domenica 18 gennaio 2015
Bollicine d'Alta quota
Bere champagne, specie se dello champagne si mira alle sue massime espressioni qualitative, è come ipotecare un’emozione. Da sempre compendio dell’arte della seduzione enoica, le “cuvée de prestige” costituiscono il vertice di piacevolezza della tipologia ed un approdo naturale per chi vuole bere solo il meglio in fatto di bollicine. Anche questa volta il consueto vagabondaggio d’Alta quota ci ha condotti , in solido col “degustatore indipendente” Antonio Lioce, al cospetto di un autentico “parterre de roi” : “Annamaria Clementi” 2005 di Cà del Bosco, “La Grande Dame” 2004 della maison Veuve Cliquot Ponsardin e “Les Crayeres” 2008 di Marguet. Il pensiero non può che tributare un doveroso omaggio alla madre di Maurizio Zanella scomparsa da pochi mesi. L’Annamaria Clementi, destinata ad aprire le danze, è uno dei pochi spumanti italiani in grado di non sfigurare di fronte ai prodotti d’oltralpe. Nato per stupire, da sempre nettare di grande spessore, è un blend di chardonnay al 50% ed un saldo di pinot bianco e pinot nero, le uve tipiche della Franciacorta. Nella versione 2005 presenta un didattico colore giallo paglierino, carico fino ai prodromi dell’intenso. Il profumo è sia conciato che floreale e fruttato, come si addice ad un millesimo di recente sboccatura che ha sostato a lungo sui lieviti, ed è tutto innervato di crema pasticciera . Il gusto sciorina acidità, sapidità, mineralità. Ottimo incipit; beva fluente. Anche se va doverosamente osservata una punta di grossolanità dell’insieme ed una leggera e non del tutto gradevole deriva amarognola. Poi si va ad Ambonnay, nel cuore della Champagne. “Les Crayeres” deriva da 1,8 ettari del vigneto grand cru omonimo. Le piante, chardonnay al 70 % e Pinot noir al 30%, hanno una vita media di 40 anni. La particolarità sta soprattutto nel terreno ricco di calcare( les crayeres). Benoit Marguet ha guidato l'azienda verso l'agricoltura biologica ed ha trovato il “Santo Graal”. Alla beva, elegante florealità al naso con lieviti e note biscottate in evidenza. In bocca è fresco, secco e agrumato. Richiami alla torta di mele. Trama del tutto armonica. Qui vanno decisamente stigmatizzati il velluto del tocco, la seta calda e avvolgente del sorso, l’eleganza della progressione gustativa. Infine “La Grande Dame” 2004. Tutto inizia quando Philippe Clicquot, uomo d’affari e proprietario terriero, nel 1772 fonda “un négoce de vin à l’enseigne Clicquot”, una piccola realtà che ha l’ambizione di espandersi oltreconfine. Con la nuora del fondatore, Barbe Nicole Ponsardin, , il sogno si realizza. Solo ventisettenne le muore il marito e da allora la “Veuve Cliquot” diventa una delle prime grandi imprenditrici della storia dello champagne. Il primo Champagne millesimato, quello del 1810 e il perfezionamento del “remuage”, sono i più grandi raggiungimenti tecnici della maison sotto la sua guida. Da sempre lo champagne che porta il suo nome , “La Grande Dame”, è prodotta solo da alcuni specifici vigneti di proprietà siti ad Ambonnay, Aÿ, Bouzy, Verzy e Verzenay per il Pinot Noir e ad Avize, Le-Mesnil e Oger per lo Chardonnay. Gran parte di questi vigneti furono acquisizioni dalla stessa M.me Clicquot. La Grande Dame fu lanciata nel 1972 con l’annata 1962 per celebrare il bicentenario della maison. Il Pinot noir è sempre maggioritario nell’assemblaggio (circa 2/3) e la restante parte è Chardonnay. Il millesimo 2004 ha un approccio olfattivo sufficiente, tra lieviti, mineralità e fruttato agrumato. La materia sciabordante nel bevante pare densa, concentrata. In bocca si ritrovano intensità e freschezza, frutto e acidità perfettamente integrati. La “verve” è assicurata dalla spina acida sempre presente. Ma forse le aspettative erano talmente elevate da lasciarci un po’ indifferenti. Da troppo tempo le “cuvée de prestige” si limitano a svolgere il compitino di una corretta esecuzione enologica e i valentissimi “chef du cave” preposti alla loro realizzazione sono più preoccupati di perpetuare lo stile della “maison” che di far trapelare l’emozione insita nell’atto creativo che si congiunge con la Natura da cui è emerso. Emozione, vedi Marguet, che alligna felicemente altrove.
