagine dell’FBI ancora in corso volta a stabilire se ci fossero altre vittime e altri personaggi influenti che avevano partecipato ai reati sessuali di Epstein.”
Inoltre, nonostante una legge federale vieti una simile azione, Acosta aveva accettato che le informazioni sull’accordo fossero tenute nascoste alle presunte vittime. Di conseguenza, l’accordo era stato siglato “solo dopo essere stato approvato dal giudice, evitando così ogni possibilità che le ragazze, o chiunque altro, potessero presentarsi in tribunale e cercare di invalidarlo.”
Epstein era stato condannato a 18 mesi di carcere. Invece di scontare la pena in una prigione di stato, era stato ospitato in un’ala privata del carcere della contea di Palm Beach, da cui poteva uscire, di nuovo contro i regolamenti, per lavorare nel suo ufficio fino a 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana. Al suo rilascio dopo 13 mesi, era tornato alle sue operazioni finanziarie senza battere ciglio.
Sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che Epstein sia colpevole di gravi crimini. Questo non è un caso di “eccessiva sensibilità” da parte di presunte vittime o un caso che tratti di situazioni sessualmente ambigue o confuse, e assolutamente non una caccia alle streghe del tipo #MeToo per carriera, vendetta o altri motivi.
A detta di tutti, Epstein, per soddisfare i bisogni sessuali o psicologici suoi e di altri, aveva deliberatamente iniziato a sfruttare i poveri e gli indifesi. Courtney Wild, che aveva 14 anni quando aveva incontrato Epstein, ha riferito al Miami Herald, “Jeffrey ha approfittato di ragazze che erano in cattive condizioni, ragazze che erano praticamente senza casa. E’ andato alla ricerca di ragazze che pensava nessuno avrebbe ascoltato, e in questo aveva ragione.”
Il quotidiano aggiunge: “La maggior parte delle ragazze proveniva da famiglie disagiate, case monoparentali o da affidamenti. Alcune avevano avuto problemi che le rendevano più grandi della loro età: genitori e amici che si erano suicidati, madri abusate da mariti e fidanzati, padri che le avevano molestate e picchiate. Una ragazza aveva visto il patrigno strangolare il suo fratellastro di 8 anni,” secondo i resoconti del tribunale ottenuti dall’Herald …”Eravamo bambine stupide e povere,” aveva riferito una donna, che non aveva voluto essere nominata perché non aveva mai raccontato a nessuno di Epstein. All’epoca aveva 14 anni ed era una matricola della scuola superiore. “Volevamo solo soldi per i vestiti della scuola, per le scarpe. Ricordo di aver indossato scarpe troppo strette per tre anni di seguito. Non avevamo famiglia e nessuna guida, e ci era stato detto che dovevamo solo stare sedute in una stanza in topless e lui ci avrebbe solo guardato. Sembrava così semplice, e sarebbero stati soldi facili, solo per stare sedute lì.'”
Epstein, nonostante la gravità dei suoi crimini, era stato protetto per anni dai suoi influenti amici e aveva mantenuto le sue connessioni con i ricchi e i potenti.
L’ascesa di Epstein la dice lunga sulla società americana, in particolare quella degli ultimi quarant’anni, e ciò che ne viene fuori equivale ad un’accusa orribile e violenta. Un adulatorio articolo del 2002 (“Jeffrey Epstein: International Moneyman of Mystery” [Jeffrey Epstein: il finanziere internazionale del mistero]) sulla rivista New York, una pubblicazione dedicata all’adorazione della ricchezza e delle celebrità, aveva fornito un raffigurazione di come Epstein, proveniente da un background relativamente umile di Brooklyn, si fosse fatto strada nell’élite americana.
Mentre insegnava fisica e matematica nelle scuole superiori di Manhattan, Epstein aveva attirato l’attenzione di Abe Greenberg, un partner senior della banca d’investimento Bear Stearns. Greenberg, aveva scritto New York, “ha da tempo chiarito che sono i ragazzi affamati e brillanti senza però lauree sofisticate, quelli che preferisce alla Bear. Hanno anche un acronimo: PSD, poveri, intelligenti e con un forte desiderio di diventare ricchi [poor, smart, and a deep desire to be rich]. Era una descrizione che si adattava perfettamente ad Epstein. Era un ragazzo di Brooklyn con un motore nel cervello e, anche se gli piaceva l’insegnamento, questa visione ravvicinata della dolce vita dei suoi studenti dell’Upper East Side gli aveva dato il gusto per le grandi cose.
