lunedì 13 febbraio 2017

Rottamatori d’Italia – Seconda Puntata


I TRADITORI

Per l’ordoliberista Banca dei regolamenti Internazionali (BRI) la relazione causale tra deflazione e bassa crescita è “debole” e, pertanto, va evitato con ogni mezzo la spesa a deficit positivo per
rilanciare la crescita nei PESiSecondo il merkeliano presidente della Bundesbank Jens Weidmannii, tali economie vanno fatte ristagnare in eterno ed è ancor meglio se la produzione industriale va a picco. E’ il mezzo perfetto affinché le Locuste finanziarie internazionali e i confratelli (massoni) di Weidmann possano acquisare a prezzi di saldo le migliori industrie italiane, mentre i parassiti CEO tedeschi attirano in Germania i migliori laureati con elevate competenze tecniche.
Schaeuble
Il gerarca del Quarto reich Merkeliano, Wolfgang Schäuble – caricatura
Si eviti di credere ad una contrapposizione tra un presunto “keynesiano” Mario Draghi e gli ordoliberisti Schäuble-Weidmann propalata dalla fanfara di regime. E’ un semplice gioco delle parti. Il Maestro Venerabile Draghi è contento della recessione che attanaglia Italia e gli altri PES dal 2008.
L’Europa scivola verso la recessione, e Mario Draghi è contento: vede «buoni segnali», beato lui. È impazzito? Tutt’altro: si limita a constatare che l’inaudito piano di sequestro della sovranità nazionale dei paesi europei a beneficio delle potentissime lobby finanziarie di Bruxelles procede a tappe forzate. Prima mossa: dare ossigeno alle banche ma non alle aziende, per indebolire l’Europa del Sud.
Seconda: impedire agli Stati, attraverso il «Fiscal Compact», di spendere a deficit per i propri cittadini, rilanciando l’occupazione.
Obiettivo finale, testualmente: «Riforme strutturali per liberalizzare il settore dei beni e dei servizi e rendere il mercato del lavoro più flessibile». L’unica soluzione parrebbe dunque la privatizzazione dei beni comuni: quelli che gli italiani hanno tentato di difendere coi referendum del giugno scorso.
Il declassamento dello Stato, secondo l’uomo che la Germania ha voluto alla guida della Bce, darebbe più «equità» al sistema, aprendo spazi meno precari ai giovani attualmente privi di garanzie: per Draghi, la causa della disoccupazione non è la crisi mondiale della crescita, ma l’eccesso di tranquillità di chi invece il posto fisso ce l’ha (e se lo tiene stretto). Tutto da rifare: «Il modello sociale europeo è oggi superato», dice il superbanchiere di Francoforte. In un’intervista al «Wall Street Journal», l’ex dirigente strategico della Goldman Sachs getta alle ortiche oltre mezzo secolo di pax europea, cresciuta al riparo del miglior sistema mondiale di welfare. La pace è finita, è
come se annunciasse Draghi: d’ora in poi, ciascuno dovrà lottare duramente per sopravvivere, perché gli Stati – in via di smantellamento, neutralizzati con l’adozione della moneta unica da prendere in prestito a caro prezzo dalla Bce – non potranno più garantire protezioni sociali: attraverso il «Fiscal Compact», i bilanci saranno prima validati a Bruxelles e, dal 2013 in poi, nessuno Stato potrà più investire un euro per i propri cittadini, al di là della copertura del gettito fiscale. […]
La ricchezza prodotta nell’eurozona si ridurrà dello 0,3 per cento rispetto all’anno scorso, mentre la Ue nel suo complesso andrà incontro alla piena stagnazione centrando un perfetto 0,0 per cento. In sintesi, ben 9 paesi subiranno una crescita negativa, la Repubblica Ceca sarà in stagnazione e a crescere saranno 17 Stati membri, tra cui la Polonia e i piccoli paesi baltici come Lituania e Lettonia. Calerà l’inflazione, e in Grecia l’effetto recessivo sarà talmente forte da produrre un calo dei prezzi. […]
Anche se la Commissione non lo dice, spiega Matteo Cavallito sul «Fatto Quotidiano», per ridurre la tensione sui mercati – ben rappresentata dall’esplosione dei differenziali di rendimento tra i titoli sovrani dei paesi più solidi (la Germania) e di quelli più a rischio (tra cui Italia e Spagna) – la Bce ha sbloccato la sua liquidità offrendo agli istituti di credito circa mezzo trilione di euro di prestiti all’1 per cento. «L’obiettivo, ovviamente, era di indurre le banche a investire nei titoli di Stato delle grandi economie in crisi, sfruttandone rendimenti medi attorno al 5-6 per cento. Un affare molto conveniente, che infatti si è materializzato». Solo che, di fronte a questa opportunità, «l’erogazione di prestiti ai privati e quindi all’economia reale si è ridotta ulteriormente, perché giudicata meno conveniente e in definitiva decisamente più rischiosa». Ecco dunque l’effetto collaterale: «Si riduce la tensione sulla finanza pubblica, si favorisce la recessione».
