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lunedì 9 marzo 2015

‘Ndrangheta, Emilia e tempo di saldi

Che le mafie fossero arrivate in Emilia-Romagna, si sapeva da tempo anche se la sottovalutazione, soprattutto politica, è stata clamorosa. Che la criminalità organizzata fosse così forte e radicata si è però preferito non dirlo, forse nemmeno pensarlo. Anche ora che la prima grande inchiesta, Aemilia, ha squarciato silenzi e tentativi di ridurre la portata dell’insediamento mafioso, non si sprecano certo le reazioni di rilievo. Tacciono, o emettono aria fritta, le istituzioni, ma anche gran parte della cosiddetta “società civile”. Comunque finisca l’inchiesta, quel che s’è saputo su alcuni reati – dagli appalti ogni tipo (anche quelli per togliere le macerie del terremoto e per la ricostruzione) alla compravendita di voti, all’occultamento di rifiuti pericolosi – cambia per sempre l’idea di una Emilia relativamente felice nella legalità, nell’antico e sano riformismo e nella ricchezza pulita che deriva solo dal lavoro e dall’ingegno. Un libro, una lettera censurata e le sensazioni di un giornalista emigrato nel secolo scorso in una terra irriconoscibile
di Daniele Barbieri - 1. Ogni tanto (di rado) anche «Repubblica» fa la cosa giusta. Così in edicola arriva – sono 380 pagine per 6,90 euri – «‘Ndrangheta all’emiliana» pubblicato d’intesa con le tre «Gazzetta» di Mantova, Modena e Reggio e con «La Nuova Ferrara». Non so dire se il libretto sia reperibile in tutta Italia; penso di sì, io a Imola l’ho trovato. E merita la spesa. Il sottotitolo spiega: «Infiltrazioni e complicità: i documenti d’accusa della magistratura». In effetti «l’ordinanza» occupa quasi tutto il libro, completato da due articoli iniziali di cronaca, da tre brevi – e un po’ ripetitivi – commenti “a caldo” più un’intervista a Nicola Gratteri e un articolo (chissà perché intitolato «Gli articoli») di Rossella Canadè sui legami dell’inchiesta emiliana con Mantova.
Che le mafie fossero arrivate in Emilia-Romagna si sapeva da tempo anche se la sottovalutazione (soprattutto politica) è stata clamorosa. Ma che la grande criminalità organizzata fosse così forte, così radicata… si è preferito non dirlo, nemmeno pensarlo. Con qualche eccezione (Libera principalmente) il gioco a minimizzare è stato totale. Certo se Giovanni Tizian, un giornalista viene minacciato di morte e finisce sotto scorta se ne parla, ma finisce lì. In pochi cercano di vedere se i molti tasselli che salgono in superficie compongono un quadro, lasciano intravedere la parte nascosta del gigantesco iceberg. Anche ora che l’operazione «Aemilia» (con 117 arresti, quasi tutti in Emilia) ha squarciato silenzi e minimalizzazioni non si registrano reazioni di rilievo. Finora tacciono – o emettono aria fritta – le istituzioni e purtroppo anche gran parte della “società civile”. Eppure, comunque finisca l’inchiesta, quel che si è saputo cambia definitivamente l’idea di un’Emilia relativamente felice nella legalità, nel suo antico e sano riformismo, nei valori diffusi, nella ricchezza “pulita” che deriva dal lavori e dall’ingegno anziché dai crimini più odiosi.
In galera finiscono i capi e gli emissari della cosca calabrese – di Cutro per l’esattezza – Grande Aracri ma anche molti «insospettabili», come si dice (il termine è sbagliato ma lasciamo perdere): manager, politici, giornalisti… Qualche nome? Marco Gibertini, giornalista di «Tele Reggio» appoggiò con i suoi servizi la ndrangheta reggiana. Giuseppe Pagliani, esponente importante, di Forza Italia-Pdl, organizzò lo scambio di voti con la cosca. La storica azienda modenese Bianchini Costruzioni abbandonò l’amianto anche in aree verdi e scuole. In cella anche l’imprenditore Giuseppe Iaquinta ma fa quasi più notizia che sia il padre di un famoso calciatore). E si potrebbero aggiungere moltissimi (tristi) eccetera.
