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domenica 22 febbraio 2015

Un viaggio paziente


Un viaggio paziente
che cerca di vedere,
fa nascere
una descrizione amorosa.
In un certo modo,
al di là della
ricorrenza amorosa,
l'universo,
sembra aprire
le sue braccia.
E un attraversamento
degli occhi,
del cuore,
del vestire intellegibile
ed eterogeneo
legato alla visione...
Il contrario
non è l'universo,
votandosi
all'insieme...
l'amore prende forma.


 Alfredo d'Ecclesia

L'Ucraina si prepara ad una "guerra su vasta scala" con la Russia e chiede armi all'Occidente

Le scioccanti dichiarazioni alla CBC: "tutti hanno paura di combattere contro uno stato nucleare. Noi non più”

“Non vogliamo spaventare nessuno, ma ci stiamo preparando ad una guerra su ampia scala". Lo ha dichiarato Vadym Prystaiko, vice ministro ucraino alla CBC, durante un'intervista scioccante.
“Quello che ci aspettiamo dal mondo è che il mondo tiri la spina dorsale un po' su”.
Chiedendo all'occidente di fornire “armi letali", Prystaiko ha poi proseguito in questo modo: "tutti hanno paura di combattere contro uno stato nucleare. Noi non più”.
Parliamo di un vice-ministro - del governo fantoccio degli Stati Uniti, del FMI e dell'Ue è vero. ma sempre di un viceministro – che minaccia una guerra su larga scala in Europa contro una potenza nucleare.
Il tutto dopo gli accordi di Minsk della settimana scorsa e dopo che Berlino aveva assicurato che non sarebbero più arrivate armi a Kiev.
Prystaiko prima di accettare questo incarico era stato per alcuni mesi ambasciatore in Canada. Quel Canada, non a caso, che per primo aveva oltrepasato la linea rossa e portato la Nato nel conflitto.
“Dobbiamo fare qualcosa. La posta in gioco è veramente molto alta: non vogliamo spaventare nessuno, ma siamo pronti ad una guerra su larga scala”.
Queste dichiarazioni seguono il Summit di Minsk ormai naufragato e il monito chiaro di Putin: “se Kiev cerca una soluzione militare, la guerra non finirà mai”.
Ci stiamo avvicinando al peggiore scenario possibile della crisi ucraina iniziata esattamente un anno fa con il colpo di stato organizzato dagli Stati Uniti con l'obiettivo di portare la Nato ai confini della Russia.
Con la tensione che continua a crescere in questo modo, Renzi, Gentiloni e Mogherini continuano a navigare nella loro inutilità certificata, incapaci di "tirare su la spina dorsale" e si schieri contro questa folle politica estera americana e Ue.
Non è il tempo di sudditanza per il bene della pace in Europa.

