martedì 17 gennaio 2017

2017: l’anno della fine dell’Euro?

Euro






I dati di dicembre sull’inflazione nell’Eurozona indicano che si sono materializzati due mali in una forma che dimostra il fallimento della politica della BCE e segna la possibile fine di quest’ultima.
Infatti, dopo anni di stagnazione, l’inflazione nei Paesi dell’Euro è salita all’1,1%. Si tratta di una media tra due estremi: mentre la Germania all’1,7% si avvicina all’obiettivo della BCE, l’Italia con lo 0.4% e un tasso annuale di -0.1% è ufficialmente in deflazione.
Se i dati dell’Eurozona continueranno a salire, la BCE potrà difficilmente proseguire la sua politica di espansione monetaria, il cui obiettivo era raggiungere il 2% di inflazione o “close to”, come la stessa BCE non si stanca di ripetere. Il capo dell’Istituto IFO di Monaco di Baviera, Clemens Fuest, riflette il punto di vista di molti in Germania, inclusi i principali media, quando dichiara al Frankfurter Allgemeine Zeitung (il 4 gennaio) che se “questi dati verranno confermati per tutta l’Eurozona, la BCE dovrà porre fine al programma di acquisto di titoli nel marzo 2017”.
Se l’istituto di Francoforte porrà fine alla politica di tassi di interesse nulli e al programma Assets Purchase Program (APP), provocherà una crisi del debito nell’Eurozona, con l’epicentro in Italia. Nel 2017, l’Italia deve rifinanziare 260 miliardi di Euro di debito pubblico, e se la BCE smetterà di comprare titoli, lo spread salirà alle stelle come nel 2011.
L’Italia è stata l’allieva modello per l’UE negli ultimi 20 anni, raggiungendo un surplus primario ogni anno, ma a un alto prezzo: nello stesso periodo è diminuita la crescita ed è iniziata la deflazione. La deflazione è un sintomo del crollo della domanda e questa tendenza assicura che il tasso debito/PIL aumenterà.
Negli ultimi 20 anni, stando ai dati pubblicati dall’Ufficio Parlamentare del Bilancio, l’Italia ha pagato oltre 1700 miliardi di Euro di interessi sul debito pubblico, l’equivalente del PIL annuale. Dei 260 miliardi di Euro da rifinanziare nel 2017, 214 miliardi riguardano vecchi titoli in scadenza e 47 miliardi gli interessi.
Uno scenario di crisi del debito si aggiungerebbe alla cosiddetta “crisi bancaria italiana” descritta nel numero della scorsa settimana (cfr. SAS 01/17). Di fronte a questa combinazione esplosiva e con la scelta di soccombere alla Troika o lasciare l’Euro, l’Italia potrebbe scegliere l’ultima opzione.
Il clima oggi è diverso da quello del 2011, quando l’establishment italiano cedette a Bruxelles e Francoforte e installò il governo di Monti, voluto dalla Troika, e ciò si riflette anche nei quotidiani di proprietà di interessi economici.
Il 27 dicembre il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di due economisti ed ex ministri, Giorgio La Malfa e Paolo Savona, che dichiarano che “Il governo italiano dovrebbe sollecitare (…) un chiarimento alla Germania e chiederle di prendere lei l’iniziativa di un ripensamento della moneta unica”. Savona e La Malfa propongono due possibilità: a) la Germania che lascia la valuta unica; b) sostituire l’Euro con un sistema di valute nazionali simili al sistema di Bretton Woods.
Roberto Napoletano, direttore del quotidiano della Confindustria Il Sole 24 Ore, il 3 gennaio ha accusato il “club finanziario” diretto da Germania e Francia di sfruttare il tema delle sofferenze bancarie come capro espiatorio per vittimizzare l’Italia, cosa inaccettabile. Ha chiesto che il governo italiano ponga il veto sulla questione dei Non Performing Loan fino a quando non verrà affrontata la questione dei derivati, soprattutto dei titoli di “level 3” delle banche zombie.
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Helga Zepp-LaRouche a Stoccolma su “Donald Trump e il Nuovo Paradigma”