Epstein aveva iniziato alla Bear Stearns come assistente di un floor trader all’American Stock Exchange. Aveva poi rapidamente trovato, con oscure operazioni finanziarie, la sua redditizia nicchia nel mondo di Wall Street. “All’epoca, il trading di opzioni era un campo arcano e scarsamente compreso, che stava appena iniziando a decollare,” aveva spiegato New York. Epstein possedeva le capacità matematiche per padroneggiare il campo. “Nel giro di pochi anni si era formato una propria scuderia di clienti.
Nel 1982 aveva fondato una sua azienda, la J. Epstein & Co. “La filosofia della società era semplice: Epstein avrebbe gestito le fortune individuali e familiari dei clienti da 1 miliardo di dollari in su … Avrebbe avuto il controllo totale di questo miliardo di dollari, addebitato una tariffa fissa e assunto la procura per poter fare ciò che riteneva necessario per far avanzare il procedimento finanziario del cliente. Ed è rimasto fedele alla quota di iscrizione di 1 miliardo di dollari. Secondo le persone che lo conoscono, se tu avessi un capitale di 700 milioni di dollari e sentissi il bisogno dei servizi della Epstein e Co., riceveresti un non così-gentile no-grazie da parte di Epstein.”
Nel 2002, New York aveva parlato delle ricchezze di Epstein e del suo opulento stile di vita: “L’attuale residenza di Epstein a Manhattan: un palazzo di otto piani di quasi 14.000 metri quadrati sulla East 71st Street … Esistono anche altre case, inclusa una enorme villa a Palm Beach ed un castello di più di 15.000 metri quadrati costruito su misura a Santa Fe. Si dice che sia la più grande casa dello stato, quest’ultima si trova in cima a una collina, in un ranch di 6.000 ettari.”
La rivista includeva anche la testimonianza di un futuro presidente degli Stati Uniti e quella di un ex presidente. Donald Trump e Bill Clinton, nei loro commenti, erano rimasti fedeli alla loro vera indole. Trump si era vantato: “Conosco Jeff da 15 anni. Ragazzo fantastico … È molto divertente stare con lui. Si dice persino che gli piacciano le belle donne, proprio come a me, e molte di loro sono giovanissime. Senza dubbio, Jeffrey si gode la sua vita sociale.” Alla luce delle affermazioni e delle accuse che sarebbero sopraggiunte, le sinistre implicazioni delle osservazioni di Trump sono evidenti.
Bill Clinton, attraverso un portavoce, aveva offerto a New York questo tributo pomposo e sospetto: “Jeffrey è, allo stesso tempo, un finanziere di grande successo e un filantropo impegnato, con uno spiccato senso dei mercati globali ed un’approfondita conoscenza della scienza del XXI secolo … In particolare ho apprezzato le sue intuizioni e la sua generosità durante un recente viaggio in Africa per lavorare sul processo democratico, dare più potere alla povera gente, servire la cittadinanza e lottare contro l’HIV/AIDS.
Epstein potrebbe anche essere stato predisposto a certe forme di comportamento antisociale, ma è lecito ritenere che “l’esuberanza irrazionale” del boom di Wall Street, con il suo conseguente egoismo incontrollato, l’avidità e la gretta indifferenza verso gli altri esseri umani, sia stata amplificata e abbia “perfezionato” le sue inclinazioni. Il sudiciume e la corruzione dei circoli finanziari e politici, la loro convinzione di poter fare qualsiasi cosa a chiunque e sfuggire alla legge, hanno senza dubbio influenzato la sua visione e la sua psiche.
Questo era, dopotutto, l’universo morale in cui i trader della Enron Elettricità nel 2001, come in seguito avrebbero rivelato le trascrizioni delle conversazioni registrate, ridevano di tutti i soldi che “rubavano a quelle povere nonne in California” e che “quando un incendio boschivo interrompeva qualche importante linea di trasmissione in California, riducendo le forniture e facendo lievitare i prezzi … celebravano, cantando ‘brucia, piccola, brucia.’”