Rosario Tiso
Greta e Vanessa ai pm di Roma: “sesso con i guerriglieri, ma non siamo state violentate”
“Siamo state sempre insieme”. E sulle persone che le hanno tenute prigioniere: “Avevano sempre il volto coperto”
Cinque mesi difficili, ma senza subire violenze alcune, non nascondo, dice Greta, che con alcuni guerriglieri ci sono stati rapporti sessuali, ma assolutamente consenzienti, con noi erano gentili.
È quanto avrebbero dichiaratoGreta Ramelli e Vanessa Marzullo ai pm romani, dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dai sostituti Sergio Colaiocco e Francesco Scavo, che le hanno sentite per oltre quattro ore nella caserma del Ros in via di Ponte Salario.
Le due volontarie, secondo le prime informazioni, hanno dichiarato di non aver mai lasciato la Siria. Sul rapimento i magistrati avevano aperto un’inchiesta per sequestro di persona con finalità di terrorismo.
Greta e Vanessa, liberate ieri e rientrate in Italia nella notte su un volo dell’Aeronautica, hanno spiegato di essere state tenute prigioniere da “persone che avevano sempre il volto coperto”. Sembra impossibile, quindi, che le due giovani siano in grado di riconoscere chi le ha tenute prigioniere dallo scorso luglio. In ogni caso, le due volontarie si sono dette certe di aver cambiato più luoghi di detenzione: “sempre a nord della Siria, in zone poche distanti l’una dall’altra”. Il sequestro delle due ragazze – stando a quanto raccontato ai pm di Roma – non sarebbe stato tra i peggiori: un trattamento più pesante e umiliante, ad esempio, è toccato al giornalista Domenico Quirico, rapito in Siria, o a chi è stato sequestrato di recente in Libia. Per Greta e Vanessa non ci sarebbe stato “uso sistematico della violenza”. Inoltre, le due volontarie hanno confermato che durante la prigionia sono sempre state assieme e che nessuno le aveva informate del riscatto chiesto per loro all’Italia. Alle ragazze sono state fatte domande anche su padre Paolo Dall’Oglio, il religioso sequestrato in Siria il 29 luglio del 2013, ma le giovani hanno dichiarato di non sapere nulla di dove si trovi il religioso.
tramite http://www.catenaumana.it/httpwp-mep5agl7-2ok/
sabato 17 gennaio 2015
Francesco Cirelli e il vino in “anfora”
Credo che
dovrei cominciare a parlare,ora che inizio a vederci chiaro. Ho 53 anni,ed è come se non sapessi nulla di vino.
Ricapitolando:sono un sommelier,ho una trentennale esperienza di bevute,ho
studiato,confrontato,analizzato,detto. Ho voluto,con saperi ambigui,dimostrare
false tesi. E ho verseggiato,tanto,usando strumentalmente il vino. Ma con le
esternazioni tecnico-poetiche si fa ben poca strada se si ha l’urgenza e
l’inciampo di dispensarle troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere
dati,sensi,intuizioni,umori per tutta una vita,possibilmente lunga,per poi
proferire parole che fossero di una qualche validità. Poiché le parole
discendono dai sentimenti e dal vissuto. Per una sola giusta intuizione si devono bere molti vini,conoscere vitigni e
uve,sapere di uomini e delle azioni con
cui provvedono all’allevamento della vite e alla vinificazione dei suoi frutti.
Si deve poter ripensare a sentieri e capezzagne percorse in regioni
sconosciute,a incontri inaspettati,a magiche congiunture astrali,a quando ci
porgevano una verità e non la capivamo,a quando la capivamo e stentavamo a
ritrovarla. A giorni e giorni passati in camere silenziose con un bicchiere in
mano davanti ad un’etichetta. E non basterebbe. Si deve aver bevuto tanti
pessimi vini da averne introiettato l’allure. E anche aver ricordi non basta.
