sabato 16 maggio 2015

Arcari, Danesi e il “SOLOUVA” di Andrea Rudelli



C’è un drappello di uomini del vino  e fra essi anche qualche celebrità che non hanno mai dato grande importanza alla Franciacorta. Per questa sparuta minoranza  la zona spumantistica italiana di maggior successo è un’invenzione che non ha solide radici e profonde ragioni. Tutti sanno com’è andata e per certi nostalgici di una qualche “grandeur” non meglio identificata  il fatto di non poter contare su tradizioni ultrasecolari è un difetto irrimediabile. Questo atteggiamento tradisce un certo e intollerabile snobismo intellettuale. La storia dell’interazione fra uomo e Natura ha dimostrato ampiamente che quando c’è passione, competenza e soprattutto l’intento di insufflare d’anima  la traduzione in progetto dei propri sogni, i risultati sono sorprendenti. La tradizione contadina e la vocazione vitivinicola di certi territori sono valori assoluti. Tuttavia l’uomo è capace di compiere il miracolo: è Lui il demiurgo, l’artista, il facitore. E la Natura  sa accogliere e valorizzare l’estro creativo in essa investito. In Franciacorta è accaduto proprio questo. Lungi dall’essere la Champagne italiana, perché di Champagne ce n’è una sola ed è la regione vinicola francese assolutamente non replicabile altrove, la “mecca” dello spumante classico italiano ha una sua originalissima e variegata produzione che solletica domini diversi  del piacere organolettico. La freschezza e la franchezza sono le cifre più cospicue del profilo sensoriale degli spumanti franciacortini.  E’ lì che si vince la sfida con le bollicine di tutto il mondo, persino con quelle di altre aree spumantistiche nazionali quali  l’Oltrepò Pavese, l’Alta Langa o il Trento classico. Franciacorta è suadente solarità :qualsiasi imbrunimento quasi ne penalizza l’espressività. Quando si scimmiottano i francesi non si può che lasciarvi le penne: una qualsiasi “cuvèe prestige”  transalpina è di caratura inimmaginabile per qualsivoglia campione nostrano. Ma quando si punta ad essere diretta espressione di vitigno e terroir senza infingimenti, quando si rifugge dall’omologazione, ecco sorgere un’irripetibile combinazione che non teme confronti proprio in virtù della sua unicità. “Arcari e Danesi”  ha rappresentato  proprio questo : esempio paradigmatico della Franciacorta che ammalia. Così dovrebbe essere la bollicina lombarda che guarda il lago d’Iseo. A Marzo dell’anno scorso scrivevo quanto segue:
Siamo in Franciacorta e la coppia Giovanni Arcari e Nico Danesi da tempo ha sposato la causa della missione “TerraUomoCielo” in solido  con  il terzo, non esplicitato socio Andrea Arici, dell’azienda “Colline della Stella”. Il senso del progetto è quello di proteggere un’agricoltura enoica che sia complementare alla natura e capace di ricavarne un frutto intonso e puro da ritrovare poi nel bicchiere. Progetto ambizioso e rischioso, in quanto fare a  meno delle stampelle della tecnica enologica  convenzionale non vuol dire solo affrontare le problematiche della vinificazione in maniera alternativa ma  ingenerare un gusto sì pulito, sì fresco,sì tipico ma poco riconoscibile per papille gustative devastate da anni  di iper-sensazioni, da pulizie obitoriali  e da strutture mastodontiche. Il Satèn di Arcari e Danesi  rinuncia  allo zucchero in fase di tiraggio  ,il cosiddetto “metodo ancestrale”, e affina sui lieviti per tre anni. Dopo un ‘ulteriore sosta in bottiglia giunge al palato fresco e delicato, come una carezza . L’approccio gustativo gentile e misurato, i profumi lievi e il  tocco setoso ne fanno davvero una novità e  una bella scoperta.” Ma veniamo al presente. Siamo spettatori di una “prima” assoluta: l’Azienda Agricola SOLOUVA di Erbusco capitanata dal giovane Andrea Rudelli ed il suo omonimo vino spumante. Tecnicamente il suo  spumante bianco metodo classico da sole uve chardonnay provenienti da un appezzamento di 1,5 ettari presenta questa particolarità: si fa fermentare il mosto fino a fargli raggiungere la quantità di zuccheri residui che serviranno una volta in bottiglia per ottenere le  “atmosfere” e  i  gradi alcolici voluti. Si blocca quindi la fermentazione con il freddo in vasca e al tiraggio non si deve aggiungere nulla se non i lieviti. E’ la stura per una sorta di rifermentazione in bottiglia diretta. Per il dosaggio si aggiunge solo mosto preventivamente approntato. SOLOUVA ,di nome e di fatto, predilige dunque la piena maturità fenolica delle uve con l'ambizione di ottenere un vino che sia emanazione diretta di quel che la Natura ha generato senza l’interazione forzata dello zucchero (generalmente di canna ) che normalmente viene usato per la produzione del Metodo Classico nel “liquer de tirage” e nel dosaggio finale. Niente zuccheri aggiunti mai, in nessuna fase, con quel che ne consegue a livello organolettico in termini di immediatezza espressiva. Ecco dunque la nuova sfida di Andrea Rudelli. Lo spumante, prodotto in 10000 unità, affina 30 mesi “sur lie” a cui seguono alcuni altri in bottiglia dopo la sboccatura.
Rosario Tiso






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