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domenica 18 gennaio 2015

Bollicine d'Alta quota



Bere champagne, specie se dello champagne si mira alle sue massime espressioni qualitative, è come ipotecare  un’emozione. Da sempre compendio dell’arte della seduzione enoica, le “cuvée de prestige” costituiscono il vertice di piacevolezza della tipologia ed un approdo naturale per chi vuole bere solo il meglio in fatto di bollicine. Anche questa volta il consueto vagabondaggio d’Alta quota ci ha condotti , in solido col “degustatore indipendente” Antonio Lioce,  al cospetto di un autentico  “parterre de roi” : “Annamaria Clementi”  2005 di Cà del Bosco, “La Grande Dame” 2004  della maison  Veuve Cliquot Ponsardin e  “Les Crayeres” 2008 di Marguet. Il  pensiero non può che tributare  un doveroso omaggio alla madre di Maurizio Zanella scomparsa da pochi mesi. L’Annamaria Clementi, destinata ad aprire le danze, è uno dei pochi spumanti italiani in grado di non sfigurare di fronte ai prodotti d’oltralpe. Nato per stupire, da sempre nettare di grande spessore, è un blend di chardonnay al 50% ed un saldo di pinot bianco e pinot nero, le uve tipiche della Franciacorta.  Nella versione 2005 presenta un didattico colore giallo paglierino, carico fino ai prodromi dell’intenso. Il profumo è sia conciato che floreale e fruttato, come si addice ad un millesimo di recente sboccatura che ha sostato a lungo sui lieviti, ed è tutto innervato di crema pasticciera . Il gusto  sciorina  acidità, sapidità, mineralità. Ottimo incipit; beva fluente. Anche se va doverosamente  osservata una punta di grossolanità dell’insieme ed una leggera e non del tutto gradevole deriva amarognola. Poi si va ad Ambonnay, nel cuore della Champagne. “Les Crayeres” deriva da 1,8 ettari del vigneto grand cru omonimo. Le piante, chardonnay al 70 % e Pinot noir al 30%, hanno una vita media di 40 anni. La particolarità sta soprattutto nel terreno ricco di calcare( les crayeres). Benoit Marguet ha guidato l'azienda verso l'agricoltura biologica ed ha trovato il “Santo Graal”. Alla beva, elegante florealità al naso con lieviti e note biscottate in evidenza. In bocca è fresco, secco e  agrumato. Richiami alla torta di mele. Trama  del tutto armonica. Qui vanno decisamente stigmatizzati  il velluto del tocco, la seta calda e avvolgente del sorso, l’eleganza della progressione gustativa.  Infine “La Grande Dame” 2004. Tutto inizia quando Philippe Clicquot, uomo d’affari e proprietario terriero, nel 1772 fonda “un négoce de vin à l’enseigne Clicquot”, una piccola realtà che ha l’ambizione di espandersi oltreconfine. Con la nuora del fondatore, Barbe Nicole Ponsardin, , il sogno si realizza. Solo ventisettenne le muore il marito e da allora  la “Veuve Cliquot”  diventa una delle prime grandi imprenditrici della storia dello champagne. Il primo Champagne millesimato, quello del 1810 e  il perfezionamento del “remuage”, sono i più grandi raggiungimenti tecnici della maison sotto la sua guida. Da sempre lo champagne che porta il suo nome , “La Grande Dame”,  è prodotta solo da alcuni specifici vigneti di proprietà siti ad Ambonnay, Aÿ, Bouzy, Verzy e Verzenay per il Pinot Noir e ad Avize, Le-Mesnil e Oger per lo Chardonnay. Gran parte di questi vigneti furono  acquisizioni dalla stessa M.me Clicquot. La Grande Dame fu lanciata nel 1972 con l’annata 1962 per celebrare il bicentenario della maison. Il Pinot noir è sempre maggioritario nell’assemblaggio (circa 2/3)  e la restante parte è Chardonnay. Il millesimo 2004 ha un approccio olfattivo sufficiente, tra lieviti, mineralità  e fruttato agrumato. La materia sciabordante nel bevante pare densa, concentrata. In  bocca si ritrovano intensità e freschezza, frutto e acidità perfettamente integrati. La “verve”  è assicurata dalla spina acida sempre presente. Ma forse le aspettative erano talmente elevate da lasciarci un po’ indifferenti. Da troppo tempo le   cuvée de prestige”  si limitano a svolgere il compitino di una corretta esecuzione enologica e i valentissimi “chef du cave” preposti alla loro realizzazione sono più preoccupati di perpetuare lo stile della “maison” che di far trapelare l’emozione insita nell’atto creativo che si congiunge con  la Natura da cui è emerso. Emozione, vedi Marguet, che alligna felicemente altrove.
Rosario Tiso