I crimini? Intimidazioni, estorsioni, pizzi e usura ovviamente. Ma soprattutto i reati più gravi: appalti di ogni tipo, anche per togliere le macerie del terremoto e per la ricostruzione; la compravendita di voti (almeno 7 candidati a sindaco coinvolti); occultamento di rifiuti pericolosi. Spesso – si legge nell’Ordinanza – non c’è bisogno di armi per ottenere qualcosa, basta “ungere”. La rete è collaudata, estesa, solida.
Il cuore dell’inchiesta è Reggio (in Emilia non in Calabria) con Modena e Parma coinvoltissime ma ce n’è anche per Piacenza, per Mantova (il sindaco Nicola Sodano è indagato) con propaggini a Verona. E a Roma dove un giudice della Cassazione, non ancora identificato, era collegato con esponenti massoni ma anche con un monsignore della Diocesi… tanto per chiudere il quadro.
Nell’«ordinanza» c’è anche un paragrafo sulle talpe, cioè poliziotti e carabinieri che passavano informazioni alla ‘ndrangheta emiliana; fra loro spicca Domenico Mesiano, autista del questore di Reggio Emilia e addetto stampa della questura
ndranghetaBLOGUn bel libretto.
A essere pignolo direi che i giornalisti potevano aggiungere un indice e magari qualche nota per facilitare la lettura spiegando a esempio che Dda è Direzione Distrettuale Antimafia e che Roni non è parola giapponese ma sta per «Reparto operativo nucleo informativo» (dei Carabinieri). I magistrati usano normalmente queste sigle ma ai più restano ignote. A essere ancora pignolo direi che l’immagine – quella che ho preso anche io – in copertina del libro è efficace ma molto ambigua perchè da mo’ le mafie si son tolte la coppola… Ma sono appunto pignolerie. Il libro è meritevole, indispensabile addirittura. E’ da sperare che adesso i giornalisti nazionali e locali non mollino la presa: soprattutto contro gli evidentissimi tentativi di “rimuovere” – e se possibile di “insabbiare” – il più possibile questa inchiesta.
2. Se non sbaglio sui giornali di Reggio Emilia è apparsa una sola lettera a proposito dell’inchiesta sulla ‘ndrangheta. Questa (che ho dovuto ricopiare perché in rete non l’ho trovata) sul «Carlino Reggio» firmata da Gabriella Lusetti. C’era in fondo il commento del giornalista che diceva di avere cassato una frase per evitare di andare in galera. Oooooh. Interessante il taglio. Interessantissimo che venga conclamato. Mi ripeto, anzi raddoppio: oooooh e oooooh.
Eccola.
«Avremmo voluto ascoltare una dichiarazione dell’Anpi, del Sindacato, delle associazioni di volontariato, della Chiesa, delle Donne in nero, del centro sociale Aquarius, della Federazione anarchica e, perché no?, di Casa Pound. Avremmo voluto ascoltare una condanna forte e chiara della penetrazione mafiosa a Reggio Emilia. E invece abbiamo ascoltato il silenzio colpevole di questa città omertosa. Tutti zitti nella città del rosso colore che tutt’Italia voleva essere uguale, la città di Prampolini e del movimento cooperativo. E non c’è nemmeno stata una manifestazione, una fiaccolata, una processione. Niente di niente e meno ancora. Non parlano i vecchi e non parlano i giovani, presi come sono dall’happy hour serale a base alcolica che in questa terra, antropologicamente parlando, fa tendenza e fa cultura. Mai come oggi ricordare i fratelli Cervi e i morti ammazzati del 7 luglio 1960 non è altro che inutile retorica. A Cutro Reggio ha dedicato una strada. Però ha dimenticato l’altra Cutro, quella della ‘ndrangheta e, complice per avidità di denaro e di potere, l’ha lasciata fare. E allora noi vorremmo sapere i nomi dei politici, degli amministratori, dei professionisti, dei burocrati che hanno permesso questo scempio traendone vantaggio personale. Noi vorremmo che chi sa parlasse. Noi vorremmo giustizia. E intanto Reggio s’imbruttisce e s’abbrutisce, lasciata a se stessa, trascurata e mortificata, senza più quel senso civico che la faccia urlare di sdegno contro chi ha messo le mani sulla città. Ma a chi importa, questo è tempo di saldi».