Si deve poterli dimenticare ed avere la
pazienza di attenderne il ritorno. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non
“sono”. Solo quando si fanno sangue,sguardo e gesto inconsapevole,entità non
più scindibili da noi,possono alimentare il verbo che conta. Si sa,a volte la
Natura distoglie l’attenzione degli uomini dalle cose essenziali,dai suoi
segreti più profondi. Elabora dei paraventi dietro cui si agitano i moventi
fondamentali. Ogni tanto ci si accorge di cavità misteriose e misconosciute che
rimbombano sotto la superficie delle cose. E’ possibile che tanto di reale e di
importante non sia stato ancora svelato? E’ possibile che secoli di menti
operanti a guardare,riflettere,annotare,non abbiano prodotto un racconto
esaustivo? Si,è possibile. Poiché la materia vino è infinita ed è refrattaria
ad una rigida operazione di codifica. E a nulla è valso ricoprirla con un
tessuto incredibilmente noioso e volto a fabbricare una dogmatica di
riferimento. L’intera storia vinicola universale è piena di giganteschi
fraintendimenti. Ci si ostina a snocciolare categorie e a dire che certi vini
sono naturali e altri convenzionali,alcuni meritano di invecchiare e altri son
da bere prontamente,tanti sono facili e pochi quelli austeri fino a definirli
fruttati o complicati,senza il sospetto che da lungo tempo queste parole non
hanno più alcun plurale,ma solo innumerevoli singolari. Basta con gli
steccati,le schematizzazioni fisiche e intellettuali:andiamo incontro al
nettare di turno con empatia ed esso ci parlerà la sua lingua unica ed
irripetibile.
Da “Bacco e
Perbacco” a Lucera vanno in scena i vini in “anfora” di Cirelli. Nella tradizione caucasica,per
trasmettere appieno il loro afflato materico, i vasi vinari devono essere
interrati. Ma infinite sono le declinazioni del gusto,del sapere e dell’umano
sentire. Francesco Cirelli ha voluto in Abruzzo,nella sua individualità,nel suo
insindacabile estro,nella sua libera professione di fede,provare una versione
atipica e personale dell’uso della creta. Starà al bicchiere emettere l’ardua
sentenza. Ma vediamo di cosa consta la
variante “Cirelli”. Innanzitutto va detto che la vigna è di soli 2,5 h.
e vi sono allevate le varietà tipiche dell’enologia abruzzese:Trebbiano e
Montepulciano. Normalmente e fino a prima del 2011 il vino veniva affinato solo
ed esclusivamente in acciaio e cemento per esaltare le peculiarità dei vitigni
senza sovrastrutture organolettiche di sorta. A tale scopo anche la conduzione
agronomica era ed è finalizzata al
rispetto dei cicli naturali per ottenere quella freschezza e franchezza di beva
che solo un frutto intonso e puro possono assicurare. Nell’alveo di questa
visione del mondo si è inserita ad un certo punto l’avventura delle “anfore”.
Per la prima volta si è voluto dare importanza ad una tecnica di cantina che
richiamasse metodi ancestrali. Quella di Cirelli è
l’unica cantina abruzzese a
fermentare il vino in anfore di terracotta . La capienza è di 800 litri. Ed è a
questo punto che si palesa
l’originalità,la diversità,la voce fuori dal coro dei maceratori di Cirelli. I suoi vasi
vinari,prodotti ad Impruneta in Toscana,non vengono né interrati né coibentati.
Nessuna cera d’api dunque,nessuno scavo ma solo una cantina fresca e
accogliente e il contatto diretto della creta con il frutto-uva. I suoi vini in
anfora risultano perciò miracolosamente scevri
da qualsiasi imbrunimento e ossidazione
e con una tannicità contenuta. La scelta di non prolungare il contatto della
parte liquida del mosto con le bucce oltre le tre settimane per il rosso e il
cerasuolo e per soli quatto giorni per il bianco,l’assenza di qualsivoglia
intento interventista durante la fermentazione e il rapporto macerativo a parte
qualche canonico rimontaggio e l’encomiabile
pulizia esecutiva sciorinata in ogni fase della vinificazione ci
consegnano dei vini di grande leggerezza,sapidità e digeribilità .Rispetto alle versioni
normali hanno il plusvalore di un maggior portato in complessità,fascino,eleganza.
Ma nulla,nessuna nota che possa far rimpiangerne la fruttuosità del frutto
primigenio. La versione in anfora rispetto a quella normale ha dunque una
marcia in più in tutti e tre i casi,anche se il Montepulciano in acciaio ci è sembrato
più pronto considerando che la versione “Anfora” ha trovato la vitrea
prigione da un paio di settimane appena.
Breve descrizione dei tre campioni che hanno visto la creta.
Trebbiano:molto fitto e pulito;per niente evoluto questo vino
ricco e potente. La freschezza è ancora viva e presente e il tono fruttato non
potrà che evolvere verso esotici lidi,obliando
progressivamente lo splendore degli esordi. Agrumato,minerale e persistente.