Greta e Vanessa ai pm di Roma: “sesso con i guerriglieri, ma non siamo state violentate”

“Siamo state sempre insieme”. E sulle persone che le hanno tenute prigioniere: “Avevano sempre il volto coperto”
Cinque mesi difficili, ma senza subire violenze alcune, non nascondo, dice Greta, che con alcuni guerriglieri ci sono stati rapporti sessuali, ma assolutamente consenzienti, con noi erano gentili.
È quanto avrebbero dichiaratoGreta Ramelli e Vanessa Marzullo ai pm romani, dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dai sostituti Sergio Colaiocco e Francesco Scavo, che le hanno sentite per oltre quattro ore nella caserma del Ros in via di Ponte Salario.
 greta-e-vanessa-rapite
Le due volontarie, secondo le prime informazioni, hanno dichiarato di non aver mai lasciato la Siria. Sul rapimento i magistrati avevano aperto un’inchiesta per sequestro di persona con finalità di terrorismo.
Greta e Vanessa, liberate ieri e rientrate in Italia nella notte su un volo dell’Aeronautica, hanno spiegato di essere state tenute prigioniere da “persone che avevano sempre il volto coperto”. Sembra impossibile, quindi, che le due giovani siano in grado di riconoscere chi le ha tenute prigioniere dallo scorso luglio. In ogni caso, le due volontarie si sono dette certe di aver cambiato più luoghi di detenzione: “sempre a nord della Siria, in zone poche distanti l’una dall’altra”.  Il sequestro delle due ragazze – stando a quanto raccontato ai pm di Roma – non sarebbe stato tra i peggiori: un trattamento più pesante e umiliante, ad esempio, è toccato al giornalista Domenico Quirico, rapito in Siria, o a chi è stato sequestrato di recente in Libia. Per Greta e Vanessa non ci sarebbe stato “uso sistematico della violenza”. Inoltre, le due volontarie hanno confermato che durante la prigionia sono sempre state assieme e che nessuno le aveva informate del riscatto chiesto per loro all’Italia. Alle ragazze sono state fatte domande anche su padre Paolo Dall’Oglio, il religioso sequestrato in Siria il 29 luglio del 2013, ma le giovani hanno dichiarato di non sapere nulla di dove si trovi il religioso.
tramite http://www.catenaumana.it/httpwp-mep5agl7-2ok/

sabato 17 gennaio 2015

Francesco Cirelli e il vino in “anfora”



