domenica 27 novembre 2016

Economist contro Renzi e Grillo, chiesto il Governo Tecnico: l’articolo in italiano

Economist Renzi Grillo editoriale verità

Ieri l’Economist, il giornale dei Poteri Forti europei, ha affondato il colpo sia contro Matteo Renzi che contro Beppe Grillo, chiedendo un Governo Tecnico. Ecco la verità dietro l’editoriale più chiacchierato degli ultimi giorni.

LEconomist, il giornale che più di tutti in Europa riporta la voce dei cosiddetti Poteri Forti, ieri ha proposto un editoriale sulla nostra situazione.
Tutti i giornali italiani si sono affrettati a parlare di attacco a Renzi, quando in realtà le sfumature e i significati sono molto più complessi.
Quello che non è chiaro, soprattutto in Italia, è che nell’editoriale c’è sì unareprimenda a Renzi ma anche un durissimo attacco a Beppe Grillo e unarichiesta di Governo Tecnico, in stile Monti, qualora vincesse il no.
Ecco perché vi invitiamo a farvi un’idea più completa di quanto sta accadendo e a leggere la traduzione integrale in italiano, realizzata da Infiltrato.it , dell’editoriale firmato Economist.

PERCHÉ L’ITALIA DOVREBBE VOTARE NO AL REFERENDUM

L’Italia ha rappresentato la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’Euro e dell’Unione Europea.
Il suo Pil pro-capite è bloccato ai livelli di fine anni ’90.
Il suo mercato del lavoro è sclerotico (per sclerotico s’intende rigido, poco flessibile, risulta difficile assumere e licenziare, ndr).
Le sue banche sono piene di crediti deteriorati.
Lo Stato è gravato dal secondo debito pubblico più alto dell’Eurozona, al 133% del Pil.
Se l’Italia virasse verso il default, sarebbe troppo grande da salvare.
Matteo Renzi, il giovane primo ministro, pensa che il problema principale dell’Italia sia la paralisi istituzionale e ha indetto un referendum per il 4 dicembre sulle modifiche costituzionali, che diminuirebbe i poteri delle regioni e renderebbe il Senato subordinato alla Camera.
Tutto questo, insieme ad una nuova legge elettorale che garantisca al partito vincente la maggioranza, gli darebbe il potere di far passare le riforme di cui l’Italia ha disperatamente bisogno, o almeno così lui sostiene.
Se il referendum fallisce, Mr. Renzi ha promesso le dimissioni.
Gli investitori, e tanti governi europei, temono che una vittoria del No trasformerà l’Italia nel terzo effetto domino che sta rovesciano l’attuale ordine internazionale, dopo la Brexit e l’elezione di Donald Trump.
Ma questo giornale crede che gli italiani debbano votare No.
La modifica costituzionale proposta da Mr. Renzi non affronta il problema principale, che è la riluttanza dell’Italia a fare le riforme.
E tutti i benefici secondari sono sbilanciati dagli svantaggi – su tutti il rischio che, cercando di fermare l’instabilità che ha dato all’Italia 65 governi dal 1945, si venga a creare la figura di un uomo solo al comando.
Questo è il paese che ha già prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi ed è preoccupatamente vulnerabile al populismo.
Certo, il peculiare sistema italiano di bicameralismo perfetto, in cui entrambi i rami del Parlamento hanno gli stessi identici poteri, è una ricetta perfetta per lo stallo istituzionale.
Le leggi possono rimbalzare avanti e indietro per decenni.
La riforma eliminerebbe il Senato, riducendolo a un ruolo consiliare su molte leggi, come avviene in Germania, Spagna e Gran Bretagna.
Di per sé, tutto questo suona ragionevole.
Tuttavia, i dettagli della riforma disegnata da Renzi vanno contro i principi democratici.
Per iniziare, il Senato non sarebbe eletto. Invece, tanti dei suoi membri verrebbero presi dai consigli regionali e dai comuni. Le regioni e le municipalità sono le più corrotte forme di governo e i senatori godrebbero anche dell’immunità parlamentare. Questo potrebbe rendere il Senato una calamita per tutti i politici più squallidi d’Italia.
Allo stesso tempo, Mr. Renzi ha approvato una legge elettorale per la Camera dei Deputati che dà un immenso potere a qualunque partito ne ottenga la maggioranza.
Utilizzando vari espedienti elettorali, questa legge garantisce che il principale partito governi con il 54% dei seggi. E dunque il prossimo primo ministro avrebbe un mandato pressoché garantito per i successivi cinque anni.
Il che potrebbe avere senso, eccetto il fatto che facilitare l’approvazione delle leggi non è il problema principale dell’Italia.
Misure importanti, come la riforma elettorale per esempio, possono essere votate oggi stesso.
Infatti, la percentuale di leggi approvate in Italia è nella media rispetto a quella di altri paesi europei.
Se il potere esecutivo fosse la risposta a tutti i problemi, la Francia starebbe prosperando: ha un potente sistema presidenziale, tuttavia, come l’Italia, è perennemente restia alle riforme.
Il rischio dello schema proposto da Mr. Renzi è che il principale beneficiario risulterà Beppe Grillo, ex comico e leader del Movimento 5 Stelle, una coalizione scombinata che chiede un referendum per uscire dall’euro.
Nei sondaggi è a soli due punti dal Pd e recentemente ha vinto a Roma e Torino.
Lo spettro di Mr. Grillo come primo ministro, eletto da una minoranza e cementato in ufficio dalle riforme di Mr. Renzi, è una cosa che molti italiani – e gran parte dell’Europa – troverebbero preoccupante.
Uno svantaggio di una vittoria del No sarebbe quello di rafforzare la convinzione che l’Italia non abbia mai la capacità di affrontare i suoi molteplici e paralizzanti problemi.
Ma è stato Mr. Renzi a determinare la crisi giocandosi il futuro del suo governo nel test sbagliato.
Gli italiani non dovrebbero essere ricattati. Mr. Renzi avrebbe fatto meglio ad occuparsi di riforme più strutturali, su qualsiasi cosa, da quelle sulla giustizia al modernizzare un sistema scolastico antiquato.
Mr. Renzi ha già perso quasi due anni in rattoppi costituzionali. Prima l’Italia si occuperà di riforme reali, meglio sarà per l’Europa.
BASI DEBOLI
Quale sarebbe, quindi, il disastroso rischio se il referendum fallisse?
Le dimissioni di Mr. Renzi non sarebbero la catastrofe che molti in Europa temono.
L’Italia potrebbe mettere insieme un governo tecnico ad interim, com’è accaduto più volte in passato.
Se, invece, una sconfitta nel referendum portasse davvero al collasso dell’euro, allora vorrebbe dire che la moneta unica era così fragile che la sua disfatta sarebbe stata solo questione di tempo.
Traduzione a cura della Redazione di Infiltrato.it – Articolo originale pubblicato sull’Economist
fonte http://www.infiltrato.it/politica/economist-renzi-grillo-referendum-italiano/