Cerasuolo :non si finirebbe mai di goderlo in profumo e sapore questo
rosato. Non ci concediamo una sosta:è certamente il campione più esile e
beverino di tutti. Ciliega sugli scudi.
Montepulciano:Il suo portato in estratti è crema di grande fittezza. Questa
varietà in passato incontrata e ammirata a livelli di estrema concentrazione
rivela in questo campione un olfatto balsamico e speziato di grande equilibrio.
Una conca di frutti rossi in confettura.
Calore,polpa,morbidezza,sapore:non manca nulla per adagiarvisi sensorialmente. Ma
tutto è “in nuce”. La beva sarà più succulenta
e procederà lesta fra qualche tempo.
Oltre al vino,l’azienda si dedica all'allevamento delle oche che
svolgono la funzione di spazzine in tutto il vigneto aziendale,crescendo nella
massima libertà e muovendosi a loro
piacimento per tutto il pascolo aziendale. Durante l'anno vengono
periodicamente portate a razzolare in Vigna e nell'uliveto con lo scopo di
tenere “pulite” queste aree grazie alla loro azione di “diserbo” naturale.
Concludendo: Francesco Cirelli ha
ancora una volta dimostrato come
l’arte,in questo caso vinificatoria, sia consustanziale alla Natura.
Rosario Tiso
venerdì 16 gennaio 2015
Il mio primo “Barolo Parej” di Claudio Icardi
In ognuno di
noi c'è un Io statico ed uno erratico. Il contadino e il cacciatore. E, come se
non bastasse tale dicotomia a rendere l’esistenza un rompicapo, ogni età
mentale ha la sua velocità, le sue strade, un diverso modo di soffermarsi sui
dettagli, di gustarne l'essenza.
Si può dire, banalmente, che al primo stadio della consapevolezza si sviluppa un discernimento rapido, senza il senso del particolare.
Poi le esigenze si affinano, si passa ad una condizione più articolata e si riconoscono i piccoli mondi che fioriscono lungo il cammino. In piena maturità si scopre una terza via, che svela sentieri meno battuti, assaporando tutto quel che colpisce i sensi e l'immaginazione.
Dopo tanto girovagare, di solito, si sperimenta la pienezza della vita.Finalm ente la parte più dinamica di noi non è in conflitto con quella più contemplativa. Viaggiano a braccetto e si dipanano sinergie insospettate. L'una svela l'altra. L'una serve l'altra. In un continuo rincorrersi di sensazioni.
Quanta follia risiede nell'impedirsi una naturale evoluzione verso stili di vita più consoni alle proprie inclinazioni e più somiglianti all'incedere del tempo.
Per aderire a falsi modelli di felicità.
Si coltiva diffusamente il pregiudizio che il benessere risieda nella sempiterna gioventù, nella mobilità, nell’inesauribile dinamica aspirazione-meta. E nel possedere ricchezze materiali. In realtà, come l'umanità pensante di tutte le epoche e di ogni luogo ha compreso, se non si giunge all'armonia non si possiede nulla. Se non si fondono i desideri in un’idea non si è nulla. Come nel mondo del vino. Come nel vino. Dolce e amaro, acidità e sapidità, durezze e morbidezze devono bilanciarsi. Altrimenti si manca l'eccellenza. Anche con ricchezza d'estratti e mastodontica struttura si può fallire il risultato di una superiore gradevolezza.
Un grande vino è soprattutto una realtà circolare, sferica, senza spigoli.