Tempo di saldi, scrive Gabriella Lusetti. E di soldi ovviamente.
3. Non ho approfondito ma lo farò. Appena possibile leggerò anche «EMILIA ROMAGNA COSE NOSTRE 2012-2014. Cronaca di un biennio di mafie in Emilia Romagna»: è un dossier realizzato dalla collaborazione fra Gaetano Alessi, il Gruppo antimafia Pio La Torre e il Gruppo dello Zuccherificio. Ne ho avuto notizia, e mi pare significativo, perché a Imola lo ha presentato il centro sociale «Brigata 36». Si presenta come una ricerca e non un’opera letteraria, come una “cassetta degli attrezzi”; altre info sono qui:
Fuori-la-mafia-da-reggio
Il Movimento 5 Stelle chiede le dimissioni del consigliere reggiano Pagliani di Forza Italia
Delle mafie in Emilia-Romagna qualcosa di interessante hanno raccontato alcuni romanzi, in particolare – qualche giorno fa l’ho ricordato in bottega: La ‘ndrangheta è a Reggio… ma in Emilia – la trilogia del bravo (ma sconosciuto) Antonio Fantozzi: letteratura certo ma significativa, soprattutto se il giornalismo è “distratto”. Per esempio a Reggio (Emilia) ci sono tre quotidiani: l’edizione locale del «Carlino», uno della Curia e quello repubblicano di De Benedetti. Al di là dei singoli casi – ci sono giornaliste/i stimabili ovunque – le direzioni (cioè le proprietà) dei tre giornali non sono apparse interessate a indagare sulle mafie locali, spesso si sono “appassionate” più a quella in arrivo dalla Cina … vera o “esagerata” che essa sia.
Lasciando per un attimo la criminalità e passando alla “politica” – ma si sa che i confini diventano spesso incerti – un amico “maligno” mi ricorda che in un articolo su «Repubblica», a firma Statera, si parla di Antonella Spaggiari come cavallo di Troia per conto di Berlusconi. Ma questa è una spiegazione politica. Se pure non c’è un collegamento automatico – intendo del signor P2-1816, della sua Forza Italia e annessi con le mafie – è però evidentissimo che le scelte politiche del berlusconismo e di chi si allea con lui MAI vanno nella direzione di combattere davvero le mafie e di sostenere quella parte (minima, a quel che capisco io) della magistratura e delle “forze dell’ordine” che davvero le combattono. Per questo temo che si cercherà di «insabbiare» questa inchiesta. Politicamente lo si sta già facendo. Un amico saggio commenta così: «Fa una certa impressione perché questa terra ha sempre condannato gli insabbiamenti (quando erano democristiani e affini) e ora li sollecita. Si sceglie la ragion di Stato, la Ragion di Partito, secondo l’assunto che i panni sporchi si lavano in famiglia, come fa la Chiesa, che poi è un modo per dire che non si lavano affatto, e semmai si sporcano di più. Per questo temo che le varie mafie continueranno a fare affari, penetreranno sempre di più nel tessuto cittadino, informeranno di sé sempre più le istituzioni civili, e via di seguito».