Helga Stoccolma






“Donald Trump e il Nuovo Paradigma Internazionale” era il titolo di un seminario straordinario tenutosi l’11 gennaio a Stoccolma, co-sponsizzato dall’EIR e dallo Schiller Institute la cui presidente, Helga Zepp-LaRouche, era la principale relatrice. Il folto pubblico includeva 7 ambasciatori, altri 10 diplomatici ad alto livello, molti membri di associazioni di amicizia tra la Svezia e la Russia, l’Ucraina, la Siria, lo Yemen, nonché attivisti politici.
La signora LaRouche ha descritto il nuovo paradigma che sta emergendo, insieme alla “sconfitta del sistema della globalizzazione”, che assume forme diverse in diverse parti del mondo. Nel settore transatlantico è riflessa ad esempio dal voto sulle Brexit, dall’elezione di Donald Trump e dalla vittoria del no al referendum in Italia, un chiaro no allo strapotere dell’UE.
Il nuovo sistema economico rappresentato dalla iniziativa Belt and Road Initiative, ha detto, “coinvolge già 4,4 miliardi di persone, in termini di potere d’acquisto in dollari, è già 12 volte superiore al Piano Marshall durante la seconda guerra mondiale, e qualsiasi paese può aderire”. Se i tedeschi sono preoccupati per la crisi dei rifugiati, “perché la Germania non coopera con la Russia, con la Cina, l’India e l’Iran nella ricostruzione del Medio Oriente? “.
La signora LaRouche ha dato esempi di come potrebbero cooperare le nazioni, nell’esplorazione e ricerca spaziale, perché “il genere umano non è una specie confinata alla Terra”. Questo significa realizzare l’impegno preso dallo Schiller Institute nel 1984 per “battersi per gli scopi comuni del genere umano…. E le aree di cooperazione sono un programma d’urto per la fusione, la cooperazione spaziale e scoperte fondamentali nella scienza.”
La presentazione di Helga Zepp-LaRouche ha indotto il pubblico ad affrontare il significato epistemologico fondamentale della Nuova Via della Seta, nel contesto dello sviluppo del genere umano nell’universo come un tutto. Questo è stato molto apprezzato da alcuni diplomatici, che durante il dibattito hanno posto domande proprio sulla questione culturale.
Dopo la presentazione della signora LaRouche, Hussein Askary, presidente dello Schiller Institute in Svezia, ha dato un breve resoconto sulle prospettive per lo sviluppo del Sud Ovest Asiatico e dell’Africa. Il video della presentazione è disponibile sul canale youtube dello Schiller Institute su https://www.youtube.com/watch?v=cdl0Hxg_Ubc
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sabato 14 gennaio 2017