La forza funziona“, aveva gongolato il Wall Street Journal dopo la Prima Guerra del Golfo, che aveva avuto lo scopo di rubare le riserve di petrolio e di energia del Medio Oriente.
Queste erano le condizioni e l’atmosfera che avevano favorito la nascita della catena di montaggio di abusi sessuali e degenerazioni di Epstein e che, in seguito, l’avevano protetta.
Il finanziere contava tra i suoi amici molte figure di spicco, proprio per le sue capacità di garantire a molti di loro guadagni enormi. Per quale motivo Epstein abbia voluto immischiare alcune delle sue importanti conoscenze nelle sue attività sessuali (forse per poter avere maggiore influenza su di loro) non si sa, ma i guadagni illeciti e la sola “amicizia” non possono spiegare l’enorme protezione che alcuni personaggi di alto livello garantivano ad Epstein .
Ed era un affare bipartisan. Prima delle dimissioni di Acosta di venerdì, i Democratici del Congresso avevano fatto da difensori delle presunte vittime di Epstein e avevano chiesto le dimissioni del segreterio al lavoro. Ma Epstein aveva stretti legami con Clinton e con il professore di legge ad Harvard, Alan Dershowitz, un Democratico, ed era stato un generoso contributore sopratutto dei candidati del Partito Democratico, inclusi John Kerry, Hillary Clinton, Charles Schumer, Richard Gephardt e Joseph Lieberman.
Ironia della sorte, uno dei membri dell’agguerrito team legale di Epstein nel 2006, oltre a Dershowitz, era Kenneth Starr, l’ex procuratore speciale del caso Whitewater, che in seguito aveva indagato sulla relazione sessuale di Clinton con Monica Lewinsky e che aveva presentato un rapporto minuzioso e dettagliato al Congresso, rapporto che aveva poi portato al voto di impeachment da parte della Camera, nel dicembre 1998.
In una dichiarazione, il senatore Lamar Alexander, Repubblicano del Tennessee, ha affermato che l’accordo di Acosta con Epstein era stato riesaminato quando Trump lo aveva nominato segretario al lavoro. L’accordo “era stato un decisione della pubblica accusa ed era stato concordato dal segretario Acosta e vagliato dal nostro comitato,” ha affermato Alexander nella sua dichiarazione. Ha aggiunto, in modo esplicito, “Il Dipartimento di Giustizia sotto gli ultimi tre presidenti, Trump, Obama e Bush, ha sempre difeso la sua gestione del caso.”
Le implicazioni sociali e politiche del caso Epstein stanno rendendo nervose alcune persone. Il New York Times di giovedì era uscito con un editoriale in cui sconsigliava di tramutare l’episodio un caso politico. Prima delle dimissioni di Acosta, il giornale aveva criticato i deputati Democratici per “aver fatto valere la loro autorità di supervisione,” che aveva descritto come un “errore.”
Il Times aveva così continuato: “Che il Congresso si occupi di questo caso è comunque un pessimo utilizzo del tempo e delle risorse limitate dei legislatori. Ed è anche pericoloso perchè, nel bel mezzo della guerra dell’amministrazione Trump contro la supervisione del Congresso in generale, queste audizioni comportano il grosso rischio di trasformare il caso Epstein in una battaglia partigiana e il signor Acosta in un martire politico, attorno a cui il presidente e i suoi seguaci si sentono costretti a far quadrato.”
Un punto di vista peculiare e, preso alla lettera, assolutamente codardo. “Alcuni crimini è meglio tenerli fuori il più possibile dalla politica partigiana,” afferma ilTimes. Questo detto da un giornale che aveva pubblicato i più sordidi resoconti delle avventure sessuali di Trump durante la campagna presidenziale del 2016, come tema centrale nel suo sostegno all’elezione Hillary Clinton, e che aveva dato legittimità e guidato la caccia alle streghe di #MeToo come promozione delle politiche identitarie del Partito Democratico.
Il Times è chiaramente preoccupato che qualcuno possa guardare in profondità nell’affare Epstein e trarne conclusioni politiche.
Michelle Goldberg del Times sostiene che “il caso Epstein è un richiamo all’ambiente depravato da cui proviene il nostro presidente” e che “l’amministrazione Caligola è viva e vegeta,” dimenticando che il finanziere caduto in disgrazia è un democratico e che Bill Clinton, secondo i registri di volo ottenuti da Fox News, “ha fatto almeno 26 viaggi a bordo del Boeing 727 di Epstein, soprannominato “Lolita Express,” dal 2001 al 2003.”