Credo che dovrei cominciare a parlare,ora che inizio a vederci chiaro. Ho 53  anni,ed è come se non sapessi nulla di vino. Ricapitolando:sono un sommelier,ho una trentennale esperienza di bevute,ho studiato,confrontato,analizzato,detto. Ho voluto,con saperi ambigui,dimostrare false tesi. E ho verseggiato,tanto,usando strumentalmente il vino. Ma con le esternazioni tecnico-poetiche si fa ben poca strada se si ha l’urgenza e l’inciampo di dispensarle troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere dati,sensi,intuizioni,umori per tutta una vita,possibilmente lunga,per poi proferire parole che fossero di una qualche validità. Poiché le parole discendono dai sentimenti e dal vissuto. Per una sola giusta intuizione  si devono bere molti vini,conoscere vitigni e uve,sapere di uomini e delle azioni  con cui provvedono all’allevamento della vite e alla vinificazione dei suoi frutti. Si deve poter ripensare a sentieri e capezzagne percorse in regioni sconosciute,a incontri inaspettati,a magiche congiunture astrali,a quando ci porgevano una verità e non la capivamo,a quando la capivamo e stentavamo a ritrovarla. A giorni e giorni passati in camere silenziose con un bicchiere in mano davanti ad un’etichetta. E non basterebbe. Si deve aver bevuto tanti pessimi vini da averne introiettato l’allure. E anche aver ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare  ed avere la pazienza di attenderne il ritorno. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non “sono”. Solo quando si fanno sangue,sguardo e gesto inconsapevole,entità non più scindibili da noi,possono alimentare il verbo che conta. Si sa,a volte la Natura distoglie l’attenzione degli uomini dalle cose essenziali,dai suoi segreti più profondi. Elabora dei paraventi dietro cui si agitano i moventi fondamentali. Ogni tanto ci si accorge di cavità misteriose e misconosciute che rimbombano sotto la superficie delle cose. E’ possibile che tanto di reale e di importante non sia stato ancora svelato? E’ possibile che secoli di menti operanti a guardare,riflettere,annotare,non abbiano prodotto un racconto esaustivo? Si,è possibile. Poiché la materia vino è infinita ed è refrattaria ad una rigida operazione di codifica. E a nulla è valso ricoprirla con un tessuto incredibilmente noioso e volto a fabbricare una dogmatica di riferimento. L’intera storia vinicola universale è piena di giganteschi fraintendimenti. Ci si ostina a snocciolare categorie e a dire che certi vini sono naturali e altri convenzionali,alcuni meritano di invecchiare e altri son da bere prontamente,tanti sono facili e pochi quelli austeri fino a definirli fruttati o complicati,senza il sospetto che da lungo tempo queste parole non hanno più alcun plurale,ma solo innumerevoli singolari. Basta con gli steccati,le schematizzazioni fisiche e intellettuali:andiamo incontro al nettare di turno con empatia ed esso ci parlerà la sua lingua unica ed irripetibile.
Da “Bacco e Perbacco” a Lucera vanno in scena i vini in “anfora”  di Cirelli. Nella tradizione caucasica,per trasmettere appieno il loro afflato materico, i vasi vinari devono essere interrati. Ma infinite sono le declinazioni del gusto,del sapere e dell’umano sentire. Francesco Cirelli ha voluto in Abruzzo,nella sua individualità,nel suo insindacabile estro,nella sua libera professione di fede,provare una versione atipica e personale dell’uso della creta. Starà al bicchiere emettere l’ardua sentenza. Ma vediamo di cosa consta la  variante “Cirelli”. Innanzitutto va detto che la vigna è di soli 2,5 h. e vi sono allevate le varietà tipiche dell’enologia abruzzese:Trebbiano e