Ha ragione il mio amico, di solito saggio? Ha ragione Gabriella Lusetti che «è tempo di saldi» e non importa a nessuno? Cosa possiamo fare?
E siccome queste domande generiche dovrebbero sempre chiamare in causa anche chi le fa… io per quel che mi riguarda – nel mio piccolo, piccolissimo – posso aggiungere solo due cose. La prima è ovvia: questa bottega è aperta ad allargare il discorso. La seconda mi chiama in causa come direttore responsabile (per caso) della rivista reggiana «Pollicino Gnus»: chiederò alla redazione – mi pare che in tanti anni sia la seconda volta che intervengo nelle loro scelte – anzi sto già chiedendo di fare un numero sulla criminalità reggiana, su chi la sostiene e su chi la combatte.
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POST SCRIPTUM
Nel libro citato all’inizio («Ndrangheta all’emiliana») c’è un’intervista a Gratteri. Mi colpisce questo virgolettato iniziale (poi lasciato cadere): «Il confino dei mafiosi al Nord? E’ stato il più grosso errore del legislatore italiano nella sua storia». Nella mia ignoranza “giuridica” l’ho sempre pensato anch’io. Un errore talmente grande da indurre in cattivi pensieri. E l’hanno sempre pensato “terroni” e “terrone” che conosco: emigrate/i al Nord, per i più vari motivi, si sono sentiti addosso anche il peso dei confinati per mafia. Sarò stupido ma davvero non capisco: un errore così grande e lungo tanti anni può essere solo un errore? Qualcuna/o mi spiega?

sabato 7 marzo 2015

Clos de Vougeot



Qui si fa la storia.
Non quella universale,enfatizzata dei grandi uomini e delle grandi vite. Piuttosto quella
segreta,marginale,periferica delle nostre piccole esistenze, così discrete e così straordinarie, di bevitori rampanti.
Un amico argentino ( il carissimo Josè Lauda)  mi ha procurato una bottiglia di FINCA ALTAMIRA 2003 di Achaval Ferrer .Somma creazione di Roberto Cipresso,è un Malbec in purezza considerato tra i  migliori  vini del sudamerica dall'autorevole rivista americana Wine Spectator. Numeri da brivido: vigne di ottant'anni e resa di soli 12hl/ha. Se si pensa che per il Romanèe-Conti si arriva fino a 25hl/ha!!
Dopo lunga e amorevole conservazione un simile campione attendeva di essere stappato. I convenuti non potevano che risultare tra i più agguerriti degustatori che il wine-bar Cairoli possa vantare: Marco Rinaldi, Michele Varraso , Antonio Lioce e Rosario Tiso.
Si è subito posta una questione:quali bollicine accostargli per ammostare,pulire,rinfrescare,tonificare le papille gustative chiamate ad un compito così piacevolmente impegnativo e gravoso?Abbiamo pensato ad un fuoriclasse d'oltralpe. Perchè, quando il dialogo si fa eccelso,un campione ne chiama un'altro per naturale interpunzione.
Purtroppo la schiera delle sfavillanti gemme della champagne in dotazione al wine-bar Cairoli è stata pesantemente falcidiata negli ultimi tempi. Al momento attuale son rimaste solo due bottiglie,peraltro di gran classe:la cuvèe Gabriel 1998 di Gosset-Brabant e la cuvèe 555 di Voirin-Jumel. Avendone già assaporato le qualità e magnificato i pregi e desiderando fortemente la novità,lo sguardo è migrato fatalmente altrove.
E qui è entrata in gioco la coppia Marco e Michele ed il loro mitico "cilindro" enoico:è venuta fuori una bottiglia GRAND VINTAGE COLLECTION MILLESIME' 1995 di Moet e Chandon.
E,soprattutto,la vera star della serata, di cui parlerò diffusamente più avanti.