Helaine Olen sul Washington Post ne fa un caso ancora più forte, sostenendo che lo scandalo Epstein ci dice qualcosa di molto importante su “come potrebbe terminare la nostra attuale era degli eccessi di ricchezza.” Scrive che l’affare “verrà visto negli anni futuri come uno dei tipici eventi che avevano contribuito a far terminare la nostra epoca degli eccessi” e che la gente lo studierà negli anni a venire, proprio come ora si studia il modo di vivere di Maria Antonietta e di Rasputin, alla vigilia della Rivoluzione Francese e di quella russa .
La nostra è un’epoca di crimini sempre più diffusi e mai puniti per chi è ricco e colluso,” scrive. “Lo scandalo Epstein scava buchi nei miti fondamentali del nostro tempo, rivelandoli per quello che sono, vuoti e disgustosi sonniferi usati per giustificare oscene ricchezze, potere e privilegi.”
Parole forti, alle cui implicazioni la Olen non ha indubbiamente pensato. Il problema non è tanto la pena individuale nei confronti Epstein, anche se merita una punizione, nel caso venisse riconosciuto colpevole, quanto l’organizzazione di azioni politiche di massa da parte della classe lavoratrice per farla finita con l’intero, marcio, ordine sociale.
David Walsh
Fonte: wsws.org
Link:https://www.wsws.org/en/articles/2019/07/13/epst-j13.html
13.07.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

PERSONE COME URSULA VON DER LEYEN VOGLIONO METTERE IN GINOCCHIO GLI STATI - Valerio Malvezzi


Quando ci fu la crisi economica della #Grecia nel 2011, #UrsulaVonderLeyen propose che si prendessero in garanzia le riserve auree e le società nazionali dei paesi europei ad alto debito, i PIIGS (Portugal, Italia, Ireland, Greece, Spain). Figure come Ursula Von der Leyen dimostrano, quindi, di non avere cultura di Stato, ma di avere una cultura privatistica. In sostanza, ragionano come una banca che dà un finanziamento a un impresa e si prende in garanzia il bene fisico. Se non paghi, ti portano via la garanzia. Il loro obiettivo è quello di mettere in ginocchio i paesi che, all'interno dell'#Ue, non rispettano le loro regole. #MalvezziQuotidiani, l’appuntamento con l’economista Valerio Malvezzi per comprendere i meccanismi dell’ #EconomiaUmanistica.

fonte Radio Radio TV

venerdì 12 luglio 2019

Nasce il Psai: basta rigore, la rivoluzione che serve all’Italia


La Commissione Europea? Va abolita. E allora chi governa l’Europa? Un esecutivo finalmente normale, votato dal Parlamento Europeo, democraticamente eletto. E la Bce? Deve cambiare il suo mandato: dovrà creare lavoro, sotto la direzione della politica, e non badare più soltanto alla stabilità dei prezzi per contenere l’inflazione. E il pareggio di bilancio imposto da Monti? Va eliminato subito dalla Costituzione italiana. Di più: bisogna raggiungere la piena occupazione, grazie a un’agenzia speciale per il lavoro, in ogni caso limitato a 35 ore settimanali e remunerato con salari dignitosi. E ancora: ci spetta un reddito universale (per tutti, anche per chi un lavoro ce l’ha già). Cos’è, uno scherzo? No: è la bozza programmatica del Psai, cioè il “Partito che serve all’Italia”. L’aggettivo “rivoluzionario” suona persino eufemistico. Siamo di fronte all’eresia pura, all’utopia. Letteralmente: non esiste, oggi, un posto così. Sarebbe un paradiso. E noi siamo ormai abituati all’inferno ordinario nel quale siamo stati sprofondati poco alla volta, a colpi di austerity e neoliberismo selvaggio spacciato per legge divina (“ce lo chiede l’Europa”, quella del “pilota automatico” che privilegia i soliti super-poteri finanziari, che usano i burattini dell’Ue per trasformare in legge il loro business privato).