Montepulciano. Normalmente e fino a prima del 2011 il vino veniva affinato solo ed esclusivamente in acciaio e cemento per esaltare le peculiarità dei vitigni senza sovrastrutture organolettiche di sorta. A tale scopo anche la conduzione agronomica era ed è  finalizzata al rispetto dei cicli naturali per ottenere quella freschezza e franchezza di beva che solo un frutto intonso e puro possono assicurare. Nell’alveo di questa visione del mondo si è inserita ad un certo punto l’avventura delle “anfore”. Per la prima volta si è voluto dare importanza ad una tecnica di cantina che richiamasse metodi ancestrali. Quella di Cirelli è  l’unica cantina abruzzese a fermentare il vino in anfore di terracotta . La capienza è di 800 litri. Ed è a questo punto  che si palesa l’originalità,la diversità,la voce fuori dal coro dei  maceratori di Cirelli. I suoi vasi vinari,prodotti ad Impruneta in Toscana,non vengono né interrati né coibentati. Nessuna cera d’api dunque,nessuno scavo ma solo una cantina fresca e accogliente e il contatto diretto della creta con il frutto-uva. I suoi vini in anfora risultano  perciò miracolosamente scevri da  qualsiasi imbrunimento e ossidazione e con una tannicità contenuta. La scelta di non prolungare il contatto della parte liquida del mosto con le bucce oltre le tre settimane per il rosso e il cerasuolo e per soli quatto giorni per il bianco,l’assenza di qualsivoglia intento interventista durante la fermentazione e il rapporto macerativo a parte qualche canonico rimontaggio e l’encomiabile  pulizia esecutiva sciorinata in ogni fase della vinificazione ci consegnano dei vini di grande leggerezza,sapidità  e digeribilità .Rispetto alle versioni normali hanno il plusvalore di un maggior portato in complessità,fascino,eleganza. Ma nulla,nessuna nota che possa far rimpiangerne la fruttuosità del frutto primigenio. La versione in anfora rispetto a quella normale ha dunque una marcia in più in tutti e tre i casi,anche se il Montepulciano in acciaio ci è sembrato più pronto considerando che la versione “Anfora” ha trovato la vitrea prigione  da un paio di settimane appena. Breve descrizione dei tre campioni che hanno visto la creta.
Trebbiano:molto fitto e pulito;per niente evoluto questo vino ricco e potente. La freschezza è ancora viva e presente e il tono fruttato non potrà che evolvere  verso esotici lidi,obliando progressivamente lo splendore degli esordi. Agrumato,minerale e persistente.
Cerasuolo :non si finirebbe mai di goderlo in profumo e sapore questo rosato. Non ci concediamo una sosta:è certamente il campione più esile e beverino di tutti. Ciliega sugli scudi.
Montepulciano:Il suo portato in  estratti è crema di grande fittezza. Questa varietà in passato incontrata e ammirata a livelli di estrema concentrazione rivela in questo campione un olfatto balsamico e speziato di grande equilibrio. Una conca  di frutti rossi in confettura. Calore,polpa,morbidezza,sapore:non manca nulla per adagiarvisi sensorialmente. Ma tutto è “in nuce”. La beva sarà più succulenta e procederà  lesta fra qualche tempo.
Oltre al vino,l’azienda si  dedica all'allevamento delle oche che svolgono la funzione di spazzine in tutto il vigneto aziendale,crescendo nella massima libertà e  muovendosi a loro piacimento per tutto il pascolo aziendale. Durante l'anno vengono periodicamente portate a razzolare in Vigna e nell'uliveto con lo scopo di tenere “pulite” queste aree grazie alla loro azione di “diserbo”  naturale.
Concludendo: Francesco Cirelli ha ancora una volta  dimostrato come l’arte,in questo caso vinificatoria, sia consustanziale alla Natura.
Rosario Tiso