Un Marchese di Villamarina 1996 di Sella e Mosca,cabernet sauvignon mediterraneo di solito splendido,ha completato la serie di bottiglie stappate.
Ne è venuta fuori una serata memorabile che ha ingenerato una gamma pressochè completa e didattica di sensazioni gustative. Procediamo dal basso.
Delusione per il "Marchese".Il campione,probabilmente mal tenuto visto l'abituale livello di eccellenza di questo storico vino sardo,pur decantato con largo anticipo,alla prima olfazione ha mostrato tratti estranei a qualsivoglia derivato dell'uva. Sembrava di aver messo il naso in un negozio di ferramenta o, peggio ancora, di percorrere la banchina maleodorante di un vecchio porto!All'unanimità è stato definito "da lavandino",subendo l'omonima sorte. Ad aprire le danze è toccato perciò al Moet.
Ecellente. Archetipico.
Un coacervo di belle sensazioni al pari dell'antipasto che lo ha corredato:crostini caldi con caviale iraniano(qualche purista storcerà il naso per l'abbinamento!).
Poi è stata la volta di uno splendido caciocavallo podolico del Gargano a cui è stato assegnato il compito di reggere l'urto del poderoso Finca Altamira.
L'ingresso in bocca è stato trionfante. Nel bicchiere ci è sembrato una bomba. Colore impenetrabile, consistenza oleosa, fittezza da brividi, spunti amaroneggianti. Poi, a metà bottiglia, una inaspettata "deflagrazione". I  bicchieri si sono macchiati ed il liquido è diventato torbido.
In etichetta si paventava il pericolo di residui organici importanti. Ma la realtà è andata oltre.
Cos'è successo  dunque al Finca Altamira? Una rosa profumata e carnosa si è nel finale inaspettatamente appassita. Tuttavia, prima del declino, ha fatto in tempo a sedurci.  
Nel concitato scambio di impressioni controverse seguito alla beva c'è stata la svolta.
Dalla cantina personale di Marco e Michele è emersa una bottiglia a sorpresa: il Clos de Vougeot 1978 della Maison Thorin.
Ecco il "coup de theatre" inaspettato.
Qui occorre richiamare alla memoria una celebre definizione che fu introdotta nel lessico della critica enologica a partire dalla valutazione di un Brunello di Montalcino d'eccezione, il BIONDI SANTI RISERVA 1955(unico "italiano"ad essere considerato tra i 12 migliori vini del XX° secolo): "vino da inginocchiatoio".
Si,il Clos de Vougeot 1978 della Maison Thorin è risultato un "vino da inginocchiatoio".
Appena stappato e versato (sacrilegio!!) ci ha abbagliati con un colore ancora incredibilmente brillante. I suoi profumi sono stati serena espressione di una piena e compiuta terziarizzazione. Nitidi,eleganti,soavi. Grande balsamicità sopra ogni cosa(Marco continuava a ripetere: Halls mento-lyptos,  le caramelle balsamiche!).Retrogusto senza spine acide e privo di qualsiasi amaritudine. Ancora una volta assistiamo ad un miracolo della benedetta terra di Borgogna. Ancora una volta "Francia uber alles".Ancora una volta si va contro ogni logica che suggerirebbe di non attendere così a lungo la fruizione di un prodotto esposto ad ogni sorta di processi ossidativi. E,a quanto pare,anche ad ogni sorta di magici riequilibri.
Frutto di maestria enologica o fortunata combinazione di eventi evolutivi discordanti?
Di simili interrogativi, i nostri sensi non si sono più di tanto curati. Quando si accede alle elisie sfere  del piacere enoico poco spazio si concede ad ombrosi intelletualismi.
Si è lì, dove non si può che liberamente e gioiosamente volteggiare.
"E  più non dimandare..."

Rosario Tiso

 

giovedì 5 marzo 2015

La Lega Nord: altri idioti utili del Capitale

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La Lega Nord: altri idioti utili del Capitale

Pubblichiamo l'opinione del giovane filosofo torinese che espone le sue perplessità sul progetto salviniano.