Cos’è, allora, questa specie di Rivoluzione della Felicità? Un diversivo letterario? Ma no, dicono i fautori del Psai: si può fare. “The impossible, made possible”. Parola di Nino Galloni, uno dei cervelli dell’esperimento. Cos’è mancato, finora? Una sola Nino Galloniqualità, fondamentale: il coraggio politico. Ecco perché nasce, il Psai. Riassunto delle puntate precedenti: fino all’altro ieri (Berlusconi & Prodi, poi Monti e il pallido Letta, quindi l’illusione Renzi e l’avatar Gentiloni) sarebbe stato “lunare” mettere in discussione il predominio della finanzaspeculativa, mascherato dietro l’oligarchia Ue. Almeno a parole, le ostilità le hanno aperte un anno fa i gialloverdi, i 5 Stelle e soprattutto la Lega. Poi però il governo Conte – frenato da Mattarella, Bankitalia e tutto l’eterno establishment italiano telecomandato dall’estero – ha ridotto l’esecutivo alla caricatura di se stesso, almeno stando alle promesse della vigilia. In mano a Di Maio (e Tria), lo sbandierato “reddito di cittadinanza” è diventato una barzelletta, mentre Salvini si costringe ad alzare la voce contro la “capitana” di turno, nella speranza di far dimenticare la pietosa figura rimediata a Bruxelles: prima il “niet” all’espansione del deficit al 2,4%, poi la minaccia della procedura d’infrazione per far ingoiare all’Italia la sua ennesima esclusione dal bunker-Europa, presidiato da Merkel e Macron e ora affidato alle due maschere di turno del Trattato di Aquisgrana, la francese Christine Lagarde e la tedesca Ursula Von del Leyen.
Passi avanti, da parte dell’Italia? Uno: la consapevolezza, ormai acquisita, che questa Unione Europea – fatta così – è un clamoroso imbroglio. Non si spiega altrimenti, alle elezioni e nei sondaggi, il successo della Lega: un voto sulla fiducia, nella speranza che un giorno possa fare davvero qualcosa, per il paese, l’unico partito che ha avuto il fegato di spedire in Parlamento Bagnai e Borghi, e a Strasburgo Antonio Maria Rinaldi. In altre parole: s’è capito che è ora di sfrattare Friedman, von Hajek e gli altri cantori del totalitarismo neoliberista, recuperando la lezione di Keynes. O lo Stato torna a investire a deficit, o dell’Italia – senza soldi – non resterà più nulla. Parola d’ordine: inversione radicale della rotta, cestinando quarant’anni di falsi dogmi – il peggiore, la famosa “austerity  espansiva” coniata a Harvard (più tagli, più cresci), ha fatto ridere il mondo: i conti di Kenneth Rogoff, sommo sacerdote del rigore, erano vergognosamente errati, sbagliatissimi. E’ vero il contrario: più spendi, più cresci. Si chiama: moltiplicatore della spesa pubblica. Se spendi 100 in termini di deficit strategico, puoi arrivare a Rinaldi e Salviniprodurre anche 300, in termini di Pil. Lo sanno tutti, da Draghi alla Commissione Ue, ma fingono di non saperlo. E obbligano l’Italia a restare in una situazione tragica di “avanzo primario”, ovvero: da decenni, lo Stato incassa (con le tasse) più di quanto spenda per i cittadini. Il che equivale al suicidio, a rate, dell’economia nazionale.
Lo sa anche Salvini, naturalmente, così come Borghi, Bagnai e Rinaldi. Il problema? Finora la Lega ha abbaiato, ma senza mordere. Attenuanti? Svariate: appena i leghisti si muovono, qualche magistrato li blocca. E Armando Siri, l’ideologo della Flat Tax, è stato rottamato per via giudiziaria (pur essendo solo indagato) col benservito dei 5 Stelle, ormai nel panico per aver disatteso qualsiasi promessa elettorale. E dunque, che fare? Elementare: un nuovo partito. Un altro? Ebbene sì, ma diverso: generato dal basso, da gruppi e associazioni. Il primo e unico partito capace di sviluppare una piattaforma democratica di tipo rivoluzionario, in grado di rovesciare – in modo strutturale – tutte le premesse (bugiarde) su cui si fonda il rigore europeo. Galloni, coraggioso economista post-keynesiano, è fra i sostenitori dell’operazione. Era consulente del governo quando l’Italia tentava di limitare i danni dell’imminente Trattato di Maastricht, prima che Mani Pulite spazzasse via Craxi e Andreotti. Il cancelliere Kohl arrivò a reclamarne l’allontanamento. Che c’entrava, la Germania? Aveva preteso lo scalpo industriale dell’Italia, sua maggiore concorrente, in cambio della rinuncia al marco, richiesta dalla Francia come viatico per il via libera di Parigi alla riunificazione tedesca. Da allora, l’inevitabile: crisi su crisi. Ma ora basta, dice Galloni, insieme agli altri promotori del Psai (assemblea costituente a Roma il 14 luglio: data non casuale, anniversario della Rivoluzione Francese).
