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mercoledì 1 agosto 2018

OVERTURE VENEZIANA


I desideri, astratte entità che galleggiano nel mare dell’inconscio fra le sponde contrapposte di realtà e vagheggiamento, dopo averli fortemente voluti a volte si realizzano. Il sogno di un’ideale “overture” veneziana, cullato da tempo immemorabile, ha richiesto una lunga e laboriosa gestazione: quali scegliere, date infinite possibilità, fra i simboli e i luoghi che più di ogni altro esprimono la quintessenza della venezianità per costruire, come nella musica, un “incipit” adeguato e organico alla sinfonia di esperienze che da secoli suole chiamarsi Venezia?
Poi, come pilotato da uno spirito guida, il sogno si è avverato nel dono divino di una giornata indimenticabile intessuta di perfetta “poetica” veneziana.
Mi sono alzato presto al mattino passando per una piazza S. Marco se possibile ancora più suggestiva nell’incanto dell’ora deserta. Lungamente ne ho assaporato l’atmosfera illibata e intonsa prima di vedere dileguare il fascino più vero come ombra in fuga al sole della canèa di gente che montava. L’incanto si è fatto attesa. Dopo le 10.30, tassativo e storico orario d’apertura, mi son concesso una preziosa sosta all’Harry’s Bar. Non avevo mai trovato il coraggio di prendere un caffè in calle Vallaresso. Adesso, seduto al tavolo, con tazza e zuccheriera di pregio disposte davanti a me, con un bicchiere d’acqua con ghiaccio che non è scontato ricevere a Venezia d’accompagnamento al caffè, con l’atmosfera senza tempo di un locale fra i più “sostanzialmente” fascinosi del mondo, per una modica cifra ci si può sentire emuli di Hemingway per cinque minuti. Attenzione però all’abbigliamento. Al mattino hanno accettato i miei shorts (forse per distrazione o gentile concessione). Di primo pomeriggio ho subito l’onta di un cortese respingimento: è richiesto sempre e comunque il pantalone lungo.
Dopo un tuffo nei richiami letterari lagunari ho imboccato, oltrepassato campo S. Moisè, una delle “calli” più opulente della città: Calle Larga XXII Marzo. All’altezza di Calle delle Veste si gira quasi per istinto verso campo S.Fantin, dominato dalla magnifica architettura del Teatro “La Fenice”. Visitarlo è stata un’esperienza entusiasmante.
E’ una bomboniera tutta d’oro, ricca di una storia che il fuoco non ha cancellato, risorta più volte a mostrare il miracolo della sua armonica bellezza, della levità delle decorazioni murali, dell’intarsio mirabile degli stucchi, dell’eleganza delle rifiniture e lo splendore dei colori. Ogni particolare trasuda raffinatezza.
Il meglio del gusto veneziano stratificato nei secoli reso calda alcova per ospitare le eccellenze della musica, della lirica e del balletto. Un autentico “sancta sanctorum” dell’arte.
Nell’ampio e centrale Palco Reale, tutto luccicante di fregi e tessuti preziosi, un gioco di specchi crea una prospettiva dalla profondità infinita. Una magìa semplice ed efficace.
La vista che si gode da lassù è mozzafiato.
Finita la visita, senza permettere che l’incanto declini, occorre recarsi nel vicino campo S. Maurizio dove c’è il Museo della Musica.
Avvolti in sonorità vivaldiane, si può ammirare una ricca collezione di strumenti musicali di ogni epoca.
Lo spirito ne risulta saziato.
E’ l’ora meridiana: è il momento di prestare ascolto ai morsi della fame.
L’aperitivo richiama i “cicheti”, il “bianchetto”, in una parola: il “bacaro” veneziano.
Uno dei pochi rimasti autentici si trova oltrepassato il pittoresco ponte lìgneo dell’Accademia, in Fondamenta Nani: ”Vini al Bottegon”.
Quattro “cicheti” ed un bicchiere di bianco costano pochi euro. Tutto gustosissimo ed autentica cordialità.
Il pranzo richiede preparazioni culinarie più robuste. Nel vicino campo S. Vio c’è l’osteria “Al Vecio Forner”.
Per 30/40 euro si possono gustare i piatti della tradizione con un menù completo e un ottimo caffè finale.
Ritorno poi ad occuparmi dell’anima: nei pressi si trova la “Basilica della Salute”
Quando la più feroce pestilenza della storia decimò la popolazione della Serenissima(caddero vittime del morbo anche il Doge e il Patriarca ), la città fece voto solenne di edificare una chiesa in onore della Madonna per assicurarsene la protezione e all’uopo venne traslata l’icona di Maria dall’isola di Candia (l’attuale Creta).
Oggi il quadro troneggia in una cappella laterale della Basilica ed è oggetto di viva devozione. Non si può giungere a Venezia senza andare in pellegrinaggio alla chiesa più amata dai veneziani.
Fuori dalla Basilica si delinea il profilo di “Punta della Dogana”. Lì, dove campeggiava e adesso rimossa uno dei nuovi e fotografatissimi simboli della città, la scultura del candido fanciullo reggente la rana dei suoi giochi o delle sue sevizie, ho bevuto all’orizzonte visivo più celebrato, più spettacolare, più variegato, più ampio e affascinante di Venezia.
Il tramonto incombente non poteva che sopraggiungere gravido di nostalgia. Venezia, luogo che più ricco al mondo di manufatti artistici non è possibile immaginare, aggiunge preziosità ai suoi tesori. Gli allestimenti creativi ospitati nel museo “Punta della Dogana” rappresentano le avanguardie della genialità figurativa del mondo.
Sede permanente della collezione di Francois Pinault, il museo ospita il percorso “Mapping the Studio”.
Dagli universi privati degli artisti ospitati in esposizione, descritti in tracce di illuminanti didascalie, si approda alla generalità dei sentimenti e delle inquietudini dell’uomo contemporaneo con le sue contraddizioni, con i suoi irrisolti snodi esistenziali, la sua sete di verità e di libertà. Sarebbe vano e inutile riepilogare in un classico elenco di opere quanto è ospitato in questo museo.
Più che da rammentare nozionisticamente e da guardare sono opere esperienziali, ambienti da vivere, pieni e vuoti da sperimentare, luci ed ombre da penetrare, sfide intellettuali da sostenere, percorsi visivi da compiere, istinti ancestrali da evocare. Nell’escursione spirituale brividi emozionali percorrono i sensi e l’occasionale contrappunto di vedute spettacolari che si offrono da ampi finestroni dislocati un po’ ovunque accresce la centralità del luogo.
Nel cuore di Venezia, nel cuore del mondo.

Rosario Tiso





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