MACELLERIA DI BAMBINI E ADOLESCENTI IN ITALIA!


Chi è interessato ad una presentazione dell'autore può contattare il seguente indirizzo:
sulatestaitalia@libero.it
  

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2016/11/macelleria-di-bambini-e-adolescenti-in.html#more

Il No non salva l’Italia? Vero, ma il Sì la peggiora (e molto)

Il voto del 4 dicembre si riduce a un referendum contro Renzi? Ovvio: è stato proprio lui a personalizzare la sfida. E inoltre: la riforma che propone finisce per allontanare ulteriormente il potere dai cittadini. Tutto questo, senza ancora una legge elettorale. Nel caso venisse varato l’Italicum, chi vince si prende tutto. E, con il Sì al referendum, non sarà più ostacolato né dal Senato né dalle Regioni, cui saranno state sottratte molte competenze. Il “fronte del No” spiega così la sua mobilitazione: una sola Camera eletta dai cittadini, l’altra no. E meno voti necessari a eleggere il presidente della Repubblica. Più voti, invece, saranno indispensabili per poter proporre una legge di iniziativa popolare. Inoltre: il governo avrà più poteri, oggi affidati alle Regioni, e le Province saranno definitivamente abolite. A ciò si aggiunge la cancellazione del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e dellavoro, un ente statale che può proporre iniziative legislative in materia di economia e lavoro, fornendo pareri non vincolanti e solo su richiesta delle istituzioni: Renzi lo presenta come un carrozzone da rottamare.
Molte critiche si addensano alla vigilia: Renzi accusa gli oppositori di restare aggrappati a vecchi privilegi di casta, mentre da sinistra a destra di accusa il premier di voler piegare la Costituzione a fini autocratici. Molte voci, poi, considerano la sfida Crozza-Renzisemplicemente inutile e solo retorica, dal momento che la Costituzione è largamente superata dalla legislazione Ue, che ha già ampiamente svuotato nella sostanza la sovranità democratica italiana, col pieno consenso anche degli attuali oppositori di Renzi. Nulla cambierà davvero, in ogni caso, sostengono in molti, perché il vero potere non risiede più a Roma. Per contro, ribattono altri, è proprio il vero potere ad aver imposto a Renzi questa drastica semplificazione istituzionale, che centralizza le grandi decisioni “suggerite” dall’élite finanziaria. Di fatto, quindi, il Sì consegnerebbe alla politica un’Italia ancora più docile e manipolabile dal demiurgo di turno, “l’uomo solo al comando”. Questo, insieme all’ostilità verso Renzi, sembra spingere larghi strati dell’opinione pubblica a scegliere il No, che – stando agli ultimi sondaggi – sarebbe in vantaggio sul Sì di almeno 5 punti.
Se vincesse il Sì, alle elezioni politiche si voterebbe solo per la Camera, la sola autorizzata a votare la fiducia al governo. Il nuovo Senato, composto di 100 membri (95 scelti dalle Regioni, tra cui 21 sindaci, e 5 dal presidente della Repubblica) potrebbe pronunciarsi solo sulle leggi costituzionali, quelle che riguardano minoranze linguistiche, i referendum, i trattati Ue, gli enti territoriali. Non è prevista indennità aggiuntiva per i neo-senatori (non avrebbero doppio stipendio), ma resterebbe l’immunità parlamentare. Scomparirebbe anche il limite di età per essere eletti: si potrebbe avere anche meno di 40 anni. Se vincesse il Sì, poi, il capo dello Stato verrebbe eletto solo da deputati e senatori, senza più i 59 delegati regionali. Nelle prime tre votazioni, servirebbero ancora i 2/3 degli aventi diritto, cioè circa 500 elettori; dal 4° al 6° scrutinio basterebbero invece i 3/5 degli aventi diritto (circa 440 elettori); dal 7° in poi, la maggioranza dei 3/5 dei votanti (cioè quelli Mattarellache presenti in aula e votanti). Il presidente della Repubblica potrebbe sciogliere solo la Camera e non più il Senato. E sarebbe il presidente della Camera (non più quello del Senato) a fare le veci del Quirinale durante l’assenza del Capo dello Stato.
Più poteri, inoltre, verrebbero conferiti al governo: nella Costituzione sarebbe inserita una “via preferenziale”, ossia il “voto a data certa”, per consentire all’esecutivo di accelerare l’iter di approvazione di leggi ritenute importanti. Palazzo Chigi potrebbe chiedere alla Camera di inserire un testo tra le priorità, per arrivare al voto definitivo in 70 giorni al massimo, ma starebbe alla Camera accogliere o meno questo iter. Per proporre le leggi di iniziativa popolare, poi, occorrerebbero 150.000 firme, mentre oggi ne bastano 50.000; in compenso, la Camera dovrebbe pronunciarsi su ogni legge proposta dai cittadini. Quanto all’abolizione definitiva delle Province – oggi ancora esistenti ma non più elettive, come il futuro Senato previsto dal Sì – il governo propone la loro cancellazione completa (se vince il No, invece, le Province mantengono la loro struttura). Infine, il ridisegno delle competenze delle Regioni: tornerebbero di esclusivo appannaggio statale materie come energia, trasporti e infrastrutture strategiche, sicurezza sul lavoro, protezione civile e ricerca scientifica. Alle Regioni resterebbero sanità, politiche sociali, Massimo Finiscuola e sicurezza alimentare, ma lo Stato potrebbe intervenire anche su queste materie esercitando una “clausola di supremazia”, scavalcando le Regioni.
Mentre il governo Renzi presenta questo pacchetto di riforme come una sorta di snellimento della struttura burocratica statale, il “fronte del No” lo smonta pezzo a pezzo: il bicameralismo resterebbe, con possibili conflitti di competenze, e il costo del Senato sarebbe ridotto solo di un quinto. Chiedere il triplo delle firme per una legge di iniziativa popolare? Significa ostacolare i cittadini. Un accentramento di potere che emerge in modo ancora più netto con l’abolizione delle materie condivise tra Stato e Regioni: è facile prevedere che aumenteranno ricorsi e contenziosi, mentre il livello decisionale – sempre più centralizzato – si allontanerà ulteriormente dai cittadini. Tutto questo, senza neppure sfiorare il problema della legge elettorale, ancora assente: secondo Massimo Fini, si sarebbero dovute invertire le due questioni. E cioè: prima varare una legge elettorale, e poi, semmai, pensare alla Costituzione. «Almeno, sapremmo qual è la consistenza dei partiti che a questa Costituzione dovrebbero poi porre mano». La partita è in mano a sigle come Ncd, Ala e Udc, e non conosciamo neppure la reale consistenza delle due principali formazioni, Pd e 5 Stelle. «Elezioni subito, questa è la questione. Tutto il resto è fuffa». Massimo Fini si dichiara «un astensionista, convinto a votare No» proprio dalla pessima qualità dei fautori del Sì.
fonte http://www.libreidee.org/2016/11/il-no-non-salva-litalia-vero-ma-il-si-la-peggiora-e-molto/