E la virtuale rivoluzione del “Partito che serve all’Italia”? Altrettanto eversiva: si tratta di abbattere il novello Ancien Régime fondato a Bruxelles, che ha instaurato l’attuale “nuovo feudalesimo”, col risultato di deprimere più di mezza Europa, Grecia e Italia in testa. Il traguardo numero uno dei nuovi aspiranti rivoluzionari? Ovvio: abbattere l’austerity europea per salvare l’Italia dalla crisi (e ridare dignità all’Europa, su base finalmente democratica). Centrali i temi economici. Prima bomba: creare una banca interamente pubblica, per introdurre «una moneta parallela sovrana e non a debito, non convertibile fino al 3% del Pil, con l’obiettivo di rilanciare l’economia senza generare debito». Proprio grazie alla leva monetaria, sostiene il Psai, potrà agire in modo incisivo «un Alto Istituto per la Piena Occupazione, incaricato di dare lavoro ai disoccupati». Altra bomba: se fosse al governo, il Psai introdurrebbe un “reddito universale”, destinato a tutti, da adattare annualmente in base all’andamento dell’economia. Reddito vero, «da aggiungersi al normale salario già percepito». Altro che il reddito-burletta elemosinato da Di Maio. Premessa imprescindibile : «Eliminare il pareggio di bilancio dalla Costituzione». E poi, creare un’agenzia di rating Ursula Von der Leyen e Christine Lagardeindipendente da Wall Street, «che renda noti e credibili i criteri di giudizio riguardo gli asset patrimoniali e il debito pubblico e privato», sottraendo l’Italia alle consuete pressioni da parte della grande speculazione.
L’affondo, rispetto al mondo finanziario, è frontale: «Vogliamo riformare il sistema bancario e introdurre in Italia una legge simile al Glass-Steagall Act», si annuncia nella bozza programmatica del Psai. Obiettivo: «Separare l’attività delle banche commerciali e quella delle banche d’affari», mettendo al sicuro i risparmi degli italiani e il credito destinato alle aziende. Fu Roosevelt a imporre il Glass-Steagall Act, per salvare l’America dalla Grande Depressione innescata dalle bolle finanziarie. E fu Bill Clinton ad abolirlo, dopo mezzo secolo (e lo scandalo Lewinsky), per la gioia di Wall Street. Non ha nessuna timidezza, il nascente “Partito che serve all’Italia”, neppure di fronte ai maggiori simboli del potere economico mondiale: vorrebbe «obbligare le multinazionali a replicare a livello nazionale le strutture organizzative globali», per mettere fine alla piaga dello sfruttamento, dei licenziamenti facili e delle delocalizzazioni. Programma folle? Certo, in giro non s’era mai sentito niente di simile: roba da far cadere dalla sedia qualsiasi conduttore televisivo. Il piglio, “garibaldino”, ricorda epoche lontane come gli anni ruggenti, sfrontati e coraggiosi dell’Italia di Enrico Mattei, che infatti poi riuscì a stupire il mondo.
