venerdì 12 gennaio 2018

SI PRESENTANO ALLA CARITAS, RESPINTI PERCHÉ ITALIANI



VENEZIA – Si sono presentati alla Casa alloggio San Raffaele a Mira in via Riscossa per avere ospitalità. I preti e i ‘volontari’ della Caritas li hanno mandati via, accolgono solo stranieri. E’ la denuncia che arriva a VoxNews da alcuni cittadini della zona, testimoni della vicenda. Tutto confermato, incredibilmente, dal direttore del centro.
E’ accaduto negli ultimi due mesi ad oltre 70 persone, tutti italiani in condizioni economiche disperate.
«Nella casa alloggio San Raffaele a Mira», spiega Vendramin, il responsabile, abbiamo, come Caritas, 23 ospiti stranieri. Il problema è che in questi ultimi mesi tanti disperati da tutti i comuni della Riviera si sono presentati qui e hanno chiesto di poter essere ospitati al pari degli stranieri. Queste persone sono senza un lavoro, senza un tetto e hanno una situazione economica disperata a causa di divorzi e affido della casa alla moglie con figli». E loro li mandano via.
Perché «alla casa alloggio per stranieri», dice Vendramin, «per regolamento non possiamo ospitare italiani e stranieri contemporaneamente, nascerebbero tensioni pericolose. Arriva gente poi da Dolo, Vigonovo, Stra e noi cerchiamo di mandarli a Mestre ma spesso lì è pieno. Serve a questo punto una struttura per tutto il comprensorio o a Mira o in un altro paese della zona». Ricapitolando: noi diamo soldi alla Caritas perché privilegi gli immigrati. Non passa nemmeno per l’anticamere del cervello a questi farabutti di mandare via gli immigrati e ospitare gli italiani. Guai. Anzi, in una difficilmente comprensibile ossessione, chiedono sempre più clandestini, non ne hanno mai abbastanza.
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«Sempre più spesso arrivano qui persone giovani», dice Vendramin, « che cercano oltre ad un pasto anche un letto. Nel territorio spesso li indirizziamo alle parrocchie per avere un aiuto immediato».
Intanto, sempre in zona, sono oltre 200, gli anziani nei 17 comuni della Riviera del Brenta e Miranese costretti a rovistare fra le immondizie per mangiare. A loro lo Stato non dà la paghetta di 45€ che dà ai clandestini appena sbarcati.
fonte https://voxnews.info/2014/01/12/si-presentano-alla-caritas-non-possiamo-accogliervi-siete-italiani/

ITALIA ARLECCHINO: SERVI DI TUTTI I PADRONI.