Serve una rivoluzione: non pagare le tasse, non votare più

Renzi è spacciato, perché ormai è solo. E’ completamente isolato, perché nessuno si fida più di lui: «Persino tra gangster, lo sgarro è un’infrazione grave. E Renzi non ha mai mantenuto la parola data. Lo stesso Napolitano, suo garante internazionale, non se l’è sentita di fargli da garante massonico: in massoneria, Renzi non lo fanno entrare. E il suo isolamento è ormai percepito da tutti». Questo, politicamente, fa di lui un “morto che cammina”, comunque vada il referendum: «Anche se dovesse vincere, cosa improbabile, resterà solo. E se sei isolato, dove vai?». Così l’avvocato Gianfranco Carpeoro, autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, in diretta streaming con Fabio Frabetti di “Border Nights” a una settimana dal voto che rischia di rivelarsi un referendum su Renzi, anziché sul futuro dell’Italia, in ogni caso vincolata ai diktat di Bruxelles. Per Carpeoro, non cambierà niente: «L’unico modo per non accettare cosa dice l’Europa è prendere una posizione eversiva e rivoluzionaria». Ovvero: «Non pagare più le tasse per un anno, non andare più a votare in massa, mettendo questi politici nudi di fronte alle loro responsabilità».
Carpeoro esprime un giudizio nettissimo: il referendum è solo «lo strumento per fare fuori Renzi, anche se questo non è nemmeno onestamente dichiarato». Ma un sostituto già pronto «ancora non c’è, nemmeno il grillino Di Maio». E che Carpeoroc’entra, tutto questo, con l’avvenire del paese? «Nulla. Gli italiani si riempiono la bocca della Costituzione, della democrazia. Ma, se vai a vedere la sostanza, in Italia già da anni non c’è democrazia». Si dice che se vincesse il Sì saremmo costretti a subire la “dittatura” dell’Ue? «Ma perché, negli ultimi dieci anni cosa è successo, col vecchio sistema?». L’Italia bicamerale ha sottoscritto al 100% tutte le volontà dell’Unione Europea. Per questo, Carpeoro scommette che il voto del 4 dicembre non cambierà assolutamente niente: al limite, accelererà la fine politica di Renzi – irrilevante, per la comunità nazionale, vista l’assenza di vere alternative politiche. L’unico piano-B davvero democratico? Una scelta «eversiva e rivoluzionaria», di ribellione sistemica. «E le posizioni eversive e rivoluzionarie non c’entrano nulla con le leggi. Quando uno deve fare eversione e rivoluzione, non si può preoccupare di che legge elettorale ha, o di com’è fatta la Costituzione – tanto, comunque, uno Stato che fa una rivoluzione, la Costituzione poi se la cambia».
Certo, «le rivoluzioni possono essere violente o meno, delicate o dalle tinte forti – e io sono contro la violenza», sottolinea Carpeoro. Ma, aggiunge, «penso che gli italiani possano dare uno scossone forte a questo sistema solo con atti realmente rivoluzionari», come appunto il boicottaggio fiscale dimostrativo e l’astensionismo di massa dichiarato. «Io sono su questa posizione, una posizione che metta gravemente in discussione l’equilibrio, il futuro e le capacità dell’Italia. Evitiamo i pannicelli caldi, il dire “resta la vecchia Costituzione, o arriva quella nuova”: cosa vuoi che cambi?». Non è stata certo la Costituzione vigente a mettere l’Italia al riparo dal massacro sociale dell’austerity indotta dall’Ue e dall’Eurozona. Dunque, perché insistere su temi come «il bicameralismo perfetto o imperfetto, la nomina dei senatori?». Una presa di posizione estremamente esplicita: «Basta, non voglio essere coinvolto in questa pantomima che serve solo per capire chi si siede sulla sedia più bella», conclude Carpeoro. «L’Italia politica di questo tipo è finita. Poi magari la gente ne prenderà atto tra dieci anni, ma è già finita adesso».
http://www.libreidee.org/2016/11/serve-una-rivoluzione-non-pagare-le-tasse-non-votare-piu/