Dove i sensi possono avanzare a piedi nudi come su di una soffice distesa di sabbia. Detto questo, c’è di più. Molto di più. Oltre le colonne d’Ercole della corretta grammatica enologica c’è un oceano di poesia da tentare e da esplorare. Dove i dinamismi della ricerca e della tecnologia si accordano con la contemplazione della natura. In simile contesto, nel bevitore appassionato a lungo si dibattono la sua anima stanziale e quella randagia. La prima trova in ogni piacevolezza una sponda utile per mettere radici e stabilire il proprio dominio. La seconda si desta al minimo refolo di novità che la snida e la ravviva, fino ai prodromi del volo. La maturità del gusto richiede un livello ancora più alto di discernimento e comprensione: occorre diventare animali d’altura, abitatori di creste e crinali, per dominare scenari del gusto sempre più ampi. Dopo il bevitore stanziale e quello randagio ecco l’ulteriore raggiungimento: il bevitore estatico, l’incarnazione perfetta del “Bevitore d’alta quota”. Solo la quintessenza dell’eccellenza è ammessa nel tempio palatale. Solo un Io rarefatto e puro può officiare il sacro rito della beva. Nessuna appartenenza, nessuna fede, nessuna valutazione se non l’insindacabile misura dell’estasi nella realizzazione del supremo “mandala” gustativo: il vino percepito come pura emozione. Nessun valore assoluto, ma un proprio valore assoluto. Nessuna illusoria libertà, ma un senso perfetto di proprietà. Del senso, dell’assoluto. Il bevitore estatico, il perfetto spirito d’alta quota, riconosce solo esperienze consustanziali. Necessario l’accordo col creato e l’affinità col creatore. E possono così placarsi i desideri, che sono entità spirituali che si incarnano nei momenti più belli della nostra esistenza, tocchi amorevoli ,dolci carezze profuse ai loro oggetti e fonte di vita per chi li coltiva, speranza e futuro del cuore che li accoglie. Che cos’è il vino? Questo è il vino: memorie, vibrazioni, fantasie. Altro che doc e docg! Che cos’è il vino? Questo è il vino: un racconto, un’emozione. Solo quando si incontra un vino “vero” si ha la percezione della falsità altrui, della contraffazione del gusto; solo la comparazione svela la verità. Il sapore che al primissimo contatto pare abboccato, al muoversi della lingua rivela sapidità e acidità e, riverberantesi nella cavità orale ,sprigiona tutta la sua complessa aromaticità. Il vino-racconto, il vino-emozione scaturisce da una mozione artistica o quasi artistica e non è possibile che provenga da un’attività spiccatamente commerciale. Giammai industriale. La natura va osservata, ascoltata, compresa. Per un miglior compromesso tra il naturale processo della natura e l'azione dell'uomo sarebbe auspicabile l’inutilizzo della chimica di sintesi e il mancato ricorso a tutte quelle operazioni atte a far del vino una bevanda forzatamente piaciona e golosa. A volte vini infami sono tecnicamente ineccepibili e vini fuorilegge squisiti, perché l’eccellenza non è mai questione di forme ma di spirito. A picco e in bilico su di un precipite spalto culturale che si affaccia sul placido conformismo, va implementata la ricerca di vini “veri” che non è mera attività estetizzante o nostalgica ma precisa azione politica di contrasto e di resistenza. Basterebbe ingenerare e sostenere una fitta rete di piccoli produttori scrupolosi, basterebbe un po’ di religiosità, mai richiesta dove è necessaria, e fiorirebbe una nuova etica della coltivazione e della produzione. E di certo nuovi “target” sensoriali. Il progresso, senza necessariamente rinunciare alla civiltà! Non c’è contraddizione fra costumi illuminati vecchi e nuovi, perché è proprio questo che trovo nei nettari che mi danno emozione. Tutto quello che, da sempre, rintraccio nei vini di Claudio Icardi. La mia crescita sovente ha incrociato e si è nutrita della sua. I vini di Claudio hanno contribuito a fare del “bevitore randagio” che era in me, l’Esteta. Dal Barbaresco “Montubert” al Pinot nero “Nej”, dalla Barbera “Nuj Suj” alla “Surì di Mu”,dai Pafoj bianco e rosso al Monferrato rosso e all’esperienza del “Dadelio”, ogni sua singola etichetta risveglia memorie di infinite piacevolezze. Fino alla conferma odierna, l’ennesima. Il Barolo “Parej” 1999 mi è davanti. Procedo all’apertura della bottiglia, non senza aver preventivamente acceso la beva con uno champagne e allertato i sensi. Il vino va un po’ ossigenato. Dalla vitrea prigione in cui è stato rinchiuso, deve ritrovare l’aria e la luce e occorre un po’ di cautela, quasi fosse un prigioniero costretto da anni in una buia segreta. Qualche minuto e l’iniziale, spesso sentore di chiuso svanisce. Il colore si palesa, i profumi presto si dispiegano e ci parlano di un campione vivo e palpitante, ancora in fase di espansione. Al gusto resto folgorato. Che vino buonissimo hai fatto, Claudio! Come per i grandissimi nettari del pianeta, sarebbe stucchevole e riduttivo, nonché impossibile, l’automatico snocciolamento delle sue qualità. Simili livelli di piacevolezza suggeriscono la meditazione e il silenzio. Quanto può importare ai sensi l’essere edotti sulle tecniche agronomiche impiegate? Cosa aggiunge al sublime la descrizione dettagliata della complessità delle trame odorose e la multidimensionalità dei sapori? Per la cronaca il Barolo 1999 fatto da Icardi “a modo suo” ,“Parej” ,è balsamico e speziato ma con ricordi ancora vividi di una fruttuosità e florealità primigenie non del tutto cancellate dalla terziarizzazione perché pulizia, franchezza e integrità del campione ne hanno preservato il riverbero. Grande esecuzione enologica per un vitigno a giusto titolo annoverato fra i grandi. Eccellente partitura per un talentuoso direttore d’orchestra. Il cerchio si chiude. Sogno e desiderio approdano sulle rive dell’appagamento. Ancora una volta sono gli uomini appassionati, come Claudio Icardi, a salvare il mondo dalla mediocrità. Con il piacere. Con la bellezza.