di Roberto PECCHIOLI
Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole. Il celebre passo biblico dell’Ecclesiaste ronza nella mente osservando le vicende italiane. Il nostro è un popolo di servitori, inutile illudersi. Lo sapevano i grandi del passato, come Dante (ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!), Petrarca e Leopardi nelle accorate quanto inutili invocazioni alla Patria (benché il parlar sia indarno, scrive il poeta del Canzoniere). Nicolò Machiavelli dedicò Il Principe al duca Valentino nel tempo in cui la nostra penisola era campo di battaglia e bottino degli eserciti stranieri.
Purtroppo, la maschera che meglio esprime il carattere nazionale è quella di Arlecchino, l’infido servitore senza livrea, o meglio con un costume rattoppato di mille colori, reso celebre da Carlo Goldoni in tante commedie. L’Arlecchino contemporaneo ha superato quello della commedia dell’arte: servo di due padroni l’antico, al servizio di qualsiasi signore l’attuale. E’ cronaca recente l’abbraccio tra Gentiloni e Macron. Il giovin signore francese della scuderia Rothschild non ha concesso nulla alle speranze italiote in materia di immigrazione, chiedere conferma ai disgraziati abitanti della città frontaliera di Ventimiglia invasa da orde di africani respinti inflessibilmente dall’ ex terra d’asilo della liberté, fraternité, égalité.
Monsieur le président ha incassato la presenza militare italiana nel Niger sotto comando transalpino per difendere l’uranio francese, pardon, per bloccare il terrorismo e chiudere le strade dell’immigrazione. Nei mesi scorsi da Parigi hanno fatto catenaccio, alla faccia del libero mercato, alla vendita dei cantieri di Saint Nazaire a Finmeccanica. Una fulminea nazionalizzazione bloccò al 49 per cento l’azionista straniero, e almeno per altri 15 anni i cantieri atlantici resteranno francesi. Non così in Italia, dove un ottimo amico di Macron, Vincent Bolloré di Vivendi controlla Telecom Italia – cioè le reti di telecomunicazione – ha potuto arrivare ad un passo da sfilare a Berlusconi Fininvest/Mediaset e si avvicinò pericolosamente a Generali, insieme con il gigante assicurativo Axa.
Lo shopping bancario è in pieno svolgimento, la Banca Nazionale del Lavoro, che fu banca del Tesoro italiano, è di Parisbas, mentre Crédit Agricole è il settimo gruppo bancario della penisola. Enorme è il peso francese nella grande distribuzione (Auchan, Leclerc, Carrefour) e nell’industria alimentare, con Danone in testa e Lactalis, il gigante della famiglia Besnier che ha acquisito Parmalat spolpandolo della liquidità lasciata dalla gestione successiva al crac della famiglia Tanzi.
Un altro settore dell’Italia che conta è assai legata al mondo imprenditoriale e politico tedesco. Thyssen Krupp ha rilevato parte della nostra siderurgia in quanto concorrente temibile dell’acciaio renano. Rivolgersi per conferma a Terni e Torino. Lo stesso euro fu il frutto di un accordo franco tedesco con esiti anti italiani. I transalpini assecondarono la riunificazione tedesca in cambio della rinuncia al marco, i cui costi economici sono stati sostenuti dalla nuova valuta, mentre il sistema industriale italiana ha perduto un quarto del suo potenziale, oltre alle delocalizzazioni ed alle acquisizioni interessate di parte tedesca.
La nostra politica europea si è può riassumere in un continuo cedimento agli interessi altrui. Gli eventi della Libia, con la fine di Gheddafi voluta dalla Francia (Total) e dall’Inghilterra furono un attacco diretto alle scelte italiane in materia energetica. Nulla di nuovo: Enrico Mattei fu probabilmente ucciso dai servizi segreti francesi, in connivenza con le Sette Sorelle. L’improvvido, criminale abbandono delle tecnologie informatiche – la Olivetti inventò il computer- ebbe lo zampino statunitense. Gli sconfitti del 1945 non dovevano rialzare la testa.
Sulla sudditanza nostra agli Usa non sarebbe il caso di spendere troppe parole, poiché risulta impressionante che, a oltre settant’anni dalla fine della guerra e a trenta circa dalla cessazione della minaccia comunista ospitiamo oltre cento basi americane, a nostre spese e con rilevanti pericoli per la salute dei connazionali, come nel caso del sistema Muos in Sicilia. Nel decennio 2008-2017 abbiamo sborsato oltre dieci miliardi per missioni militari in mezzo mondo, sempre in posizioni subordinate nell’interesse dello Zio Sam.
Silvio Berlusconi, che ebbe il merito di avvicinarsi a Putin per dare continuità agli approvvigionamenti energetici, è tornato amicone della Merkel, con prevedibili nefaste conseguenze per la nostra industria e il sistema finanziario. Le ossessioni geopolitiche Usa, figlie delle teorie politiche dell’Heartland e del Rimland, hanno prodotto le sanzioni contro la Russia, prontamente applicate dai servi italioti ed europoidi, la cui fattura pesa per miliardi su centinaia di aziende italiane.
Dimenticavamo il servilismo antico della sinistra nei confronti della defunta Unione Sovietica, l’americanismo d’accatto di quasi tutti gli altri e la lunga storia di sottomissione non alla fede cattolica, ma agli interessi concreti della Chiesa e del Vaticano.
Niente di nuovo sotto il sole. Arlecchini di lungo corso in cerca di livree, convinti della nostra superiore furbizia, siamo, come nazione, Stato, sistema economico, a fine corsa. I servi, alla fine, restano tali. Si liquidano con qualche mancia, una pacca sulle spalle e il disprezzo che merita il lustrascarpe non per necessità, ma per vocazione. “O patria mia, vedo le mura e gli archiE le colonne e i simulacri e l’erme torri degli avi nostri. Ma la gloria non vedo.” Se Giacomo Leopardi tornasse, non troverebbe più né le mura né le torri: sostituite dagli outlet, vendute in saldo, privatizzate, o chiuse per cessata attività.
                                                   ROBERTO PECCHIOLI
fonte https://www.maurizioblondet.it/italia-arlecchino-servi-tutti-padroni/