ECCO COSA ACCADREBBE SE L’ITALIA AVESSE ANZICHE’ LO SCIAGURATO EURO, UNA NUOVA VALUTA SOVRANA




Di: Luca Campolongo
Mentre la data sul referendum costituzionale si avvicina, si moltiplicano le dichiarazioni allarmistiche da parte dei grandi istituti bancari e degli analisti sul futuro dell’Italia in caso di vittoria del NO, dimostrando in tal modo come i “mercati”, che altro non sono che una ristretta cerchia di squali della finanza, non abbiano perso il vizio di entrare a gamba tesa nella sovranità degli stati nonostante le sonore scoppole prese con la Brexit e con la vittoria di Trump negli USA.
A proposito, vi ricordate le catastrofi annunciate in caso di vittoria della Brexit? Bene: dopo Honda e Nissan, anche IBM ha annunciato che investirà in nuovi insediamenti industriali nel Regno Unito, mentre il dollaro si è rafforzato sull’euro e Wall Street è cresciuta 7 giorni su 8 dopo la vittoria di Trump, ovvero l’esatto contrario di quanto pronosticato dagli analisti “qualificati”.
Sempre i suddetti analisti hanno preconizzato l’uscita dall’euro dell’Italia in caso di vittoria del NO, puntando a spaventare gli elettori e piegarli a votare per il sì, assieme alla martellante ed inqualificabile campagna portata avanti dal premier non eletto in spregio al ruolo super partes che dovrebbe ricoprire il presidente del consiglio.
Ma cosa accadrebbe, se l’Italia uscisse dall’euro e tornasse a battere moneta propria con relativa sovranità monetaria, ovvero cancellando quello scempio economico e giuridico creato dal duo Andreatta – Ciampi introducendo il divieto per la banca d’Italia di fungere da prestatore di ultima istanza per lo stato?
La nuova moneta, che per evitare confusioni con la vecchia lira, chiameremo con il nome di fantasia di “ducato” si svaluterebbe di circa il 15-20% rispetto all’euro, riequilibrando il rapporto di cambio ora totalmente sballato rispetto al marco tedesco, di cui l’euro è semplicemente il paravento. Vediamo ora, nel concreto, quello che potrebbe accadere, supponendo un cambio iniziale di 1 “ducato” per 1 euro e successiva svalutazione.
Ci ritroveremmo con la benzina a 30 “ducati” il litro? Ovviamente no: calcolando che sul prezzo alla pompa il costo della materia prima è circa il 30% (il resto sono gabelle messe dallo stato), una svalutazione del 15% inciderebbe complessivamente per pochi centesimi di euro / “ducato”: ipotizzando un prezzo alla pompa attuale di 1,45 euro, si trasformerebbe in aumento di 0,065 euro. Un litro di benzina, quindi, verrebbe a costare 1,51 “ducati”: nulla di tragico e, soprattutto, nulla che non si potrebbe gestire tagliando una parte delle accise. Questo significa che l’aumento dei carburanti avrebbe un impatto quasi ininfluente sull’inflazione che, al momento, è addirittura con segno negativo.
Vediamo ora il debito pubblico: molti analisti “qualificati” parlano della sua esplosione, perché se il “ducato” si svalutasse del 15% rispetto all’euro, esso crescerebbe di altrettanto. Premesso che da quando è arrivato Monti, il debito pubblico è cresciuto in una percentuale ben superiore, dobbiamo tenere presente che anch’esso verrebbe convertito in “scudi”, esattamente come il debito pubblico in lire venne ridenominato in euro.