Locanda Bosco San Cristoforo



C’è un posto nel bosco, tra Motta Montecorvino e San Marco La Catola in provincia di Foggia, che profuma di antico e di cose buone, riluce di bellezza e di integrità, trasuda umanità ed autenticità: la “Locanda Bosco San Cristoforo”, ex  “Greentime”. Il verde, “green”, è il suo colore. Il colore del manto arboreo che l’avvolge da più parti; il colore della speranza del suo “patron”, Giuseppe di Iorio, di conservare “puro” uno spicchio di mondo per potervi svolgere un’esistenza naturale insieme ai suoi amici. Perché alla “Locanda Bosco San Cristoforo” è difficile restare clienti. Sei rapito da un sottile fraseggio interiore al primo sguardo, di persone che ti guardano negli occhi. Ogni fortilizio formale cede di schianto:vuoi partecipare di quell’empatia! Dell’ultima volta alla Locanda, ricordo di un’uva pigiata coi piedi per dar vita ad un vino particolare, il “Fraccato”. Perché presso la Locanda ha sede un’azienda agricola biologica e il “Fraccato” è il frutto più pregiato del “vitarium” aziendale. Alcuni giorni dopo la festa della pigiatura ricordo che promossi  una degustazione dei vini della Locanda. Come antefatto  procedemmo  allo stappo,o per meglio dire alla sboccatura,di una falanghina spumantizzata realizzata col metodo classico in quel  luogo remoto e silvano. Lo “champagne” si chiama “Breccioloso”;il luogo della vigna è nei pressi  del Bosco di S.Cristoforo,sul limitare della provincia di Foggia che occhieggia al Molise. Lo trovammo  coralmente intrigante:bella sapidità,bella acidità,per nulla banale. Vale la pena perciò spendere ulteriori   parole. L’azienda produttrice, come già detto, si chiama “Agricola Biologica Belvedere” ed è una creatura di Giuseppe di Iorio, assicuratore prestato all’agricoltura dalla sua immensa passione per il vino, come la “Locanda Bosco San Cristoforo” che la ospita. Tre i vini prodotti: il ROSSO MALVONE ,aglianico in purezza ottenuto senza diraspare,il FRACCATO,rosato da uvaggio in vigna di uve bianche e rosse come vuole la tradizione e impreziosito da un’arcaica pigiatura con i piedi e infine il BRECCIOLOSO ,falanghina spumantizzata secondo i dettami del metodo classico ma senza sboccatura. Proprio l’esigenza di liberarsi delle fecce suggerisce una procedura artigianale di  “degorgement” : ad uno strato di cubetti di ghiaccio di qualche centimetro posto in un contenitore qualsiasi si aggiunge del sale grosso che funge da moltiplicatore dell’azione di raffreddamento del ghiaccio. La bottiglia si inserisce “di collo” nel ghiaccio e dopo mezz’ora di freezer ecco palesarsi un cilindretto di ghiaccio sotto il tappo a corona privo di “bidule”. L’apertura della bottiglia e la spinta dell’anidride carbonica liberano il cilindretto che imprigiona i lieviti morti e restituiscono un prodotto limpido e pronto alla beva. Da tempo non vado alla “Locanda”. Ma è il momento  di ritornarci per rinverdire la pervicace  voglia di sano e di salubre che alberga in ognuno di noi.
Rosario Tiso

sabato 21 febbraio 2015

Svelato il progetto contro l'essere umano. Quello che "loro" vogliono fare agli uomini.


''LORO'' fanno sempre scegliere a te il modo di schiavizzarti e di sfruttarti fino alle estreme conseguenze...e' una legge universale a cui devono anche LORO sottomettersi anche se non te lo dicono, ma tu devi scegliere e cioe' devi dare il tuo assenso a tutto cio' che ti riguarda e cosi' che hanno escogitato i modi piu' subdoli per estorcertelo ma in primis hanno cercato di bloccare la possibilita' che tu possa negare questo consenso, addormentandoti la coscienza, cloroformizzando il tuo vero Te Stesso...non vogliono farti capire chi sei...