Lo schema, aggiunge Cavallito, non funziona solo sul fronte dei prestiti: «Per contenere il proprio debito, infatti, i paesi della periferia hanno dovuto aumentare la pressione fiscale, ma così facendo hanno ridotto il reddito disponibile dei cittadini e con esso la loro capacità di consumo». Fenomeno evidente dall’Italia in giù: in Grecia, il Pil 2011 si è contratto del 6,8 per cento contro il -1,5 per cento del Portogallo. È la spirale del rigore, predicata da Mario Monti e denunciata da un Premio Nobel come Paul Krugman: sarà un suicidio
garantito, una «cura» che avrà l’unico effetto di stroncare il malato. L’intervista di Mario Draghi non lascia nessuna speranza: per il presidente della Bce, gli Stati dovranno consolidare le proprie finanze «puntando sulla riduzione della spesa pubblica», come se le amministrazioni pubbliche fossero aziende private, giustamente preoccupate dai passivi di bilancio, e non erogatori insostituibili di servizi essenziali, orientati da una «ragione sociale» che non è il profitto ma il benessere.
Un’epoca è finita per sempre, sembra dire Draghi: tanto vale prepararsi al peggio, come dimostra il dramma di Atene, che rende addirittura surreali i toni dell’intervista al «Wall Street Journal»: «Sono rimasto sorpreso dal fatto che non ci sia stata euforia dopo l’approvazione del piano di salvataggio per la Grecia», dichiara l’ex governatore di Bankitalia. «Ciò significa probabilmente che i mercati vogliono vedere le misure applicate.» A proposito di euforia: quella del popolo greco l’ha misurata direttamente la polizia antisommossa di Atene. I greci sono inferociti, e Draghi si preoccupa, naturalmente a modo suo: «Il rischio è la mancata attuazione degli impegni assunti dal governo di Atene», anche se resta la «fiducia» nel fatto che «i programmi saranno adottati sia dalla Grecia che dagli altri paesi rischio», come il Portogallo e l’Irlanda. Poi – sottinteso – potrebbe toccare a noi.iii
Spero che i nostri (pochi) lettori abbiano compreso pienamente le dichiarazione del maestro venerabile Draghi.
Dall’alto delle sue torri d’avorio, la Cabala Massonica Neoaristocratica (quel circuito latomistico reazionario che si raggruma attorno alle Logge a cui il Draghi è affiliato, «Three Eyes»,«Edmund Burke», «Compass Star-Rose/Rosa-Stella Ventorum», «White Eagle») vede con disprezzo democrazia e welfare e provoca da decenni colpi di stato e crisi economiche per ridurre drasticamente la popolazione mondiale, far estinguere il ceto medio e reintrodurre una società feudale di Padroni (loro) e Servi (noi).
Deve essere chiaro che le “riforme strutturali” tanto agognate dal framassone Draghi hanno un solo scopo: ridurre drasticamente diritti, ricchezza e aspettative di vita del ceto medio-basso italiano per parificarne il reddito e la durata di vita a quello dei miserandi del Terzo Mondo.
Dopo Giorgio Napolitano, anche il non meno Venerabile Mario Draghi ha espresso compiacimento per le iniziative in tema di lavoro messe in cantiere dal burattino fiorentino Matteo Renzi. Comincia a delinearsi con nitidezza il percorso coerente predisposto da alcuni esoterici architetti al fine di rendere peggiore la vita della maggior parte dei cittadini che vivono nel Vecchio continente. Esiste un evidente rapporto di causa ed effetto tra le politiche di austerità e la definitiva archiviazione dei diritti in capo alle classi abbruttite, neoschiavizzate e subalterne. Come faticano in molti a vedere, l’obiettivo finale dei massoni aristocratici e neonazisti che si riconoscono nelle mosse intraprese da un uomo pubblico come il potentissimo controiniziato Mario Draghi è proprio quello di ridisegnare la società in senso feudale. Una nuova nobiltà nera dovrà infine dominare una massa di straccioni piegati e fiaccati dalla paura e dal bisogno. La permanenza in vita di alcune garanzie poste a tutela del contraente debole impedisce il cristallizzarsi di nuovi rapporti sociali basati sull’antica dicotomia padroni-schiavi. Per quanto impaurito e minacciato, un uomo comunque coperto da un sistema di tutele in grado di custodirne il diritto alla vita non si ridurrà mai volontariamente in uno stato di assoluta e incondizionata sudditanza nei confronti di un proprio simile. Ma un uomo ridotto alla mercé di un datore di lavoro, inserito all’interno di uno Stato che depotenzia e annulla welfare e ammortizzatori sociali, non è più un uomo: si trasfigura in semplice oggetto, pronto per essere gettato nel fuoco una volta divenuto vecchio e inservibile.