Si può dire, banalmente, che al primo stadio della consapevolezza si sviluppa un discernimento rapido, senza il senso del particolare.
Poi le esigenze si affinano, si passa ad una condizione più articolata e si riconoscono i piccoli mondi che fioriscono lungo il cammino. In piena maturità si scopre una terza via, che svela sentieri meno battuti, assaporando tutto quel che colpisce i sensi e l'immaginazione.
Dopo tanto girovagare, di solito, si sperimenta la pienezza della vita.Finalm ente la parte più dinamica di noi non è in conflitto con quella più contemplativa. Viaggiano a braccetto e si dipanano sinergie insospettate. L'una svela l'altra. L'una serve l'altra. In un continuo rincorrersi di sensazioni.
Quanta follia risiede nell'impedirsi una naturale evoluzione verso stili di vita più consoni alle proprie inclinazioni e più somiglianti all'incedere del tempo.
Per aderire a falsi modelli di felicità.
Si coltiva diffusamente il pregiudizio che il benessere risieda nella sempiterna gioventù, nella mobilità, nell’inesauribile dinamica aspirazione-meta. E nel possedere ricchezze materiali. In realtà, come l'umanità pensante di tutte le epoche e di ogni luogo ha compreso, se non si giunge all'armonia non si possiede nulla. Se non si fondono i desideri in un’idea non si è nulla. Come nel mondo del vino. Come nel vino. Dolce e amaro, acidità e sapidità, durezze e morbidezze devono bilanciarsi. Altrimenti si manca l'eccellenza. Anche con ricchezza d'estratti e mastodontica struttura si può fallire il risultato di una superiore gradevolezza.
Un grande vino è soprattutto una realtà circolare, sferica, senza spigoli.
Dove i sensi possono avanzare a piedi nudi come su di una soffice distesa di sabbia. Detto questo, c’è di più. Molto di più. Oltre le colonne d’Ercole della corretta grammatica enologica c’è un oceano di poesia da tentare e da esplorare. Dove i dinamismi della ricerca e della tecnologia si accordano con la contemplazione della natura. In simile contesto, nel bevitore appassionato a lungo si dibattono la sua anima stanziale e quella randagia. La prima trova in ogni piacevolezza una sponda utile per mettere radici e stabilire il proprio dominio. La seconda si desta al minimo refolo di novità che la snida e la ravviva, fino ai prodromi del volo. La maturità del gusto richiede un livello ancora più alto di discernimento e comprensione: occorre diventare animali d’altura, abitatori di creste e crinali, per dominare scenari del gusto sempre più ampi. Dopo il bevitore stanziale e quello randagio ecco l’ulteriore raggiungimento: il bevitore estatico, l’incarnazione perfetta del “Bevitore d’alta quota”. Solo la quintessenza dell’eccellenza è ammessa nel tempio palatale. Solo un Io rarefatto e puro può officiare il sacro rito della beva. Nessuna appartenenza, nessuna fede, nessuna valutazione se non l’insindacabile misura dell’estasi nella realizzazione del supremo “mandala” gustativo: il vino percepito come pura emozione. Nessun valore assoluto, ma un proprio valore assoluto. Nessuna illusoria libertà, ma un senso perfetto di proprietà. Del senso, dell’assoluto. Il bevitore estatico, il perfetto spirito d’alta quota, riconosce solo esperienze consustanziali. Necessario l’accordo col creato e l’affinità col creatore. E possono così placarsi i desideri, che sono entità spirituali che si incarnano nei momenti più belli della nostra esistenza, tocchi amorevoli ,dolci carezze profuse ai loro oggetti e fonte di vita per chi li coltiva, speranza e futuro del cuore che li accoglie. Che cos’è il vino? Questo è il vino: memorie, vibrazioni, fantasie. Altro che doc e docg! Che cos’è il vino? Questo è il vino: un racconto, un’emozione. Solo quando si incontra un vino “vero” si ha la percezione della falsità altrui, della contraffazione del gusto; solo la comparazione