venerdì 16 gennaio 2015

Il mio primo “Barolo Parej” di Claudio Icardi





In ognuno di noi c'è un Io statico ed uno erratico. Il contadino e il cacciatore. E, come se non bastasse tale dicotomia a rendere l’esistenza un rompicapo, ogni età mentale ha la sua velocità, le sue strade, un diverso modo di soffermarsi sui dettagli, di gustarne l'essenza.
Si può dire, banalmente, che al primo stadio della consapevolezza si sviluppa un discernimento rapido, senza il senso del particolare.
Poi le esigenze si affinano, si passa ad una condizione più articolata  e si riconoscono i piccoli mondi che fioriscono lungo il cammino. In piena maturità si scopre una terza via, che svela sentieri meno battuti, assaporando tutto quel che colpisce i sensi e l'immaginazione.
Dopo tanto girovagare, di solito, si sperimenta la pienezza della vita.Finalm ente la parte più dinamica di noi non è in conflitto con quella più contemplativa. Viaggiano a braccetto e si dipanano sinergie insospettate. L'una svela l'altra. L'una serve l'altra. In un continuo rincorrersi di sensazioni.
Quanta follia risiede nell'impedirsi una naturale evoluzione verso stili di vita più consoni alle proprie inclinazioni e più somiglianti all'incedere del tempo.
Per aderire a falsi modelli di felicità.
Si coltiva diffusamente il pregiudizio che il benessere risieda nella sempiterna gioventù, nella mobilità, nell’inesauribile  dinamica aspirazione-meta. E nel possedere ricchezze materiali. In realtà, come l'umanità pensante di tutte le epoche e di ogni luogo ha compreso, se non si giunge all'armonia non si possiede nulla. Se non si fondono i desideri in un’idea non si è nulla.                                                                          Come nel mondo del vino. Come nel vino.                                                                   Dolce e amaro, acidità e sapidità, durezze e morbidezze devono bilanciarsi. Altrimenti si manca l'eccellenza. Anche con ricchezza d'estratti e mastodontica struttura si può fallire il risultato di una superiore gradevolezza.
Un grande vino è soprattutto una realtà circolare, sferica, senza spigoli.
Dove i sensi possono avanzare a piedi nudi come su di una soffice distesa di sabbia. Detto questo, c’è di più. Molto di più. Oltre le colonne d’Ercole della corretta grammatica enologica c’è un oceano di poesia da tentare e da esplorare. Dove i dinamismi  della ricerca e della tecnologia si accordano con la contemplazione della natura. In simile contesto, nel bevitore appassionato  a lungo si dibattono  la sua anima stanziale e quella randagia. La prima trova in ogni piacevolezza una sponda utile  per mettere radici e stabilire il proprio dominio. La seconda  si desta al minimo refolo di novità che la snida e  la ravviva, fino ai prodromi del volo. La maturità del gusto richiede un livello ancora più alto di discernimento e comprensione: occorre diventare animali d’altura, abitatori  di creste e crinali, per dominare scenari del gusto sempre più ampi. Dopo il bevitore stanziale e quello randagio ecco l’ulteriore raggiungimento: il bevitore estatico, l’incarnazione perfetta del “Bevitore d’alta quota”. Solo la quintessenza dell’eccellenza  è ammessa nel tempio palatale. Solo un Io rarefatto e puro può officiare il sacro rito della beva. Nessuna appartenenza, nessuna fede, nessuna valutazione se non  l’insindacabile misura dell’estasi nella realizzazione del supremo “mandala”  gustativo: il vino percepito come pura emozione. Nessun valore assoluto, ma un proprio valore assoluto. Nessuna illusoria libertà, ma un senso perfetto di proprietà. Del senso, dell’assoluto. Il bevitore estatico, il perfetto spirito d’alta quota, riconosce  solo esperienze consustanziali. Necessario  l’accordo col creato  e l’affinità col creatore. E possono così placarsi i desideri, che sono entità spirituali che si incarnano nei momenti più belli della nostra esistenza, tocchi amorevoli ,dolci carezze profuse ai loro oggetti e fonte di vita per chi li coltiva, speranza e futuro  del cuore che li accoglie.                                                                                                              