La speculazione internazionale potrebbe tentare di attaccare il debito pubblico giocando sullo spread, ma con una banca centrale in grado di acquistare il debito pubblico come prestatore di ultima istanza, il tasso d’interesse verrebbe comunque calmierato. Non è un caso, infatti, che nel 1980, prima del “divorzio” bankitalia – tesoro, il debito pubblico italiano fosse del 54% e che oggi continui a crescere nonostante un avanzo primario dello stato (entrate – uscite al netto degli interessi pagati). Ovvero il debito cresce solo a causa degli elevati tassi di interessi che paghiamo alla speculazione internazionale per non avere una banca centrale sovrana.
Passiamo ora al comparto produttivo: l’uscita dall’euro e la svalutazione del “ducato” avrebbero due importanti vantaggi: migliorare la competitività delle esportazioni e rendere più convenienti i prodotti italiani sul mercato interno rispetto a quelli prodotti all’estero. E questo è esattamente ciò che la Germania, la “virtuosa” Germania non vuole, dato che si troverebbe di nuovo un temibile avversario sui mercati esteri e non potrebbe più esportare così facilmente i suoi prodotti da noi. E’ opportuno ricordare che Berlino attua da anni una politica economica predatoria che prevede lo sfruttamento di mano d’opera a basso costo nel proprio territorio, per esportare all’estero i propri beni a danno delle altre industrie. Non è un caso che i consumi interni dei tedeschi siano al palo da più di un decennio e che milioni di lavoratori vivano di sussidi pubblici al limite della povertà.
A proposito, vi ricordate la famosa svalutazione della lira del 1992? Bene, sapete di quanto crebbe il pil nel 1994 e nel 1995? Rispettivamente del 2,2% e del 2,9%: più di tre volte quanto annunciato trionfalisticamente dal premier non eletto per il 2016!
Aumento dell’export e maggiore competitività dei prodotti made in italy sul mercato interno significano una sola cosa: maggiori possibilità di occupazione e di lavoro per i milioni di disoccupati italiani.
Vediamo un ultimo aspetto, quello dell’inflazione: oggi siamo in una fase di pericolosissima deflazione, quindi anche se vi fosse una ripresa del fenomeno, i problemi sarebbero del tutto relativi rispetto ai vantaggi.
Ora vi lascio con un piccolo spunto di riflessione: gli anni 80 e parte dei 90 sono stati un periodo di grande benessere, secondo solo al boom economico degli anni 60 (non solo in Italia) e chi oggi ha tra i 50 ed i 60 anni se li ricorda decisamente bene. E non è un caso che proprio questa fascia di età, con punte anche tra i quarantenni, siano i più contrari al nuovo modello turboliberista che ha portato solo misera, disoccupazione e diseguaglianze sociali.
Una massa elettorale che alla prima occasione ha votato in massa coloro che sono contro questo “paradiso in terra” rappresentato dalla ue e dalla banda Clinton negli USA. E mai come oggi i media di regime si sono scagliati contro il voto popolare e soprattutto contro il voto dei “vecchi” colpevoli di “rubare” il futuro ai giovani, che avendo vissuto solo questo inferno, non hanno minimamente idea di come si possa star meglio al di fuori di esso.
Pensateci bene, ed il 4 dicembre fate un grande regalo a voi ed ai vostri figli, votando NO al potere delle oligarchie finanziarie incarnato da questo governo (una legge pro banche ogni due mesi), dalla ue e dai suoi suggeritori interessati. I fautori del sì dicono che in caso di vittoria del NO si tornerebbe indietro di 30 anni. Loro stessi lo ammettono, dimenticandosi di aggiungere che 30 anni fa si viveva decisamente meglio di oggi. Non lasciatevi rubare il futuro dalle élites finanziarie.
Luca Campolongo
Riferimenti
Fonte: ilnord