svela la verità. Il sapore che al primissimo contatto pare abboccato, al muoversi della lingua rivela sapidità e acidità e, riverberantesi nella cavità orale ,sprigiona tutta la sua complessa aromaticità. Il vino-racconto, il vino-emozione scaturisce da una mozione artistica o quasi artistica e non è possibile che provenga da un’attività spiccatamente commerciale. Giammai industriale. La natura va osservata, ascoltata, compresa. Per un miglior compromesso tra il naturale processo della natura e l'azione dell'uomo sarebbe auspicabile l’inutilizzo della chimica di sintesi e il mancato ricorso a tutte quelle operazioni atte a far del vino una bevanda forzatamente piaciona e golosa. A volte vini infami sono tecnicamente ineccepibili e vini fuorilegge squisiti, perché l’eccellenza non è mai questione di forme ma di spirito. A picco e in bilico su di un precipite spalto culturale che si affaccia sul placido conformismo, va implementata la ricerca di vini “veri” che non è mera attività estetizzante o nostalgica ma precisa azione politica di contrasto e di resistenza. Basterebbe ingenerare e sostenere una fitta rete di piccoli produttori scrupolosi, basterebbe un po’ di religiosità, mai richiesta dove è necessaria, e fiorirebbe una nuova etica della coltivazione e della produzione. E di certo nuovi “target” sensoriali. Il progresso, senza necessariamente rinunciare alla civiltà! Non c’è contraddizione fra costumi illuminati vecchi e nuovi, perché è proprio questo che trovo nei nettari che mi danno emozione. Tutto quello che, da sempre, rintraccio nei vini di Claudio Icardi. La mia crescita sovente ha incrociato e si è nutrita della sua. I vini di Claudio hanno contribuito a fare del “bevitore randagio” che era in me, l’Esteta. Dal Barbaresco “Montubert” al Pinot nero “Nej”, dalla Barbera “Nuj Suj” alla “Surì di Mu”,dai Pafoj bianco e rosso al Monferrato rosso e all’esperienza del “Dadelio”, ogni sua singola etichetta risveglia memorie di infinite piacevolezze. Fino alla conferma odierna, l’ennesima. Il Barolo “Parej” 1999 mi è davanti. Procedo all’apertura della bottiglia, non senza aver preventivamente acceso la beva con uno champagne e allertato i sensi. Il vino va un po’ ossigenato. Dalla vitrea prigione in cui è stato rinchiuso, deve ritrovare l’aria e la luce e occorre un po’ di cautela, quasi fosse un prigioniero costretto da anni in una buia segreta. Qualche minuto e l’iniziale, spesso sentore di chiuso svanisce. Il colore si palesa, i profumi presto si dispiegano e ci parlano di un campione vivo e palpitante, ancora in fase di espansione. Al gusto resto folgorato. Che vino buonissimo hai fatto, Claudio! Come per i grandissimi nettari del pianeta, sarebbe stucchevole e riduttivo, nonché impossibile, l’automatico snocciolamento delle sue qualità. Simili livelli di piacevolezza suggeriscono la meditazione e il silenzio. Quanto può importare ai sensi l’essere edotti sulle tecniche agronomiche impiegate? Cosa aggiunge al sublime la descrizione dettagliata della complessità delle trame odorose e la multidimensionalità dei sapori? Per la cronaca il Barolo 1999 fatto da Icardi “a modo suo” ,“Parej” ,è balsamico e speziato ma con ricordi ancora vividi di una fruttuosità e florealità primigenie non del tutto cancellate dalla terziarizzazione perché pulizia, franchezza e integrità del campione ne hanno preservato il riverbero. Grande esecuzione enologica per un vitigno a giusto titolo annoverato fra i grandi. Eccellente partitura per un talentuoso direttore d’orchestra. Il cerchio si chiude. Sogno e desiderio approdano sulle rive dell’appagamento. Ancora una volta sono gli uomini appassionati, come Claudio Icardi, a salvare il mondo dalla mediocrità. Con il piacere. Con la bellezza.
Rosario Tiso
martedì 13 gennaio 2015
Quella sera che ho incontrato Anna Martens .