Il miliardario George Soros: io ho finanziato il colpo di stato in Ucraina


Era il maggio del 2014, tre mesi dopo il colpo di stato di Kiev, e il miliardario americano George Soros ha  rivelato a Fareed Zakaria della CNN di essere responsabile della
creazione di una fondazione in Ucraina che ha contribuito al golpe contro il presidente Viktor Ianukovitch e all’insediamento di una  giunta sostenuta dagli Stati Uniti.
“Ho creato una fondazione in Ucraina prima che il paese diventasse  indipendente dalla Russia. Questa fondazione ha continuato a operare e ha avuto un ruolo importante negli eventi recenti”, ha spiegato Soros.
E’ noto, malgrado non se ne parli, che George Soros ha lavorato in stretta collaborazione con l’USAID, la National Endowment for Democracy (Fondazione nazionale per la democrazia, che fa il lavoro che una volta veniva fatto dalla CIA), l’International Republican Institute, il National Democratic Institute for International Affairs e la Freedom House allo scopo di far scoppiare una serie di rivoluzioni nell’Europa dell’est e nell’Asia centrale, dopo il crollo programmato dell’Unione sovietica.
Molti partecipanti alle manifestazioni di Piazza Maidan a Kiev erano membri delle ONG fondate da Soros o addestrati da queste stesse ONG in seminari e conferenze sponsorizzate dall’International Renaissance Foundation (IRF) di Soros e dai suoi numerosi istituti e fondazioni Open Society.
L’IRF, fondata e finanziata da Soros, si vanta di aver ricevuto più  donazioni di tutte le altre organizzazioni per attuare la trasformazione “democratica” dell’Ucraina.
Nell’aprile del 2014 era stato annunciato che Andriy Parubiy e altri leader implicati nel colpo di Stato lavoravano con la CIA e l’FBI per  sconfiggere e uccidere i separatisti che si opponevano alla giunta di Kiev. Dopo il golpe, Parubiy è divenuto capo del Consiglio di sicurezza e di difesa nazionale dell’Ucraina.
Da quando il miliardario Petro Poroshenko è il nuovo presidente del paese, i tentativi di schiacciare l’opposizione nell’est si sono intensificati. Del resto, Poroshenko è quasi la scelta perfetta per i mondialisti e l’Unione  europea. Faceva parte del Consiglio della Banca nazionale ucraina e ha collaborato con il Fondo monetario internazionale.
“Il posizionamento delle forze aeree e terrestri della Nato vicino alla frontiera russa nell’Europa dell’est e il viaggio di Barack Obama, destinato a rinforzare l’influenza americana in Asia, hanno un solo obiettivo – scriveva il giornalista Wayne Madsen all’inizio di luglio – Le forze visibili e invisibili che dettano la politica a Washington, Londra, Parigi, Berlino e altre capitali servili, hanno deciso di  schiacciare i BRICS, l’emergente blocco finanziario che raggruppa Brasile, Russia, India, Cina e sud Africa.” Le ultime scelte di politica internazionale dle “libero” occidente servono a destabilizzare questi cinque paesi. Le parole di Soros del 2014 sono un’ammissione onesta di un destabilizzatore di professione, che non lasciano adito a possibili altre interpretazioni. Non ci dite che ancora credere alla retorica della “democrazia” e che portare la Nato ai confini con la Russia sia per la nostra sicurezza?

IMMIGRATI, GLI AVVOCATI DI SOROS VANNO FINO IN SUDAN PER RIPORTARLI IN ITALIA



Immigrati, in Italia potete stare tranquilli. La rete degli ultrà dell’accoglienza è potente, radicata, ha amici con tanti soldi e nei posti giusti. È il Giornale a tracciare la mappa dell’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’Immigrazione che ha sostenuto il ricorso (vinto) alla Corte europea dei diritti dell’uomo dei sudanesi espulsi dall’Italia. Innanzitutto, George Soros: sul sito dell’Asgi campeggia il logo di Open Society Foundation, l’organizzazione non governativa del magnate ungherese impegnata nella lotta a favore degli immigrati in tutto il mondo.
La missione è chiara: via le barriere, dentro tutti. Un approccio giudicato dai più critici, a destra, come la base della “teoria dell’invasione” e della “sostituzione etnica”. È Soros a sponsorizzare, sottolinea il Giornale, il vicepresidente Asgi Gianfranco Schiavone e gli avvocati Giulia Crescini e Cristina Laura Cecchini, sempre in prima linea a sabotare il (blando) rigore delle autorità italiane. Alleato politico è, ovviamente, l’Arci: insieme all’organizzazione di ultra-sinistra sono andati fino in Sudan per rintracciare i 5 espulsi nel 2016 da cui è partita poi la causa a Strasburgo. A livello legale, è forte la collaborazione con Magistratura democratica sulla rivista Diritto immigrazione e cittadinanza.
Il “braccio operativo” dell’Asgi sono poi le varie Ong che navigano il Mediterraneo per traghettare i clandestini, roba già finita nelle Procure italiane per i rapporti opachi con gli scafisti.
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Non basta, perché l’Asgi, attraverso i propri membri, ha purtroppo anche scritto i punti del M5S sull’immigrazione:

fonte  https://voxnews.info/2018/01/12/immigrati-gli-avvocati-di-soros-vanno-fino-in-sudan-per-riportarli-in-italia/

mercoledì 10 gennaio 2018

PRONTO A CANDIDARMI. PADOAN PRENDE IL SEGGIO PER CONTO DEI POTERI UE

PRONTO A CANDIDARMI. PADOAN PRENDE IL SEGGIO PER CONTO DEI POTERI UE

Il ministro resta in politica, convinto dal pressing di Renzi e dei vertici di Bruxelles

Leggiamo su Il Giornale:
Roma – I suoi amici lo vedevano già in Lussemburgo in una non precisata istituzione europea.
Oppure di ritorno a Parigi, da docente universitario più che all’Ocse dove ha già svolto una parte importante della sua carriera. Troppo facile. Infatti Pier Carlo Padoan (nella foto) ha spiazzato tutti. Domenica ha fatto capire che di fronte a un’offerta di candidatura valuterebbe il da farsi. Ieri, per non correre il rischio di apparire troppo timido, il ministro dell’Economia ha rafforzato il messaggio: «Ci sono stati dei colloqui e mi sono reso disponibile. Sono disponibile». E lo stesso Renzi ha confermato di avere «proposto» a Padoan di mettersi in lista.
Quindi è certo, sarà un candidato un po’ reticente del Pd, deludendo i tanti che dentro Leu lo consideravano, non a torto, un membro d’onore del partito old style, temporaneamente prestato al nuovo Pd. Ma quella di Padoan non è semplicemente l’iscrizione al partito di Matteo Renzi. La spinta a impegnarsi in prima persona in una campagna elettorale difficilissima per la sinistra ed, eventualmente, nella non meno complicata fase successiva di formazione di un esecutivo, non è frutto di una ritrovata passione politica. Semmai di un duplice pressing esterno.
Il primo è quello dello stesso Renzi e del Pd, alla ricerca di figure di spicco in un eventuale futuro governo, che siano gradite all’Europa. I rapporti tra il segretario Pd e Bruxelles sono sempre stati pessimi. I democratici su questo terreno soffrono la concorrenza di Forza Italia e Silvio Berlusconi che negli ultimi mesi sono diventati – un po’ paradossalmente se si pensa al 2011 – il principale punto di riferimento delle istituzioni europee. Come se non bastasse, uno degli assi europei che Renzi aveva calato nei mesi scorsi, Carlo Calenda, si sta rivelando concorrente più che alleato.
Inevitabile per il Pd cercare un garante capace di rassicurare la Commissione e il Consiglio europeo. Qualcuno che cerchi di riallacciare i rapporti perlomeno con il Partito socialista europeo, dopo anni di freddezza se non di gelo. Nessuno meglio di Padoan da questo punto di vista. Vicinissimo ai socialisti francesi, non sgradito nemmeno alla Commissione dove prevale il Ppe.
Il secondo pressing che ha convinto Padoan è proprio quello di Bruxelles. Durante il suo primo mandato e, ancora di più, nel corso del secondo tempo al dicastero di via XX settembre ha agito in accordo con le istituzioni europee. Unici attriti con parte del Ppe.
La sua candidatura è una garanzia di continuità che i socialisti europei potranno spendere quando qualcuno chiederà conto dell’affidabilità della sinistra italiana. Garanzia anche per la Commissione europea che vorrebbe vedere rispettati gli impegni futuri presi dallo stesso Padoan. E che il ministro, forse, spera siano altri a dovere rispettare.


http://www.stopeuro.news/pronto-a-candidarmi-padoan-prende-il-seggio-per-conto-dei-poteri-ue/