La grande fragilità di papa Bergoglio dopo la sconfitta di Hillary Clinton (e di George Soros)

La grande fragilità di papa Bergoglio dopo la sconfitta di Hillary Clinton (e di George Soros)


Si è chiuso, senza gloria né echi, il Giubileo straordinario della Misericordia indetto da papa Jorge Mario: il buon senso avrebbe consigliato al pontefice una pausa per riflettere sul sostanziale fallimento dell’Anno Santo. Il papa, invece, ha moltiplicato gli sforzi per blindare la svolta modernista impressa alla Chiesa: nuova creazione di cardinali a lui fedeli e concessione a tutti i sacerdoti della facoltà di assolvere l’aborto. Forse Bergoglio ha fretta, perché sa che il contesto internazionale che lo ha portato sul Soglio Petrino si è dissolto con l’elezione di Donald Trump. Breve indagine su come l’amministrazione Obama e George Soros hanno introdotto il gesuita argentino, in forte odore di massoneria, dentro le mura leonine.

Jorge Mario Bergoglio? La versione petrina di Barack Hussein Obama

Cesaropapismo: “sistema di relazioni tra Stato e Chiesa, vigente nell’Impero romano d’Oriente e nella Russia degli zar, in virtù del quale il potere civile estendeva la propria competenza al campo religioso anche nei suoi problemi disciplinari e teologici” è la definizione data dell’Enciclopedia Treccani.
L’intervento dello Stato sugli affari religiosi, così da plasmare la Chiesa e la dottrina secondo le esigenze del potere temporale, è davvero circoscritto solo all’impero bizantino e, per riflesso, al mondo ortodosso? Il cesaropapismo è davvero estraneo all’Occidente moderno?
La maggior parte dei cattolici, collegando lo Stato autonomo del Vaticano al concetto di indipendenza, risponderebbero di sì: sono la gerarchia della Chiesa, ed in particolare il Vicario di Cristo in terra, a garantire la corretta osservanza della dottrina, senza che nessun potere esterno interferisca. Una minoranza di cattolici, più smaliziata (per non usare il termine “machiavellico”, che ha acquistato nei secoli una pessima connotazione), è invece consapevole che la Chiesa di Roma subisce, dalla notte dei tempi, gli influssi del mondo esterno: re francesi, imperatori tedeschi, generali corsi e dittatori italiani hanno sempre cercato di ritagliarsi una Chiesa su misura.
È una realtà più vera che mai dal secondo dopoguerra: il Vaticano, inglobato come il resto dell’Europa Occidentalenell’impero angloamericano, finisce inesorabilmente col subirne l’influenza politica, economica ed ideologica. Quanto avviene alla Casa Bianca, presto o tardi, si ripercuote dentro le mura leonine.
Se il potere temporale si sente poi particolarmente forte, se ha fretta di attuare la propria agenda e sa di poterla imporre con facilità alla Chiesa cattolica, indebolita da decenni di secolarizzazione della società ed in preda ad unaprofonda crisi d’identità, bé, allora, perché adeguarsi ai tempi dello Stato pontificio, che scorrono placidi come in tutte le monarchie? Conclave, fumata bianca, regno del pontefice, morte, conclave, etc. etc., in perpetuum? Non si potrebbe spingere a fondo “la modernizzazione” dello Stato pontificio (termine quasi blasfemo sino al Concilio Vaticano II), cosicché il papa “si dimetta”, come un amministratore delegato qualsiasi, e gli azionisti di maggioranza possano nominare un nuovo “chief executive officer” della Chiesa cattolica apostolica romana, sensibile ai loro interessi?
Durante la folle amministrazione di Barack Hussein Obama, periodo durante cui l’oligarchia euro-atlantica si è manifestata in tutte le sue forme, dal terrorismo islamico all’immigrazione selvaggia, dagli assalti finanziaria alle guerre per procura alla Russia, abbiamo assistito a tutto: comprese le dimissioni di papa Benedetto XVI, le prime da oltre 600 anni (l’ultimo pontefice ad abdicare fu Gregorio XII nel 1415), ed alla nascita di un ruolo, quello di “pontefix emeritus”, sinora mai attribuito ad un Vicario di Cristo vivente.
L’interruzione del pontificato di Joseph Ratzinger, seguita dal conclave del marzo 2013 che elegge l’argentino Jorge Mario Bergoglio, è una vera e propria “rivoluzione” per la Chiesa Cattolica, facilmente intellegibile a credenti ed atei: ad un pontefice “conservatore” come Benedetto XVI ne succede uno “progressista” come Francesco, ad un difensore dell‘ortodossia cattolica succede un modernista che vuole “rinnovare” la dottrina millenaria della Chiesa, ad un papa che aveva ribadito l’inconciliabilità tra Chiesa Cattolica e massoneria1 ne subentra uno che è in fortissimo odore di libera muratoria, ad un pontefice sicuro che solo nella Chiesa di Cristo c’è la salvezza segue un paladino dell’ecumenismo, talmente ardito da osare l’impensabile: “non esiste un Dio cattolico, esiste Dio” afferma ad Eugenio Scalfari nel 2013.