La destabilizzazione del mondo Arabo ottenuta tramite la cosiddetta Primavera Araba, come le sedicenti Rivoluzioni Colorate europee (tutte finanziate dalla CIA, dal Dipartimento di Stato USA e dallo speculatore ebreo George Soros con Open Society Foundations e con la paraterroristica Otpor!) insieme all’invasione di Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina… hanno artatamente creato un’immane massa umana di centinaia di milioni di profughi che fuggono dalle guerre e destabilizzeranno l’intero continente europeo, provocando la morte di centinaia di milioni di autoctoni, i quali verranno sostituiti dai “migranti” meno esigenti in fatto di salari e diritti.
George Soros
Lo speculatore George Soros – caricatura
Il cabal-massone George Soros ha cofinanziato il golpe nazista in Ucraina per un solo scopo: mettere sotto pressione la Russia di Putin, una delle poche Potenze che si oppone al genocida Nuovo Ordine Massonico di cui gli Stati Uniti sono il principale servo armato, nell’ormai collaudato schema dello Sheriff and the posse comitatus con gli USA nel ruolo dello sceriffo e le colonie della NATO – come l’Italia – nel ruolo del posse comitatus.
Chiosa il giornalista John Pilger,
Negli ultimi diciotto mesi, il più grande accumulo di forze militari dalla Seconda Guerra Mondiale – pianificato dagli Stati Uniti – si sta attuando lungo la frontiera occidentale della Russia. È dai tempi dell’invasione di Hitler all’Unione Sovietica che la Russia non subisce una minaccia tanto evidente da parte di truppe straniere. L’Ucraina – un tempo parte dell’Unione Sovietica – è diventata un parco a tema della Cia. Dopo aver orchestrato un colpo di stato a Kiev, Washington controlla effettivamente un regime che è vicino e ostile alla Russia: un regime letteralmente infestato da nazisti. Parlamentari ucraini di spicco sono i diretti discendenti politici dei famigerati fascisti dell’Oun e dell’Upa. Inneggiano apertamente a Hitler e chiedono l’oppressione e l’espulsione della minoranza di lingua russa. Raramente questo fa notizia in Occidente, o la si inverte per sopprimere la verità. In Lettonia, Lituania ed Estonia – alle porte della Russia – l’esercito americano sta schierando truppe da combattimento, carri armati, armi pesanti. Di questa estrema provocazione alla seconda potenza nucleare del mondo non si parla in Occidente.
Icastico Maurizio Blondet sullo speculatore ebreo della fintasinistra americana, George Soros:
Fra questi moralizzatori, è impossibile dimenticare quello più attivo nel darci lezioni di umanità integrale: George Soros. Questo esempio per tutti noi, che in queste settimane sta arruolando a 15 dollari l’ora dei disoccupati americani (ne trova quanti vuole) perché interrompano con la violenza i comizi di Donald Trump-  la sua ultima lotta al “fascismo”  – è anche colui che ha approntato tutta un’organizzazione  per incitare i profughi siriani a venire in Europa in massa:   “Il nostro progetto – ha detto –  tratta la protezione dei rifugiati come obiettivo  e i confini nazionali come ostacolo”Soros ha praticato fin dalla prima giovinezza gli alti principi etici che  impartisce a noi. Quasi adolescente, nel 1944, nella natia Ungheria, già collaborò con Gestapo ed SS alla deportazione di 440 mila correligionari in due mesi. Prima, infilandosi nella “Judenrat”, ossia nel comitato che selezionava per i nazisti gli ebrei da arrestare e deportare; poi addirittura – grazie ai buoni uffici di suo padre Theodor Soros, da cui ha appreso tutto – mollando una mazzetta ad un funzionario del ministero dell’agricoltura, a vivere in casa di quest’ultimo. Si sdebitò aiutandolo a confiscare i beni dei giudei, che questi nascondevano; opera meritoria  da cui il nostro moralista   si indennizzò, ritagliandosi  qualche piccola mancia;  il primo capitale col  quale, andato dopo la guerra a  Londra e poi a New York,   diventò agente di Borsa.   Lasciando l’Ungheria sotto il tallone giudeo-bolscevico. Soros  infatti   aveva allora  un penchant anti-capitalista, ma non così  forte da indurlo a scegliere di vivere nel paradiso del socialismo reale.  D’altra parte si è convertito alla “Open society” predicata da Karl Popper, suo maestro ebreo e anticomunista.  Adesso è il  35mo uomo più ricco del mondo e si batte per le migliori cause: i diritti umani, l’aborto  legale, la droga  libera,  i diritti LGBT, primavere colorate nell’Est, demokràzia a Kiev, anti-Putin, anti-Trump,   la potenza  di Israele –  in breve:  il Bene contro il Male.