DI  - 5 MARZO 2015
In tempi confusi, occorre chiarezza. Anche a costo di ripetere ovvietà. Ma, come sapeva Hegel, il noto spesso non è conosciuto. Cercherò, dunque, di chiarire in poche righe, necessariamente impressionistiche, il mio punto di vista sulla Lega Nord. Come ha giustamente ricordato Sebastiano Caputo, della manifestazione leghista svoltasi sabato scorso a Roma si possono analizzare numerosi aspetti. Personalmente, non sono tra coloro che gridano ossessivamente “fascista!” per delegittimare a priori l’interlocutore. Da Socrate ho imparato che si dialoga con tutti, senza esclusioni. Se si rifiuta il dialogo, si ha perso in partenza. Il fascismo è un’esperienza morta e sepolta nel 1945. Gridare continuamente “fascista!” di fronte a ogni interlocutore che non ci piace ci pone in una condizione analoga al cospetto di quel medico che diagnosticasse come peste ogni forma di malattia. Male agli occhi? Peste retinica. Male al cuore? Peste cardiaca. E così via, di scemenza in scemenza. Non c’è limite alla stupidità, purtroppo.
Ciò detto, la Lega Nord sempre più si sta rivelando composta da un manipolo di utili idioti al servizio di sua Maestà il Capitale. Ed è per questo che deve essere criticata senza riserve. Nessun fascismo, dunque, ma solo la vecchia patologia del servilismo verso il nesso di forza capitalistico. PD e Lega si rivelano le due facce della stessa medaglia: due opposti in solidarietà antitetico-polare, direbbe Lukács. Il PD difende la dicotomia destra-sinistra, la Lega quella Occidente buono vs Islam cattivo. A trarne beneficio è sempre e solo il potere, ça va sans dire.  Che il PD sia in larga parte composto da utili idioti al servizio del capitale, già si è detto in più occasioni. Non serve tornare a insistervi. Voglio ora chiarire perché anche la Lega Nord non è da meno. Le ridicole crociate della Lega contro l’Islam producono necessariamente un suo riallineamento integrale con l’ordine capitalistico, salutato in salsa fallaciana come “civiltà occidentale”, regno della laicità, mondo dei diritti, ecc.
Et voilà, il gioco è fatto: vince la dicotomia imposta dal potere (occidente capitalistico vs terrorismo, cioè tutto ciò che mondo occidentale capitalistico non è). Il fronte avanzato degli utili idioti al servizio del capitale non smette di crescere e di stupirci. Il nemico della Lega non sono il capitale e le sue funzioni satellitari (la schiavitù salariata, la disoccupazione, il precariato, ecc.): sono invece gli immigrati, l’Islam, il pericolo comunista (che, per la cronaca, non esiste più da vent’anni circa). Mai una parola sul classismo. Mai una parola sulla dicotomia – l’unica vera – tra alto e basso. La Lega, al servizio del potere, continua a dividere gli ultimi, creando sempre nuove guerre tra poveri (stranieri vs autoctoni, rossi vs neri, ecc.). Per la Lega la sovranità nazionale non è messa a rischio dalle più di cento basi militari USA che occupano il territorio nazionale italiano (e delle quali la Lega non dice assolutamente nulla!): è messa a rischio dagli immigrati. Criticare l’immigrazione senza dire nulla contro il capitale, che la produce, è l’apice dell’idiotismo.