Il Fondatore de La Repubblicaben introdotto negli ambienti “illuminati” nostrani ed internazionali, è in effetti un’ottima cartina di tornasole per afferrare il mutamento in seno alla Chiesa: si passa dall’editoriale “Da Pacelli a Ratzinger, la lunga crisi della Chiesa2 del maggio 2012, dove Scalfari ragiona a distanza sul pontificato “lezioso” di Ratzinger, rinfacciandogli una scarsa apertura alla modernità, a Lutero ed all’ecumenismo, al dialogo tête-à-têtedel novembre 2016, dove Scalfari discetta amabilmente con Bergoglio di “meticciato universale”, tema tanto caro allamassoneria3.
Jorge Mario Bergoglio è, per usare una definizione sintetica, la versione petrina di Barack Hussein Obama. Si potrebbe sostenere che sia stato il presidente americano ad installare il gesuita ai vertici della Chiesa, ma sarebbe un’affermazione soltanto verosimile. Come vedremo tra breve, infatti, sono gli stessi ambienti che hanno appoggiato Barack Obama (e che avevano investito tutto su Hillary Clinton nelle ultime elezioni) ad aver preparato il terreno su cui è germogliato il pontificato di Bergoglio. È il milieu, per non tenere i lettori sulle spine, della finanza angloamericana, di George Soros e dell’establishment anglofono liberal.
Se si riflette sugli ultimi tre anni di pontificato, l’azione del papa sembra infatti ricalcata sull’amministrazione democratica. Obama si fa il paladino della lotta al surriscaldamento globale, culminata col Trattato di Parigi del dicembre 2015? Bergoglio risponde con l’enciclica ambientalista “Laudato si”. Obama ed i suoi ascari europei, Merkel e Renzi in testa, incentivano l’immigrazione di massa? Bergoglio ne fornisce la copertura religiosa, finendo col dedicare la maggior parte del pontificato al tema. Obama legalizza i matrimoni omosessuali? Bergoglio si spende al massimo affinché il Sinodo sulla famiglia del 2014 si spinga in questa direzione. Obama vara una discussa riforma sanitaria che incentiva l’uso di farmaci abortivi? Bergoglio allarga all’intera platea di sacerdoti, anziché ai soli vescovi, la facoltà di assolvere dall’aborto.
Come è stato possibile insediare in Vaticano un pontefice che fosse in perfetta sintonia con l’amministrazione democratica di Obama e, sopratutto, espressione degli interessi massonici-finanziari retrostanti?
Ebbene, cercheremo di fornire una riposta al quesito col presente articolo.
Alcuni, specie i cattolici più sanguigni, vedono nella caduta di Ratzinger e nella nomina di Bergoglio nient’altro chel’azione del demonio: l’avvento, secondo alcuni, addirittura di quel papa nero che secondo la profezia di Nostradamus spalancherà le porte dell’Apocalisse. Noi, abituati a vivisezionare il potere (sovente “demoniaco”, questo sì) con criteri scientifici, adotteremo però il solito approccio storico-deterministico, cercando i principi di causa-effetto che hanno portato alla caduta di Ratzinger prima, ed all’ascesa al soglio petrino di Bergoglio poi.
Se, malauguratamente, nella nostra ricerca ci dovessimo imbattere in forze demoniache, bé, possiamo solo sperare che la Provvidenza ci protegga.
Ora. Il primo passo in questi casi è, come sempre, sbarazzarsi della vecchia gerarchia, il maggiore intralcio per l’insediamento di quelle nuove figure su cui il Potere scommette tutto: è una dinamica già vista in Italia conTangentopoli, che spazzò via la vecchia classe dirigente italiana spianando la strada ai governi “europeisti” di Amato, Prodi, etc.; già vista in Germania con la Tangentopoli tedesca che decapitò la CDU e favorì l’emergere della semi-sconosciuta Angela Merkel; già vista a Firenze con lo scandalo urbanistico sull’area Castello che eliminò l’assessore-sceriffo Graziano Cioni ed avviò la scalata al potere di Matteo Renzi; già vista in Brasile con lo scandalo Petrobas che ha causato la caduta di Dilma Rousseff e la nomina a presidente del massone Michel Temer; etc. etc.
Accuse di corruzione (fondante o non), illazioni infamanti, minacce, sinistre allusioni, carcerazioni preventive, battage della stampa, false testimonianze, omicidi: qualsiasi mezzo è impiegato per “scalzare” i vecchi vertici indesiderati. Nel nostro caso, l’obiettivo sono il papa Joseph Ratzinger ed il suo seguito di cardinali conservatori, da defenestrare a qualsiasi costo per l’avvento di un pontefice modernista, il gesuita Jorge Mario Bergoglio.