Soldi, petrolio, sabbia ed imbecilli

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Che cosa potrebbe fare una povera ex superpotenza fallita?
“Quello di cui il Presidente-eletto Trump ha bisogno è un progetto pronto all’uso, con cui trasferire in patria un quantitativo significativo di bottino imperiale, abbastanza fronzoli e carabattole da mostrare alla gente come simboli di una ritrovata grandezza. Ma il problema è: che cosa c’è rimasto da saccheggiare? I rapporto globale debito/PIL è attorno al 300%, e una nazione fallita che derubi un’altra nazione fallita non ha molte speranze di fare bottino. Le nazioni non in bancarotta, che hanno un debito basso e forti riserve di valuta pregiata e di oro (Russia e Cina) non sono esattamente dei bersagli facili. Attacca la Russia e ti ritrovi a terra, senza neanche sapere che cosa è successo. Attacca la Cina e ti becchi dieci anni di agopuntura, molto cara ed estremamente dolorosa. L’Iran potrebbe sembrare un bersaglio più facile, e Trump ha lanciato qualche grido di guerra più o meno in quella direzione, ma anche i Persiani sono molto insidiosi, e sono ormai quasi 26 secoli che stanno perfezionando l’arte dell’insidia. In più, Cina, Russia ed Iran capiscono benissimo il gioco, e vanno tutti mano nella mano, sfidando gli Stati Uniti a fare qualcosa di nuovo. Contro di loro, gli uomini di Trump sarebbero come bambini sperduti nel bosco.
E così, tramite un processo di eliminazione, arriviamo all’unica, ovvia, possibilità: le monarchie del Golfo Persico, con l’Arabia Saudita che fa da primo premio. Naturalmente, l’Arabia Saudita è un protettorato americano e deve la sua esistenza ad un accordo siglato nel 1945 fra Re Abdulaziz ibn Saud e il Presidente Franklin D. Roosevelt. Ma questo non è certo un problema: il sud di prima della guerra era America in tutto e per tutto, ma questo non ha impedito al nord di attaccarlo. Tutto quello che ci vorrebbe è l’annuncio di un drammatico cambio di politica estera: “L’Arabia Saudita si sta comportando male. Il Presidente Trump è molto deluso”.
Perché un cambio di politica? Perché è indispensabile e il tempo stringe. L’Arabia Saudita ha ancora riserve finanziarie in abbondanza, ma si stanno assottigliando rapidamente, dal momento che la nazione dissipa tutti i suoi averi nel tentativo di mantenere in un relativo benessere la sua popolazione di mangiapane a tradimento. Ha riserve petrolifere in quantità (anche se gradualmente diminuisce la qualità e aumentano i costi di estrazione, a causa della mancanza d’acqua e di altri problemi), ma le sta dilapidando molto più in fretta del dovuto. Vedete, l’Arabia Saudita è (come se fosse) un pusher di petrolio, ma è anche drogata di petrolio, e, gradualmente, ne sta consumando sempre di più. Questo fenomeno è conosciuto come Export Land Effect: le nazioni produttrici di petrolio tendono ad investire i ricavi petroliferi all’interno, creando una crescita economica che, a sua volta, fa aumentare i consumi energetici. Distruggere l’economia saudita, salvaguardando allo stesso tempo la sua industria petrolifera, renderebbe nuovamente disponibili per l’esportazione notevoli quantitativi di petrolio.
Ciò che rende questo progetto pronto all’uso è il fatto che l’Arabia Saudita è un bersaglio molto facile. Prima di tutto, è piena di imbecilli. Gente che per tutto il tempo non fa altro che sposarsi fra cugini, e dopo qualche generazione di simili incroci fra consanguinei il suo QI si può contare con le dita delle mani (pollici compresi, se è un numero veramente alto). Neanche il sistema educativo saudita è di molto aiuto: si basa sopratutto sulla ripetizione a memoria del Corano e dei testi ad esso correlati, e non tiene in nessuna considerazione il pensiero critico ed indipendente e quella forte voglia di rivolta che rendono le nazioni difficili da conquistare e da controllare. L’economia dipende quasi completamente dai lavoratori stranieri, dal momento che gli stessi Sauditi non amano lavorare troppo, e questa comunità di lavoratori provenienti dall’estero può essere facilmente intimorita e costretta a fare le valige. Infine, i Sauditi sono estremamente inconsistenti dal punto vista militare, come si è visto nell’attuale assenza di progressi nello Yemen (crisi umanitaria a parte). Tutti i loro sistemi d’arma sono realizzati negli Stati Uniti, e possono essere disabilitati con breve preavviso bloccando l’invio di mercenari, istruttori e pezzi di ricambio. (A differenza del materiale di fabbricazione russa, che può funzionare in maniera autonoma per decenni e che normalmente si riesce a riparare con martello e cacciavite, gli armamenti americani tendono ad essere complessi e necessitano di manutenzione specialistica continua).
(…)
La prima bordata potrebbe essere una serie di poche, semplici richieste. L’Arabia Saudita dovrebbe unirsi alla comunità delle nazioni civili e garantire gli stessi diritti alle donne ed alle minoranze sessuali, la libertà di culto per i non-Mussulmani e gli atei, il diritto al matrimonio fra persone appartenenti a gruppi religiosi diversi, una tabella di marcia verso il raggiungimento di un ordine costituzionale, una democrazia rappresentativa e la rinuncia all’applicazione della dottrina religiosa alle questioni civili. Da qui la situazione potrebbe facilmente degenerare, una bomba qui, un po’ di disordini laggiù e, dopo un po’, tutti i lavoratori stranieri se ne tornano a casa, i consumi petroliferi interni crollano e l’industria petrolifera ritorna sotto il controllo straniero, la ricchezza viene espropriata e utilizzata per “rendere nuovamente grande l’America”. Quest’ultima parte potrebbe non andare a genio a tutti, ma il piano generale ha così tanti aspetti positivi che la maggioranza lo accetterebbe comunque. Specialmente gli Europei, che si lamentano della marea di migranti islamici, molti dei quali radicalizzati dagli insegnamenti sauditi, accoglierebbero a braccia aperte un modo per rendere innocuo e socializzare l’Islam, trasformandolo così in un’altra religione, i cui praticanti evitino di usare la parola “infedele” come un pugno in faccia e non siano così stupidi da cercare di imporre gli atavici dettami della loro religione alla comunità, in gran parte secolare, che li circonda.
Se Trump non romperà quell’uovo di cioccolato che è l’Arabia Saudita e non scapperà con la sorpresa che contiene, allora lo farà qualcun’altro. I giorni dell’Arabia Saudita sono contati. Per adesso è ancora ricca di soldi, petrolio, sabbia ed imbecilli, ma sta consumando sempre più rapidamente i primi due. Aspettate solo una dozzina d’anni o giù di lì, e tutto quello che sarà rimasto saranno sabbia ed imbecilli. Ben prima di allora, qualcuno cercherà di arrivare fino a loro e di portar via quello che rimane del tesoretto. Potrebbero anche essere gli Americani: sono stati loro a dare il via a questo caotico regno nel deserto, potrebbero anche essere quelli che gli daranno il colpo di grazia.”
fonte https://byebyeunclesam.wordpress.com/2017/01/14/soldi-petrolio-sabbia-ed-imbecilli/