"La Lanterna" di Mattinata



Nell’approssimarci  al ristorante “La Lanterna” di Mattinata poco o niente faceva  presagire una cucina così magistralmente interpretativa della quintessenza storica  ed emozionale del cibo territoriale. Ma l’amico e sodale di bevute  che era con me  mi aveva avvertito:chi non è avvezzo (ma anche chi lo è…)a preparazioni culinarie “daune”  dovrebbe mangiare tutto quello che con maestria lo staff  reca ai tavoli con ritmo rapido e incalzante.
Il locale si presenta carino,lindo e accogliente,di chiara impronta mediterranea,con il bianco e l’azzurro a colorare i pensieri. Troppo spesso ci imbattiamo,nelle nostre scorribande gastronomiche,in luoghi  ameni che faticano a centrare la sufficienza qualitativa,specie in località turistiche di una qualche rilevanza. E qui siamo nel cuore dell’enclave garganica. Troppo spesso si dipana sulle papille gustative dell’avventore di passaggio il “compitino” dei piatti della correttezza e della prevedibilità,rassicurante e banale. Qui,al contrario,tutto trasuda genuinità e rivela un atteggiamento di “resistenza” ad ogni omologazione. Dove è possibile,oggi ,ritrovarsi a gustare tante minute prelibatezze come quelle sciorinate dalla cucina de “La Lanterna”? Dalle zucchine fritte alla mozzarella secca ,dalle  “crudità” di mare a delicate preparazioni di pesce fritto o al forno è tutto un tripudio di sapori. Fino alla regina incontrastata della tavola ,la pizza,fatta di volta in volta con lievito “madre”. Saporosa,croccante,con i pomodorini che sanno di pomodorini,con aromi che richiamano alle radici della mediterraneità,con una tessitura leggera e fragrante che si riverbera lieve sul portato complessivo delle libagioni fino a farti credere di poterne mangiare “ad libitum”.
Ancor più sorprendente l’offerta dei vini e delle birre. Quasi un luogo di confine nella sua essenziale nudità,”La Lanterna” offre possibilità enoiche che si farebbe fatica a rintracciare anche in una grande città. Soprattutto per la qualità  nella  varietà. La scelta dei  vini è caduta  su di un binomio inedito e intrigante:Petit Chablis 2010 di Billaud-Simon e l’Alfiere  bianco senza dosaggio,metodo classico di Croci,anch’esso figlio del millesimo 2010.
Il primo sprigiona  didatticamente al naso “nuances” di pietra focaia ,espressione del terroir dell’isola chablisienne ,sospesa fra Borgogna e Champagne. Il colore vivo e brillante racconta la cura profusa dal suo facitore  in ogni fase della sua realizzazione. E’ una beva piena e appagante. Con l’Alfiere  di Croci le correnti gravitazionali del gusto ci issano  sul pianeta “Ortrugo”. Misconosciuto vitigno dell’oltrepò piacentino,in versione spumantizzata con rifermentazione in bottiglia è stupefacente. Solo mille esemplari di puro godimento. Un’acidità abbondante,insieme sapida e minerale,è la cifra degli champagne o metodo classico verticali e tesi molto apprezzati  in questi tempi. Ma c’è chi preferisce gli champagne classici,dai profumi biscottati e mielosi,dalle sfumature odorose di spezie,di  marmellate,di brioche,dove il lavoro dei lieviti è un’ombra olfattiva irriducibile. Ebbene,nell’Alfiere  ogni gusto trova di che deliziarsi. E l’autoctonìa dei lieviti lascia un’impronta che presto diverrà inconfondibile per gli appassionati. Futuro  radioso attende la creatura di Croci,stella fulgente nel firmamento enoico  di “Les Caves de Pyrene”.
Ah,”La Lanterna”!
Più che in un ristorante  ,sembra di entrare  in una fucina  del gusto dove c’è  voglia di sperimentare e provare  cose nuove in un clima che rasenta sovente la festosità.
C’è una certa “calda” atmosfera che si respira.
Lo sguardo deciso  e sincero del “patron”   fa da contraltare all’aereo servizio  di una fanciulla che non dà mai  l’impressione di essere in affanno ma sembra scivolare ,quasi a sfiorarti,frusciante e leggera  fra i tavoli.
Stremati  dall’ingente portato calorico avremmo avuto bisogno di un caffè. Ma sono arrivati  i dolci ad aggiungere una  ulteriore,esponenziale frazione  di piacere.
Chi si reca a Mattinata cercando una tavola gourmet è certo che qui la trova e senza quel sussiego tipico di chi crede di lambire l’eccellenza.
E questo è, ve l’assicuro, la ciliegina sulla torta.
Rosario Tiso






giovedì 19 febbraio 2015

Della vita degli oggetti


Della vita degli oggetti
La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.
E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?
Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.
Adam Zagajewski, Della vita degli oggetti,