È una storia vecchia, del resto. Ci tengono divisi tra rossi e neri, tra italiani e immigrati, tra cristiani e musulmani: il potere divide e comanda, di modo che la rabbia gravida di buone ragioni non si diriga mai verso il potere stesso. La Lega, come il PD, svolge un ruolo decisivo in questa logica di osceno frazionamento delle energie dei dannati della terra.
http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/46511/
vladi

Foradori & Montesecondo




Confesso di avere un debole per i vini  che sono  lo specchio, il più possibile autentico  e genuino,  del territorio che li ha generati. Se si presta un po’ d’attenzione “organolettica”  a quel che si beve , si capisce che i vini costruiti, dove l’interventismo umano marchia il prodotto e ne determina pesantemente il profilo sensoriale, quantunque ricchi, seducenti, corretti fino ai prodromi della perfezione, tendono tutti  immancabilmente  ad assomigliarsi tra loro: l’aroma e il gusto recati dallo “schema”  enologico di produzione adottato , in genere mutuato dal  sistema più in voga e di maggior successo del momento,  prevalgono allora su tutti gli altri aromi e gusti contenuti “naturaliter” nel frutto-uva. Le realizzazioni che ne conseguono si uniformano in una composita, lattiginosa ,nobile quanto si vuole, raffinata quanto si vuole, fascinosa quanto si vuole, consorteria in cui ciascun vino ha perso  frattanto la propria individualità. I vini cosiddetti ”veri” , dall’espressività poco o nulla   artefatta, al contrario sono caratteristici. Ciascuno ci balza incontro nettamente diverso dall’altro, con sfrontatezza. Può anche darsi che alberghi in ognuno di loro qualcosa che li renda simili: ma è la franchezza del nettare, non altro. A tal proposito  l’ennesima serata dedicata ,nel ristorante-vineria “Bacco e Perbacco” di  Lucera , a produttori della scuderia di “Les Caves de Pyrene” , Foradori e Montesecondo nella fattispecie,  è l’occasione per fare un’ulteriore esperienza gratificante e chiarificatrice. I vini di Elisabetta Foradori mi sembra di conoscerli da sempre. Agli inizi degli anni novanta mi deliziavo con il “Granato”, il Teroldego dei vigneti Morei e Sgarzon, i vini da uve alloctone quali la Syrah dell’Ailanpa  e il Cabernet del Karanar. Poi ho mancato colpevolmente ( anche perché si ha un bisogno incessante di cambiare!) l’intera fase di transizione aziendale ed eccomi adesso,  dopo ormai 15 anni di conduzione biodinamica , a dialogare con nettari completamente diversi dai “convenzionali” di una volta. La cosa incredibile è che Elisabetta mi ha conquistato ancora. Mi era successo solo con un mostro sacro del vino  italiano, Josko Gravner, di cui ho amato gli stupefacenti Chardonnay del secolo scorso e di cui adoro l'odierna  Ribolla in Anfora. Oggi Elisabetta nei suoi vini sciorina una grande piacevolezza associata ad un esemplare rigore realizzativo. Nessun infingimento; nessun trucco. Quel che la Natura sottopone al suo vaglio viene semplicemente scortato verso conseguimenti organolettici altamente qualitativi senza quasi interferire. Sappiamo che l’ultimo stadio del naturale processo di trasformazione del vino è l’aceto. Sappiamo di stuoli di muffe e  batteri pronti a congiurare  per rovinare le fragranze di una materia prima uvosa ricca e intonsa. Tuttavia la grande sensibilità e la grande tecnica di una donna del vino così valente e competente come Elisabetta Foradori compiono  il miracolo: un liquido  luminoso, laccato di solarità, ricco, profumato, al massimo dell’integrità ottenibile  naturalmente, ci attende nel bevante. Chissà quanto lavoro c’è dietro simili splendide creazioni! Chissà da quanti  successi e poi errori e poi ancora una volta successi è andato tappezzandosi  il suo percorso umano e professionale! Solo Lei e  Dio lo sanno. Noi sappiamo quel che ci racconta il bicchiere ed è un gran bel sentire. Se si considerano gli esiti sensoriali in fatto di eleganza, raffinatezza, sostanza, complessità, siamo al cospetto di una favola a lieto fine che ci  riempie  il cuore di gioia.  