La gigantesca marchettona del Governo alle case farmaceutiche.


L'immagine può contenere: una o più persone, barba e primo piano

Vista la carenza di mezzi, di personale, di attrezzature, di presidi medici, nelle strutture sanitarie pubbliche e soprattutto di igiene in quelle di prima accoglienza dei "migranti", gli 800.000.000 milioni stanziati per i vaccini brillano palesemente quale gigantesca marchettona del Governo alle case farmaceutiche.
Stefano Davison



venerdì 13 gennaio 2017

Dieci portaerei tutte in fila… come a Pearl Harbor ?

George H.W. Bush (CVN 77) is underway in the Atlantic Ocean

DI PAUL CRAIG ROBERTS
Molti lettori mi hanno chiesto perché 10 delle 11 portaerei degli Stati Uniti sono allineate, in fila,  in  rada probabilmente per manutenzione. Questo fatto fa ricordare le corazzate di Pearl Harbor e i lettori mi chiedono se questo possa essere un segno che lo Stato profondo stia progettando un attacco false flag contro le sue navi -come accadde con il World Trade Center e con il Pentagono, con l’intento di riuscire a far entrare in guerra gli Stati Uniti contro il mondo musulmano indipendente  – questa volta per far entrare in guerra gli Stati Uniti con la Russia, prima che Trump possa ripristinare le normali relazioni.
Non credo. L’attacco giapponese a Pearl Harbor fu un attacco vero, benché provocato. L’inganno, a quanto pare,  allora fu nel fatto che Washington era stata avvertita, ma non condivise le sue informazioni con la US Navy di Pearl Harbor. Le corazzate erano dotate di armi superate, e le portaerei erano state spostate. Sarebbe estremamente difficile incolpare la Russia di un attacco false flag contro le portaerei degli Stati Uniti perché, se la Russia volesse attaccare gli Stati Uniti,  il loro obiettivo non sarebbero armi obsolete come le portaerei.
Secondo quanto mi è stato detto da ex  (?) ufficiali dei servizi segreti, le portaerei sono in rada perché i cavi di rame devono essere sostituiti con fibre ottiche. A quanto pare, i russi hanno la capacità di spegnere i sistemi operativi delle nostre navi e aerei che sono cablate il rame. La conferma di questa affermazione è arrivata quando una nave militare, inviata da Washington per impressionare la base navale russa in Crimea, si è vista bloccare tutti i suoi sistemi operativi dopo il sorvolo di un jet russo. Secondo un altro rapporto, due jet a reazione USA  sono stati mandati da Israele per dare un esempio di violazione dello spazio aereo controllato della Russia in Siria. I russi hanno chiesto agli israeliani di allontanarsi da quello spazio aereo e, quando gli israeliani non hanno obbedito,  hanno bloccato il sistema di controllo radio e militare dell’aereo.
Secondo quanto mi è stato riferito i russi hanno scoperto che il cablaggio fato con il rame permette loro di bloccare i sistemi operativi USA, usando certe frequenze radar dei loro sistemi di controllo aereo.
Se questa storia fosse vera – e mi mancano le competenze tecniche per giudicare quanto mi è stato detto – ci troviamo di fronte un banco di prova di quelle  che – ci viene detto – pottrebbero essere le intenzioni aggressive della Russia e della Cina contro l’Occidente. Con le forze militari USA bloccate, la Russia si troverebbe in un momento in cui potrebbe occupare l’Ucraina o qualsiasi altra parte che la si voglia accusare di voler occupare. Ma sarebbe anche un momento privilegiato per la Cina, se volesse occupare Taiwan e il Giappone. Non ci sarebbe nessuna Marina americana a fermarli, e qualsiasi minaccia nucleare fatta dai clown di Washington non porterebbe altro che alla completa distruzione di tutto il mondo occidentale e quegli  stupidi idioti di Washington sarebbero i primi ad essere distrutti.