mercoledì 18 febbraio 2015

L'isola



La definizione di “vino naturale” non è subordinata all’espressione di determinati requisiti organolettici e non scaturisce solo dall’inutilizzo di prodotti chimici . La  questione è molto più ampia e complessa. Quel che si gioca nell’adoperare il termine “naturale” è una partita culturale, filosofica e spirituale che attiene all’interazione fra uomo e Natura.  Quando l’uomo abbandona la supponenza e l’arroganza della scientificità e la scienza si spoglia della sua rigida armatura dogmatica e diventa ascolto, osservazione e attesa, si sviluppa un’osmosi fra le tensioni naturali del creato e le dinamiche esperienziali delle creature e la terra e i suoi frutti iniziano a parlarci e a raccontarci storie. Anche quando si tratta semplicemente di fare “vino”. Pertanto elemento fondante di qualsivoglia rinascimento enoico non può che essere la figura del “vigneron”. Termine pressoché intraducibile ma che amerei veder utilizzato nel senso di “contadino illuminato”, è il demiurgo che plasma la materia vivente insufflandola del suo spirito, partecipando così dello spirito del mondo. E la Natura risponde da par suo. Da viti ubertose, allevate in vigneti profumati e colorati come giardini, si dipartono radici tortuose che attraversano il terreno solcandolo strato per strato, fino a lambire la roccia madre e a suggere i minerali più reconditi. Ne scaturiscono vini dalla vibratile energia, umorali e dinamici fino ai prodromi della scompostezza, ma succosi, golosi, stimolanti. Nell’ambiente colto e raffinato, come pure caldo e informale, del ristorante-vineria “L’Isola” a Foggia, abbiamo incontrato uno dei protagonisti di quest’eroica e antica rivoluzione: Raffaello Annichiarico. Stiamo parlando dell’azienda vinicola “Podere Veneri Vecchio” di Castelevenere,il comune più vitato d’Italia,in provincia di Benevento. Raffaello, che di mestiere fa l'agronomo, è diventato produttore quasi per contiguità e necessità interiore. Dopo aver comprato casa senza un vero progetto ,ha cominciato a relazionarsi con le vigne vetuste d’intorno e presto è scoppiata la scintilla:la voglia di farne scaturire vini “veri”.  Innanzitutto non ha modificato le tradizionali vigne miste, che erano consuete in un’arcaica forma di viticoltura prudente e quali-quantitativa. Tutti i suoi vini infatti, pur essendo dei blend, vengono da un unico vigneto. Ma poi si è fatto irretire da una sfida: recuperare lo Sciascinoso. Da qui il “Frammenti di Terra” ,uno dei vertici gustativi della sua produzione. Tutto questo sotto l’egida del vero trionfatore e padrone della scena: il Tempo. Sì, Raffaello ha fatto del “tempo”  il vero protagonista di ogni sua azione. Ha scelto infatti di “stare in attesa” accordandosi ai ritmi e al modus operandi della Natura senza la propensione ad intervenire, aggiustare, correggere, coartare, sicuro di  ottenere  risposte  agli innumerevoli interrogativi incontrati lungo il cammino…e non solo squisitamente agronomici…che si allineassero al personale e  primigenio sogno organolettico. Il vino è diventato così percorso subliminale, strumento di crescita e d’avventura. Accompagnati da valenti preparazioni gastronomiche realizzate dallo chef del ristorante-vineria “L’Isola”, abbiamo assaggiato diversi vini del “Podere Veneri Vecchio” .Per cominciare il “Tempo dopo Tempo”  2012 da uve” grieco”  ( imparentate col trebbiano) e cerreto(una sorta di Malvasia di Candia). E’ il vino che meglio racconta la poetica di Raffaello. Fresco, tagliente ,immediato. Carico degli umori macerativi dell’uva. Schietto come di gioventù baciato. Goloso e digeribile. Il paradigma di quello che vuol produrre “Podere Veneri Vecchio”. In una progressione proustiana si  è passati al    Bianco Tempo 2011(grieco/cerreto)  che è risultato diverso dal primo campione, un po’ più composto e maturo. Il “Rutilum” 2011 ha segnato l’accesso ai rossi. Sangiovese e Barbera del Sannio(vitigno autoctono campano) per un blend insolito e a tratti spigoloso. C’è nerbo selvaggio e la beva pullula di aritmie gustative. Va atteso  al centro della bocca per una placida ricomposizione. Con il “Perdersi e Ritrovarsi” 2010,uvaggio di aglianico e piedirosso, si è cambiato registro. Legni autoctoni e qualche rotondità rassicurante. Botto finale con il  dolce accompagnato dal “Rutilum” 2000. Non sapevamo cosa attenderci. Nel bicchiere un’ambrosia densa eppure lieve,calda per quanto  austera,ci ha sorpresi. Il “Rutilum” è frutto evolutivo puro. Un tannino sottile e presente ancora lo sostiene. E in quel di bocca appaga. Chapeau.
Rosario Tiso