Che cos’è il vino? Questo è il vino: memorie, vibrazioni, fantasie. Altro che doc e docg! Che cos’è il vino? Questo è il vino: un racconto, un’emozione. Solo quando si incontra un vino “vero” si ha la percezione della falsità altrui, della contraffazione del gusto; solo la comparazione svela la verità. Il sapore che al primissimo contatto pare abboccato, al muoversi della lingua rivela sapidità e acidità e, riverberantesi nella cavità orale ,sprigiona tutta la sua complessa aromaticità. Il vino-racconto, il vino-emozione scaturisce da una mozione  artistica o quasi artistica e non è possibile che provenga da un’attività spiccatamente commerciale. Giammai industriale. La natura va osservata, ascoltata, compresa. Per un  miglior compromesso tra il naturale processo della natura e l'azione dell'uomo  sarebbe auspicabile  l’inutilizzo della chimica di sintesi e il mancato ricorso  a tutte quelle operazioni atte a far del vino una bevanda forzatamente piaciona e golosa. A volte vini infami sono tecnicamente ineccepibili e vini fuorilegge squisiti, perché l’eccellenza   non è mai questione di forme ma di spirito. A picco e in bilico su di un precipite spalto culturale che si affaccia sul placido conformismo, va implementata  la ricerca di vini “veri”  che non è mera attività estetizzante o nostalgica ma precisa azione politica di contrasto e di resistenza. Basterebbe ingenerare e  sostenere una fitta rete di piccoli produttori scrupolosi, basterebbe un po’ di religiosità, mai richiesta dove è necessaria, e fiorirebbe una nuova etica della coltivazione e della produzione. E di certo nuovi “target” sensoriali. Il progresso, senza  necessariamente rinunciare alla civiltà! Non c’è contraddizione fra costumi illuminati vecchi e nuovi, perché è proprio questo che trovo nei nettari che mi danno emozione.                    Tutto quello che, da sempre, rintraccio nei vini di Claudio Icardi.                               La mia crescita sovente ha incrociato e si è nutrita della sua. I vini di Claudio hanno contribuito a fare del “bevitore randagio” che era in me, l’Esteta. Dal Barbaresco “Montubert” al Pinot nero “Nej”, dalla Barbera “Nuj Suj” alla  “Surì di Mu”,dai Pafoj bianco e rosso al Monferrato rosso e all’esperienza del “Dadelio”, ogni sua singola etichetta risveglia memorie di infinite piacevolezze. Fino alla conferma odierna, l’ennesima. Il Barolo “Parej” 1999 mi  è davanti. Procedo all’apertura della bottiglia, non senza aver preventivamente acceso la beva con uno champagne e allertato i sensi.  Il vino va un po’ ossigenato. Dalla vitrea prigione in cui è stato rinchiuso, deve ritrovare l’aria e la luce e occorre un po’ di cautela, quasi fosse un prigioniero costretto da anni in una buia segreta. Qualche minuto e l’iniziale, spesso sentore di chiuso svanisce. Il colore si palesa, i profumi presto si dispiegano e ci parlano di un campione vivo e palpitante, ancora in fase di espansione. Al gusto resto folgorato. Che vino buonissimo hai fatto, Claudio! Come per i grandissimi nettari del pianeta, sarebbe stucchevole e riduttivo, nonché impossibile, l’automatico snocciolamento delle sue qualità. Simili livelli di piacevolezza suggeriscono la meditazione e il silenzio. Quanto può  importare ai sensi l’essere edotti sulle tecniche agronomiche impiegate? Cosa aggiunge al sublime la descrizione dettagliata della complessità delle trame odorose e la multidimensionalità dei sapori? Per la cronaca il Barolo 1999 fatto da Icardi “a modo suo” ,“Parej” ,è balsamico e speziato ma con ricordi ancora vividi di una fruttuosità e florealità primigenie non del tutto cancellate dalla terziarizzazione perché pulizia, franchezza e integrità del campione ne hanno preservato il riverbero. Grande esecuzione enologica per un vitigno a giusto titolo annoverato fra i grandi. Eccellente partitura per un talentuoso direttore d’orchestra. Il cerchio si chiude. Sogno e desiderio approdano sulle rive dell’appagamento. Ancora una volta sono gli uomini appassionati, come Claudio Icardi, a salvare il mondo dalla mediocrità. Con il piacere. Con la bellezza.
Rosario Tiso 