Le accuse delle aggressioni cinesi e russe sono delle bugie fantasiose. La Cina non ha dichiarato che il Golfo del Messico o le acque al largo delle coste della California sono “aree di interesse nazionale per la Cina”, ma è stata quella cagna assassina di Hillary sotto il regime del Nobel per la pace che ha dichiarato il Mar Cinese Meridionale è  “una zona di interesse nazionale per gli Stati Uniti.” Questa è stata una provocazione andata oltre qualsiasi provocazione. Nessun diplomatico di media intelligenza avrebbe mai fatto una affermazione tanto ridicola e provocatoria.
Quando la Russia ha occupato la Georgia, fu una risposta all’invasione  della Ossezia del Sud, fatta dalla Georgia, ma poi si ritirò senza far rientrare l’ex provincia nella Federazione Russa, di cui aveva fatto parte per 300 anni. La Russia ha rifiutato anche le richieste di annessione delle repubbliche secessioniste ucraine di Donetsk e Luhansk. La Russia non ha dichiarato che i Paesi Baltici e quelli dell’Europa orientale sono aree di interesse nazionale russa, ma sono strati gli USA ad incorporare quei paesi in  un esercito mercenario di Washington, posizionandovi truppe, carri armati e missili con cui attaccare la Russia. La Russia non reagito in nessun modo.
Tutte le aggressioni del mondo partono da Washington. Questo è chiaro come il sole. Come è mai possibile che siano così pochi quelli che capiscono quello che succede? Chi altri se non Washington è un paese in guerra da quando il regime Clinton ha cominciato ad andare in giro e ad ammazzare gente in nove paesi differenti?
Perché tutto l’apparato  liberal-progressista di sinistra si sta prodigando tanto per aiutare la CIA a demonizzare il presidente eletto Donald Trump, il cui obiettivo dichiarato è normalizzare le relazioni con la Russia? Non sarà questo un segnale che la sinistra liberal-progressista  è una facciata della CIA?  Non  c’è niente di inverosimile in questo. Come, del resto, è un fatto noto che la CIA controlli la stampa e i media televisivi americani ed europei , per quale motivo la CIA non d0vrebbe controllare anche Internet ed i media della “sinistra liberal-progressista”?
La regola è  “il nemico del mio nemico è mio amico.” E’ evidente che il nemico delle Istituzioni della sinistra-liberale è nemico di Trump, e allora perché la sinistra-liberal  si è alleata con l’Establishment contro il nemico Trump?
E allora la vera domanda è: gli Stati Uniti hanno veramente una sinistra-liberal indipendente?
Se cosi fosse, dov’è questa indipendenza? La sinistra liberal-progressista ha coperto/appoggiato  la storia-ufficiale-e-falsa  che l’ 11 settembre pochi arabi – senza nessuna complicità dei servizi di intelligence o dell’ apparato statale – abbiano potuto mettere nel sacco tutte le 16 agenzie di intelligence degli Stati Uniti, il Consiglio Nazionale di Sicurezza, il Pentagono, la sicurezza degli aeroporti, il controllo del traffico aereo, la US Air force e lo stesso Dick Cheney0,  insieme al Mossad israeliano e a tutti i servizi di intelligence USA e  dell’impero, riuscendo ad infliggere la sconfitta più umiliante a una presunta “superpotenza” in tutta la storia del mondo.
Chiunque sia abbastanza stupido da credere alla versione ufficiale del 9/11 non è sufficientemente intelligente e qualificato per essere né di sinistra né lucido.
Ciò che serve disperatamente al mondo occidentale per sfuggire alla sua distruzione  è una vera sinistra, una sinistra immune da quella emotività che acceca e  che nasconde la realtà.