Nel 2011, nella trasmissione televisiva “60 Minutes”, della CBS,  il conduttore Steve Kroft  gli chiese se provava rimorso per quello che aveva fatto a suoi compagni di ebraismo magiari. “No”, ghignò lui: “Non c’era assolutamente alcun motivo che non lo facessi.  Se non lo facevo io, qualcun l’altro avrebbe portato via quei beni. Sicché, nessun senso di colpa”. Anzi, spiegò, “quello è stato il periodo più felice della mia vita”.
I cabalisti à la Soros destabilizzano decine di nazioni per liberare” immensi territori in Africa e Medio Oriente, ricchissimi di risorse naturali, su cui i CEO delle Multinazionali della Cabala Finanziaria Mondiale poseranno i propri adunchi e contorti artigli.
A fortiori ratione, lo ribadiamo, i cabalisti creano, grazie ai “migranti”, una poderosa massa di lavoratori a bassissimo costo da mettere in competizione con i nostri salariati, dalla Germania all’Italia, e il tutto a casa nostra! Per deflazionare i nostri salari e favorire i confratelli CEO appartenenti al Nuovo Ordine Massonico Mondiale.
Credete davvero che massoni come AndreattaivDraghiNapolitano, Ciampiv, Monti, Letta, ed affini queste cose non le sappiano? Allora perché la Boldrini, con la sua distopica prosopopea e la sua personale versione della grammatica italiana, parla di uno stile di vita, quello dei migranti, «che presto sarà il nostro stile di vita?»
Perché economisti insipienti o in malafede chiedono una rigida applicazione del “Fiscal Compact” e una rapida diminuzione del Debito pubblico italiano se non per accelerare il collasso dell’economia italiana ed incrementare esponenzialmente la mortalità precoce tra gli Italiani?
Abbiamo subìto quarant’anni di quisling europei che lavorano agli ordini delle loro Ur-Lodges massoniche, facendo irottamatori in conto terzi e venendo ripagati non – come meriterebbero – con processi a carico per alto tradimento e crimini contro l’umanità, ma con alte cariche private e istituzionali e relative, succulente, prebende.
Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e «nonno» della Grande privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. È il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue.
Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anni dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della «casta» corrotta della Prima repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa «tedesca», naturalmente all’insaputa degli italiani.
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Mario Monti – caricatura
È la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il blog «Byoblu». All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era «provincialismo storico»: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che poté. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno «remava contro» il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità» racconta l’ex superconsulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul «pizzino», scrisse la domanda decisiva: «Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?». Eccome: «Lui mi fece di sì con la testa».
Questa, riassume Galloni, è l’origine della «inspiegabile» tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I superpoteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filoaraba, in competizione con le «Sette sorelle». E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer, assassinato dalle «seconde Br»: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio, ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neobrigatisti:
«Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo Petrolio aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista «francese»: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica Stay behind (in Italia, Gladio) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana avrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.
Alla fine degli anni Ottanta, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da «prestatrice di ultima istanza» comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi «investitori» privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un «problema», ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».
Al piano antitaliano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione.» Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni Ottanta – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».
Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio della finanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – «promosso» nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale.
Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni Novanta «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il «motore» di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pier Luigi Bersani: quando era ministro dell’Industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca commerciale italiana, il Banco di Roma, il Credito italiano.
Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del Glass-Steagall act nasce la «banca universale», cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie speculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. È il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi:
«Grandezze stratosferiche», pari a sei volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose.» La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della «catena di Sant’Antonio», tenuti buoni con la storiella della «fiducia» nell’imminente «ripresa», sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».
Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici.
Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva a immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti.» Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di dollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».
Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il quantitative easing della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanza pubblica è stata «disabilitata» col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal compact e il pareggio di bilancio.
Per l’Europa «lacrime e sangue», il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa.» E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro.vi
(segue)

i Paesi dell’Europa del Sud.
ii Affiliato alla «Der Ring», Cfr. Gioele Magaldi, Laura Maragnani, “Massoni Società a responsabilità illimitata”, Chiarelettere Editore
iii “Siamo in recessione, Draghi: scordatevi la pace del welfare” libreidee.org.
iv Affiliato a “Three Eyes” e “Pan-Europa”, Cfr. Magaldi-Maragnani, op. cit.
v Affiliato a «Three-Eyes», «Montesquieu», «Atlantis-Aletheia» e «Pan-Europa», Cfr. Magaldi-Maragnani, op. cit.
vi “Italia, potenza scomoda:dovevamo morire, ecco come”, libreidee.org.
fonte http://www.isoladiavalon.eu/rottamatori-ditalia-seconda-parte/

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