Da un po’ di tempo nel mondo del
vino tutti sanno chi è Anna Martens. Al pari di altri “giramondo” per amore
della vite,è stata conquistata dal
fascino dell’eroica viticoltura etnea,da quegli alberelli dalle forme drammatiche
spesso a piede franco adagiati su di un terreno nero come la pece,che si
stagliano sovente all’orizzonte fra
nebbie mattutine e la fumèa di qualche colata lavica d’intorno. Siamo nella
frazione di Solicchiata,che ospita alcune fra le più quotate contrade
dell’Etna. Sì,sui versanti vitati dell’Etna,la “Muntagna” per i locali, ci sono
le “contrade” ad indicare i “cru” più vocati:Feudo del
mezzo,Morganazzi,Guardiola,S.Spirito,Calderara e tante altre,nomi dotati di un
profondo potere evocativo. La vigna più emozionante di Anna Martens è di sicuro quella da cui si ricava il “Vino
di Anna”,minuscola parcella di oltre 90 anni d’età. Anna Martens non è una
cantante,un’attrice o un’eccentrica milionaria. E’ un’enologa di origine
australiana ed ha già lavorato in Italia per Ornellaia e Passopisciaro. E’ una donna perfettamente consapevole della
materia oggetto della sua passione,che ha capito fino in fondo la natura del
suo desiderio e sta sperimentando i modi per appagarlo. Ad oggi sono quattro le
sue declinazioni di vino. In primis c’è il Nerello Mascalese,vitigno principe
etneo,che dà origine in purezza al “Vino di Anna”. Senza nessuna influenza “mediatica” lo bevo in tutta la sua franchezza nella versione 2011
da “Bacco e Perbacco” a Lucera,nel corso di una serata dedicata tutta alla
giovane enologa del nuovissimo mondo. Apprendo di uve ammostate a grappoli
interi,di fermentazione con lieviti indigeni e pigiatura con i piedi, di
assenza di chiarifica e filtrazione. Risultato organolettico: naso prima
fruttato e poi speziato,bocca calda e voluttuosa e nessuna temuta deriva
ossidativa. C’è equilibrio,miracolosamente,come solo la Natura al meglio delle
sue possibilità sa conseguire. Per cui
il godimento può dispiegarsi senza intoppi,si può suggere l’amarena,la
ciliegia,la prugna,farsi carezzare da un ricordo di spezie senza temere gli strali dell’acidità
e i morsi del tannino pur così vivi e vivificanti. Poi il
“Vino di Anna Bianco” 2012,carricante e grecanico,”orange wine” lieve e
suadente. Le stratificazioni del suolo vulcanico ne accrescono la complessità e
ne fanno uno dei vertici gustativi della serata. Gli altri vini degustati,Jeudi
e Jeudi 15,sono una versione beverina del campione aziendale,dove tutto si
gioca sulla bevibilità e digeribilità estrema,fino alla mescita reiterata e
quasi noncurante. Con nettari di tal fatta
indolore è il peso alimentare da sostenere e inebrianti ed eteree le
conseguenze spirituali della beva. Come se Madre Terra ci baciasse fino a
saziarci. Il “Vino di Anna Rosso Amphora” scelto per la chiusa rappresenta la
sfida del futuro. E dopo cotanto deliziarci del frutto della vite che dire
della donna protagonista di questa favola bella? Anna Martens è tenace, bella, competente,una
persona dall’entusiasmo contagioso,curiosa al punto da aver modificato nel
tempo il suo rapporto con il vino e con il mondo(lo si evince dal suo nutrito
curriculum) percorrendone ogni sentiero e spingendosi fino ai più alti
contrafforti vitati della “Muntagna” .
Il suo orientamento vitivinicolo è volto ad implementare un’agricoltura capace di generare vini
dall’espressione naturale e dalla beva invitante e in tal senso si può parlare
non più di promesse ma di certezze. Poi,in uno slancio di confidenza, Anna ci
ha mostrato le foto della casa e della cantina sull’Etna,del marito Erik che
tanta parte ha avuto nelle sue ispirazioni umane e professionali,della loro
splendida prole,amplificando quella sensazione di calda umanità provata
d’acchito e arricchendone ulteriormente
il profilo e lo spessore psicologico e morale. Non ci resta che provare
gratitudine per il dono di Anna,un’incontenibile,
trabordante,radiosa voglia di vivere.
Rosario Tiso
domenica 11 gennaio 2015
Niente è mai veramente perduto, o può essere perduto
Niente è mai veramente perduto, o può essere perduto
Nessuna nascita, forma, identità, nessun oggetto del mondo. Nessuna vita, nessuna forza, nessuna cosa visibile;
L’apparenza non deve ostacolare, né l’ambito mutato confonderti il cervello.
L’apparenza non deve ostacolare, né l’ambito mutato confonderti il cervello.
Walt Whitman
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