Dr. Paul Craig Roberts è stato Assistant Secretary of the Treasury for Economic Policy  e associate editor del  Wall Street Journal. Ha scritto su  Business Week, Scripps Howard News Service,  e Creators Syndicate. Ha avuto numerosi incarichi universitari e i suoi articoli su internet  raccolgono followers da tutto il mondo. I suoi ultimi libri sono The Failure of Laissez Faire Capitalism and Economic Dissolution of the WestHow America Was Lost,  e The Neoconservative Threat to World Order.

Link :  http://www.informationclearinghouse.info/46212.htm
12.01.2017
 fonte comedonchisciotte.org autore della traduzione Bosque Primario

Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come

Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere ilpotere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.
E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il Nino Galloniblog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. AndreottiEccome: «Lui mi fece di sì con la testa».
Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana Ciampiavrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.
Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».
Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più Agnellifacendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».
Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la BancaAndreattaCommerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.
Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».
Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di Draghidollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».
Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.
Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in Merkel e MontiGrecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.
Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questaEuropa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».
Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gliUsa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiataGermania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello Xi Jinping, nuovo leader cinesedella trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.
Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».
fonte http://www.libreidee.org/2013/05/italia-potenza-scomoda-dovevamo-morire-ecco-come/

Vorrei ottenere l’illuminazione. Karl Renz


Vorrei ottenere l’illuminazione. Karl Renz


D.: Anche se sembra antiquato, vorrei ottenere l’illuminazione.K.: Allora posso solo augurarti buona fortuna.D.: Cosa vuol dire questo? Questo desiderio è una stupidaggine?K.: No, non una stupidaggine, solo un po’ di magia immaginativa.D.: Penso sia qualcosa di più.K.: Illuminazione e non –illuminazione sono idee. L’illuminazione è in fondo un concetto nell’infinita sfilza di concetti di evoluzione personale o di ricerca ella felicità.D.: E cosa c’è di sbagliato?K.: E’inutile. Poiché per nessuno è mai esistita la necessità d’illuminazione.D.: Ho qualche dubbio su questo.K.: Chi vuole l’illuminazione?D.: Come ti ho detto: io.K.: Allora è l’Io che vuole luccicare.D.: Naturalmente. E’ forse proibito?K.: Dal punto di vista della sicurezza elettrica, senza dubbio.D.: Come, scusa?K.: Nutro un dubbio atroce che un Io possa sopportare questa energia. Quest’energia che porta a far luce. In quest’assoluta energia dell’essere brucia l’Io. Scoppia. E i resti evaporano. Se s’immettono diecimila volt in una lampadina, come se la cava la lampadina?D.: Ha un orgasmo.K.: Che essa non nota neppure.D.:Questo vuol dire forse che sono una lampadina debole?K.: Cosa vuoi dire con ‘Io’?D.: La mia personalità. Me. Quello che sta seduto davanti a te. Quello che sono.K.: Quello che sei non ha bisogno di illuminazione. Non è mai stato oscurato.D.: Bene, allora lasciamo l’argomento illuminazione. Chiamiamolo risveglio.K.: Non ha bisogno nemmeno del risveglio. Perché quello che tu sei non ha mai dormito. Non conosce né sonno né veglia. La veglia ed il sonno emergono in esso. Non esiste nemmeno un dormiente né un risvegliato. Nessuno illuminato o qualcuno che ha bisogno dell’illuminazione. Sono solo idee. Esse emergono e poi spariscono in quello che tu sei.D.:Ma per poterlo vedere o per lo meno comprendere, dovrei sperimentare una sorta di risveglio.K.: Non te. Non l’Io. Nel momento che tu sei quello che sei, la lampadina non ha più posto. E’ bruciata, evaporata, sparita. Come se non fosse mai esistita. E questo è lo scherzo: essa non è mai esistita effettivamente. Poiché dove c’è quello che è, non esiste altro che quello che è.D.: Quello dove…quello… quello che… insomma dove rimango Io?K.: Tu sei bruciato, evaporato, sparito. In apparenza. In realtà non c’eri mai stato prima. E non ci sarai mai in futuro.D.: L’Io deve dunque sparire?K.: Come può sparire ciò che non è mai esistito?D.: Ma ci sono pure io qui. Eccomi qui seduto. La domanda è tutt’al più: per quanto tempo?
(suona un cellulare)
K.: Rispondi pure. Il tuo elettricista saprà se deve fornire la corrente.


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