Eppure, ragionano i promotori del Psai, non c’è altro da fare: cambia tutto, se l’Italia trova finalmente la forza di rigettare l’austerity, recuperando sovranità e capacità di spesa. Ridiventa un mercato appetibile per gli investimenti produttivi, ma soprattutto rianima la domanda interna, l’occupazione, i consumi. In altre parole: riaccende il futuro. Si può fare, dunque? La risposta è sì, per la nuova formazione politica. Il motore? La moneta parallela: basta a garantire lavoro e investimenti, restituendo agli italiani i loro diritti. Per esempio: età pensionabile non superiore ai 65 anni, orario lavorativo di sole 35 ore settimanali, salario minimo garantito e drastica riduzione delle tasse, anche per i pensionati. L’Iva? Ridotta al minimo per i beni essenziali. Già, ma l’Europa? Ecco, appunto: il Psai propone «un radicale ripensamento dell’attuale Disunione Europea». Come? Restituendo sovranità ai popoli: «Occorre attribuire al Parlamento Europeo il potere legislativo, abolendo la Commissione Ue». Il Psai parla anche di «elezione diretta del presidente del Consiglio Europeo, per renderlo indipendente dall’influenza di Monti, Draghi e Junckersingoli paesi, o gruppi di paesi». Non è tutto: oltre a eleggere un nuovo governo europeo, finalmente sovrano e legittimato dal voto, il Parlamento di Strasburgo dovrebbe ottenere «la competenza sulle politiche monetarie», attualmente appannaggio della Bce.
La stessa banca centrale – almeno, nel libro dei sogni che il Psai sembra prendere molto sul serio – dovrebbe essere sottoposta a una revisione completa del suo mandato: la Bce «va legata al poterepolitico, cambiando la sua “mission”: dovrà preoccuparsi di creare piena occupazione». Quanto all’euro, la valuta comune «è da convertire in una moneta contabilmente trasparente, sovrana e in grado di rilanciare l’economia senza generare debito». In altre parole, il Psai chiede di ridiscutere integralmente i trattati europei, ritenendoli «lesivi del diritto di autodeterminazione dei popoli e della dignità della persona umana». Insomma, robetta da niente. Illusioni? Miraggi? Non per i promotori del “Partito che serve all’Italia”, la cui scommessa è palese: creare la prima piattaforma rivoluzionaria che si sia mai vista, dalla nascita dell’Unione Europea, per tentare di dire finalmente le cose come stanno, proponendo inoltre soluzioni pratiche per uscire dal tunnel. Una road map, destinata al giudizio degli elettori. Di più: un nuovo alfabeto, per demifisticare l’economicismo disonesto che ha oscurato la politica, riducendola al piccolo derby tra avversari apparenti, destinati – comunque si voti – a eseguire gli ordini dell’eterno “pilota automatico”, in realtà manovrato dall’oligarchia del denaro che sta impoverendo l’intero continente.

Russiagate: tutto inventato per fermare Salvini e indirizzare il popolo italiano?

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Russiagate, c’è puzza di regia internazionale – di Ruben Razzante – tratto da La nuova bussola quotidiana
Esplode il Russiagate. Ma ci sono troppe cose che non convincono dello scoop di Buzzfeed. Potrebbe esserci una regia internazionale per incidere e orientare gli equilibri politici del nostro Paese.
E l’ascesa di Salvini in questa fase potrebbe scombinare i piani di quanti vogliono mettere le mani su aziende italiane decotte e interessi nazionali di vario tipo.
All’epoca della guerra fredda fiumi di denaro russo transitavano verso il Partito comunista italiano per sostenere la battaglia “rossa” contro il Patto Atlantico.
Il pericolo sovietico era reale e l’alleanza occidentale ha assicurato al nostro Paese la ricostruzione morale e materiale post-bellica, impedendo la deriva comunista sul piano della gestione del potere.
Tuttavia, il sostegno economico di Mosca a tutti i Partiti comunisti, anche quello italiano, era reale e concreto.
La logica dei blocchi ha ideologizzato per decenni la dialettica politica impedendo all’Italia di crescere come democrazia liberale.
E il ritardo culturale e istituzionale da questo punto di vista lo stiamo pagando ancora oggi.

La Russia di oggi

Fino a trent’anni fa l’Unione sovietica ha minacciato l’Occidente, ha rappresentato un rischio concreto per le libertà democratiche.
Oggi la Russia è un Paese post-comunista, si è aperto al pensiero liberale, anche in campo economico, e ha fatto enormi progressi sulla strada della democratizzazione.
Per questa ragione, intrattenere relazioni con la Russia è anche per l’Italia un’opportunità e non più una tentazione demoniaca.
Ecco perché bisogna leggere senza le lenti deformanti dell’ideologia (in questo caso anti-leghista) le ultime polemiche scoppiate a seguito delle rivelazioni riguardanti presunti finanziamenti illeciti al Carroccio provenienti da ambienti russi.