martedì 13 gennaio 2015

Quella sera che ho incontrato Anna Martens .



Da un po’  di tempo nel mondo del vino tutti sanno chi è Anna Martens. Al pari di altri “giramondo” per amore della vite,è  stata conquistata dal fascino dell’eroica  viticoltura  etnea,da quegli alberelli dalle forme drammatiche spesso a piede franco adagiati su di un terreno nero come la pece,che si stagliano  sovente all’orizzonte fra nebbie mattutine e la fumèa di qualche colata lavica d’intorno. Siamo nella frazione di Solicchiata,che ospita alcune fra le più quotate contrade dell’Etna. Sì,sui versanti vitati dell’Etna,la “Muntagna” per i locali, ci sono le “contrade” ad indicare i “cru” più vocati:Feudo del mezzo,Morganazzi,Guardiola,S.Spirito,Calderara e tante altre,nomi dotati di un profondo potere evocativo. La vigna più emozionante di Anna Martens  è di sicuro quella da cui si ricava il “Vino di Anna”,minuscola parcella di oltre 90 anni d’età. Anna Martens non è una cantante,un’attrice o un’eccentrica milionaria. E’ un’enologa di origine australiana ed ha già lavorato in Italia per Ornellaia e Passopisciaro. E’  una donna perfettamente consapevole della materia oggetto della sua passione,che ha capito fino in fondo la natura del suo desiderio e sta sperimentando i modi per appagarlo. Ad oggi sono quattro le sue declinazioni di vino. In primis c’è il Nerello Mascalese,vitigno principe etneo,che dà origine in purezza al “Vino di Anna”. Senza nessuna influenza  “mediatica” lo bevo  in tutta la sua franchezza nella versione 2011 da “Bacco e Perbacco” a Lucera,nel corso di una serata dedicata tutta alla giovane enologa del nuovissimo mondo. Apprendo di uve ammostate a grappoli interi,di fermentazione con lieviti indigeni e pigiatura con i piedi, di assenza di chiarifica e filtrazione. Risultato organolettico: naso prima fruttato e poi speziato,bocca calda e voluttuosa e nessuna temuta deriva ossidativa. C’è equilibrio,miracolosamente,come solo la Natura al meglio delle sue possibilità  sa conseguire. Per cui il godimento può dispiegarsi senza intoppi,si può suggere l’amarena,la ciliegia,la prugna,farsi carezzare da un ricordo  di spezie senza temere gli strali dell’acidità e i morsi del tannino  pur così vivi  e vivificanti.  Poi  il “Vino di Anna Bianco” 2012,carricante e grecanico,”orange wine” lieve e suadente. Le stratificazioni del suolo vulcanico ne accrescono la complessità e ne fanno uno dei vertici gustativi della serata. Gli altri vini degustati,Jeudi e Jeudi 15,sono una versione beverina del campione aziendale,dove tutto si gioca sulla bevibilità e digeribilità estrema,fino alla mescita reiterata e quasi noncurante. Con nettari di tal fatta  indolore è il peso alimentare da sostenere e inebrianti ed eteree le conseguenze spirituali della beva. Come se Madre Terra ci baciasse fino a saziarci. Il “Vino di Anna Rosso Amphora” scelto per la chiusa rappresenta la sfida del futuro. E dopo cotanto deliziarci del frutto della vite che dire della donna protagonista di questa favola bella? Anna Martens è tenace, bella, competente,una persona dall’entusiasmo contagioso,curiosa al punto da aver modificato nel tempo il suo rapporto con il vino e con il mondo(lo si evince dal suo nutrito curriculum) percorrendone ogni sentiero e spingendosi fino ai più alti contrafforti vitati della “Muntagna”  . Il suo orientamento vitivinicolo è volto ad implementare  un’agricoltura capace di generare vini dall’espressione naturale e dalla beva invitante e in tal senso si può parlare non più di promesse ma di certezze. Poi,in uno slancio di confidenza, Anna ci ha mostrato le foto della casa e della cantina sull’Etna,del marito Erik che tanta parte ha avuto nelle  sue  ispirazioni umane e professionali,della loro splendida prole,amplificando quella sensazione di calda umanità provata d’acchito e arricchendone  ulteriormente il profilo e lo spessore psicologico e morale. Non ci resta che provare gratitudine per il dono  di Anna,un’incontenibile, trabordante,radiosa voglia di vivere.
Rosario Tiso


domenica 11 gennaio 2015

Niente è mai veramente perduto, o può essere perduto

Niente è mai veramente perduto, o può essere perduto
Nessuna nascita, forma, identità, nessun oggetto del mondo. Nessuna vita, nessuna forza, nessuna cosa visibile;
L’apparenza non deve ostacolare, né l’ambito mutato confonderti il cervello.
Walt Whitman