Papa Bergoglio ha preso per il culo noi ambrosiani


Dire che Bergoglio ha preso noi ambrosiani per il culo è un eufemismo: la realtà è ancor più allarmante. Ci troviamo di fronte al cosiddetto caso di un potere assoluto che si circonda di devoti lacchè, castrati a tal punto da non pensare e da non decidere in proprio. Papa Bergoglio, più che “intelligente” (la gerarchia non può permettersi il lusso di dare spazio all’”intelligenza”), è un furbo, un furbastro, un calcolatore, soprattutto un maniaco della propria immagine fino al punto da mettere in ombra i suoi collaboratori, scelti normalmente col criterio o della loro inferiorità culturale o della loro incapacità di farsi valere per evitare il rischio che a pagarla sia la popolarità del capo supremo.
fonte don giorgio

GRANDE SVILUPPO DELL’ISLANDA: FUORI DALLA GABBIA DELL’UNIONE EUROPEA


GRANDE SVILUPPO DELL’ISLANDA: FUORI DALLA GABBIA DELL’UNIONE EUROPEA e senza Euro si cresce! Ma i parassiti di Bruxelles non lo ammetteranno mai. Ecco tutti i dati e il video!

C’era un paese che aveva nei confronti delle potenti banche estere un debito di diversi miliardi, pari a decine di migliaia di euro di debito a carico di ciascun cittadino! Le banche creditrici, appoggiate dal governo, hanno proposto misure drastiche a carico dei cittadini, che ciascun cittadino avrebbe dovuto pagare con tasse e/o minori servizi, qualcosa come 100 euro al mese per 15 anni! I cittadini sfiduciarono il governo, si fece strada l’idea che non era giusto che tutti dovessero pagare per errori e ruberie commessi da un manipolo di banchieri e politici, decisero poi di fare un referendum che con oltre il 90% dei consensi stabilì che non si dovesse pagare il debito.

Nazionalizzarono quindi le banche (prima private) che avevano portato a questo disastro economico e, tramite Internet, decisero di riscrivere la Costituzione (prevedendo anche che l’economia fosse al servizio del cittadino e non viceversa). Per riscrivere la nuova costituzione vennero scelti dei cittadini che dovevano essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30 persone e NON AVERE LA TESSERA di ALCUN PARTITO!Chiunque poteva seguire i progressi della Costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. Sembra una favola vero? Ma non lo è affatto!

Nonostante tutto, a sentire i parassiti di Bruxelles la decisione dell’Islanda di rimanere fuori dall’Unione Europea sarebbe un errore colossale visto che tale rifiuto condannerebbe i cittadini islandesi a decenni di povertà, declino e bassissima crescita economica, ma per loro sfortuna la matematica non è un’opinione e i dati recentemente rilasciati dall’istituto di statistica islandese danno un quadro completamente diverso.

E così mentre i paesi dell’area euro sono ancora impantanati in una recessione senza fine, per quest’anno l’economia islandese è destinata a crescere del 2.7%, nel 2015 del 3.3% e tra il 2016 e 2018 la crescita annua dovrebbe oscillare tra il 2.5 e il 2.9%.

A trascinare tale crescita è l’aumento dei consumi privati che quest’anno dovrebbe salire del 3.9% e del 4% nel 2015 per poi mantenersi al 3% annuo fino al 2018.

Quindi, mentre gli italiani sono costretti a rinunciare anche all’acquisto di beni essenziali come pasta e pane, i cittadini islandesi possono permettersi di spendere qualcosina in più – si fa per dire, vero? – visto che non devono sottostare ai diktat della BCE e della Merkel.

Però c’è anche un altro motivo dietro alla crescita dei consumi, ed è legato alla decisione del governo islandese di condonare parte dei mutui detenuti dalle famiglie islandesi.

Infatti, come sopra citato,subito dopo la bancarotta delle tre principali banche islandesi il governo decise nazionalizzare queste banche e ridurre parte dei mutui ad esse dovute – tagliando di molto gli interessi sui prestiti concessi – così da dare un pò di ossigeno alle famiglie islandesi colpite dalla crisi.

Tale decisione all’epoca fu fortemente criticata dalle agenzie di rating – e dalle banche straniere che perdevano lauti “guadagni” usurai – ma i politici islandesi se ne sono altamente fregati e adesso gli effetti benefici di tale decisione cominciano a farsi sentire.

Quello che sta succedendo in Islanda è un esempio da manuale su come vada gestito un paese per farlo uscire dalla crisi finanziaria, ma ovviamente la stampa di regime italiana ha censurato questa storia perché la verità dà fastidio ai parassiti di Bruxelles e ai loro burattini del governo Renzi, ad iniziare dal ministro dell’Economia Padoan. (Fonte)



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