Più recente, più giovane, ma  non per questo meno intrigante, la parabola produttiva di “Montesecondo”, azienda chiantigiana che vuole riscrivere la storia vinicola del suo celeberrimo territorio.  Si estende su una superficie di 20 ettari, di cui solo una parte vitata. L’intento principale del suo  titolare , Silvio Messana,  è quello di esaltare la  tipicità delle sue uve attraverso una conduzione agronomica biodinamica.
Ma vediamoli questi nettari in degustazione. Si comincia con l’ Incrocio Manzoni Fontanasanta 2013 di  Foradori . L’incrocio è fra Riesling Renano  e Pinot bianco  e la vigna è quella di “Fontanasanta”.
Il mosto fermenta a contatto con le bucce per una settimana
in vasche di cemento. Poi il tutto affina in grandi botti di acacia per 12 mesi. Che dire: è un vino profumato, fresco, equilibrato. Dove sono le tare consuete dei vini biodinamici, le asperità, i vuoti, le disarmonie? Non c’è traccia di tutto ciò, dei difetti che sovente sono lo scotto di tanta naturalità. Elisabetta Foradori  dimostra che si possono  coniugare l’anima e il sogno con la sostanza e l’estetica. Riscaldandosi il nettare esplode in un tripudio di mineralità. Lo si direbbe un Pouilly-Fumè o un Sancerre tale è il sentore di pietra focaia. Basterebbe questo vino a giustificare il viaggio. Si passa, già scossi emozionalmente, al Rosso Toscano 2013  di  Montesecondo. Sangiovese e Canaiolo vengono assemblati in vigna al momento della vendemmia.
La fermentazione si dispiega spontanea in vasche d’acciaio con
macerazione di un mese, segue l’affinamento per 12
mesi sempre in acciaio. L’acciaio permette di conservare inalterate le espressioni più genuine del frutto.
Naso e bocca di frutti rossi e note floreali anch’esse copiose ad ingentilire l’insieme sono i tratti più evidenti  di questo vino. Fresco, fragrante, godurioso, dalla beva furente. Col “Tin” 2011 di Montesecondo si cambia registro. Siamo nel Comune di San Casciano Val di Pesa con il Sangiovese al 100%. Ma non è qui il punto. La differenza la fa non solo un’agricoltura biodinamica ma la coltivazione ad alberello, una resa per ettaro di soli 35 quintali di uve e la fermentazione alcolica  in anfore di terracotta. Si, la terracotta. Il vaso vinario più ancestrale che esista, che vede lavorare i lieviti indigeni a diretto contatto con gli umori della madre terra. Anche l’affinamento si svolge in anfora. E al gusto tutto questo ritorna in afrori materici che rivestono il  frutto. Il finale è affidato allo   “Sgarzon”  2012 di Foradori. “Sgarzo” significa tralcio nel Campo Rotaliano. Il vigneto “Sgarzon” è uno dei “cru” storici dell’azienda Foradori dove alligna il Teroldego . Il carattere del Teroldego è segnato dagli otto mesi passati in anfora (“tinaja” di Villarobledo, Spagna). Grande corpo e grande sapidità imperversano nel bicchiere . L’argilla reca i suoi doni organolettici e l’acidità è importante, garanzia di notevoli possibilità evolutive. A supporto di cotanta beva lo “chef” Domenico ci ha deliziati con le seguenti preparazioni culinarie: “Fiore di zucca al prosciutto crudo con battuto di pomodoro”, “Risotto mantecato alle cime di rapa con spuma di parmigiano e tartufo nero”, “Costina di maiale cotta a bassa temperatura con insalatina calda di carciofi e asparagi” e “Terrina di melanzane in crosta di pane con scaglie di pecorino e salsa balsamica”. Da “Bacco & Perbacco” , anche in cucina, non si abbandonano mai crinali sensoriali d’Alta Quota.
Rosario Tiso