La notizia è frutto di alcune inchieste giornalistiche, sia negli Stati Uniti sia in Italia. La Procura di Milano ha aperto un fascicolo sui fondi russi.
L’ipotesi di reato, formulata dal Procuratore Aggiunto Fabio De Pasquale e dai pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro, sarebbe corruzione internazionale. Alcune persone sono già state sentite in Procura.
L’indagine nasce da alcuni articoli e in particolare dall’audio pubblicato sul sito americano BuzzFeed, con la voce di Gianluca Savoini, leghista presidente dell’Associazione Lombardia-Russia, che il 18 ottobre dell’anno scorso a Mosca avrebbe trattato con alcuni russi per far arrivare fino a 65 milioni di dollari alla Lega nell’ambito di affari legati al petrolio.
L’intesa si legherebbe a strategie sovraniste anti-Ue e ad affari in ambito petrolifero. Secondo il sito americano BuzzFeed, che non spiega come ha avuto l’audio e da chi sia stato registrato, Savoini parlava di un presunto affare e di una percentuale del 4% su una grossa fornitura di petrolio da una grande compagnia russa all’Eni, per stornare fondi, quel 4%, per finanziare la Lega.

Russiagate: la smentita dell’Eni

L’oggetto dell’accordo sarebbe stato l’importazione di petrolio russo in Italia, con un meccanismo che avrebbe coinvolto anche l’Eni e fatto affluire 65 milioni nelle casse della Lega.
L’Eni ha però smentito qualsiasi ruolo nella vicenda. Immediata la reazione di Matteo Salvini: «Già querelato in passato, lo farò anche oggi, domani e dopodomani: mai preso un rublo, un euro, un dollaro o un litro di vodka di finanziamento dalla Russia».
Ma ci sono troppe cose che non convincono dello scoop di Buzzfeed. Anzitutto il momento in cui arriva.
Nell’ultimo mese il vicepremier leghista, peraltro in crescita costante nei sondaggi, è stato negli Usa per una visita di accreditamento/avvicinamento e ha strizzato l’occhio al segretario di Stato Usa, Pompeo.
Nei giorni scorsi, il Presidente russo, Vladimir Putin è stato in Italia. Due visite importanti che hanno comunque significato molto sul piano degli equilibri diplomatici internazionali, soprattutto per quanto riguarda i risvolti economici, commerciali e militari nei rapporti tra Italia e Usa e tra Italia e Russia.
Stupisce la vaghezza con la quale in questa inchiesta si parla di soldi che la Russia avrebbe dato a Salvini, senza minimamente interrogarsi su dove siano finiti.
E il ruolo dell’Eni, che peraltro ha subito negato ogni suo coinvolgimento? Questo “Russiagate” proprio non sta in piedi.
BuzzFeed scrive che «la registrazione segreta mostra come la Russia di Putin cercava di dare milioni al Trump italiano». Sembra tutto davvero inverosimile e poco credibile.

Una regia internazionale

Un colpo basso a Salvini da parte di alcuni poteri per la sua eccessiva esuberanza e spavalderia sul proscenio internazionale?
Una minaccia al leader leghista affinché non rovesci il banco del governo per andare all’incasso elettorale attraverso un voto anticipato e la conquista di Palazzo Chigi in alleanza con la sovranista Giorgia Meloni?
Un avvertimento affinché rimanga con i 5 Stelle e risparmi all’alleato grillino un altro disastro elettorale? Tutte semplici congetture, che però non sembrano prive di fondamento.
Tanto più che ora con le divisioni nel Csm la magistratura italiana presenta un’immagine ancora più appannata e quindi una sua eventuale offensiva anti-leghista potrebbe rivelarsi un boomerang.
Questa inchiesta ha un respiro internazionale e sembra sfuggire a quelle ricostruzioni dietrologiche, che invece sono tutt’altro che oziose.
Potrebbe esserci una regia internazionale per incidere sugli equilibri politici del nostro Paese e per orientarli in una certa direzione.
E l’ascesa di Salvini in questa fase potrebbe scombinare i piani di quanti vogliono mettere le mani su aziende italiane decotte e interessi nazionali di vario tipo.
Tutti moventi che possono spiegare molte cose e alimentare tanti dubbi sull’attendibilità di queste accuse rivolte al Carroccio. Fonte: La nuova bussola quotidiana