Vatileaks & Co: come defenestrare un papa

Tracciamo quindi una breve cronologia ragionata dei fatti che portarono alla clamorosa rinuncia di Ratzinger al Soglio Petrino nel febbraio 2013 ed alla nomina a vescovo di Roma del gesuita Bergoglio.
Aprile 2009: Barack Obama si è insediato alla Casa Bianca da appena tre mesi e con lui quell’oligarchia liberal decisa a sbarazzarsi di Benedetto XVI. In Italia esce Vaticano S.p.A., un libro che “grazie all’accesso, quasi casuale, a un archivio sterminato di documenti ufficiali, spiega per la prima volta il ruolo dello IOR nella prima e nella seconda Repubblica4mafia, massoneria, Vaticano e parti deviate dello Stato sono il mix di questo bestseller che apre la campagna di fango ed intimidazione contro Ratzinger.
L’autore del libro è Gianluigi Nuzzi che, particolare molto interessante ai fini della nostra analisi, è uno dei pochi giornalisti italiani ad essere in stretti rapporti con il solitamente schivo Gianroberto CasaleggioNuzzi ottiene nel 2013 dal guru del M5S una lunga intervista5 e, tre anni dopo, partecipa alle sue esequie a Milano.
nuzzi
È quindi lecito supporre che Nuzzi, penna de Il Giornale, Libero ed il Corriere della Sera, confezioni “Vaticano S.p.a” ed il successivo bestseller “Vatileaks”, avvalendosi delle fonti passategli dagli stessi ambienti che si nascondo dietro Gianroberto Casaleggio ed il M5S: i servizi atlantici e, in particolare, quelli britannici che storicamente vivono in simbiosi con la massoneria.
Biennio 2010-2011: sono due anni durissimi per il pontificato di Ratzinger, assalito da ogni lato dalle inchieste sulla pedofilia, il tallone d’Achille della Chiesa cattolica su cui l’oligarchia atlantica può colpire con facilità, infliggendo ingenti danni. “Scandalo pedofilia, il 2010 è stato l’annus horribilis della Chiesa cattolica” scrive nel gennaio 2011 il Fatto Quotidiano6. È lo stesso periodo in cui l’argentino Luis Moreno Ocampo, primo Procuratore capo della Corte Penale Internazionale ed ex-consulente della Banca Mondiale, valuta se accusare il pontefice Ratzinger di crimini contro l’umanità, imputandogli i “delitti commessi contro milioni di bambini nellmani di preti e suore ed orchestrati dal papa7.
Anno 2012: disponiamo oggi (dopo le rivelazioni di Wikileaks dello scorso ottobre) di un importante documento risalente al suddetto anno, indispensabile per capire le trame che portano alla caduta di Ratzinger ed all’ascesa nel “modernista” Bergoglio. È infatti il febbraio 2012 quando John Podesta scrive a Sandy Newman un’email intitolata: “opening for a Catholic Spring? just musing…” ossia “Preparare una Primera cattolica? Qualche riflessione…”. Chi sono i due uomini?
Podesta, finito recentemente alla ribalta nella veste di presidente della campagna elettorale di Hillary Clinton, è un papavero dell’establishment liberal: già Capo di gabinetto della Casa Bianca ai tempi di Bill Clinton, Podesta è anche fondatore del pensatoio Center for American Progress, di cui uno dei principali donatori è lo speculatore George Soros. Sandy Newman è invece una figura più defilata, ma non per questo meno importante (o forse addirittura più importante?) di Podesta: è dirigente e fondatore di alcune associazioni progressiste8 (Voices for Progress, Project VOTE!, Fight Crime: Invest in Kids) e attraverso i suoi programmi si fa le ossa nel 1992, fresco di dottorato, nientemeno che Barack Hussein Obama.
Cosa si dicono Podesta e Newman in questo prezioso scambio di email? Riportiamone uno stralcio9:
“Newman: There needs to be a Catholic Spring, in which Catholics themselves demand the end of a middle ages dictatorship and the beginning of a little democracy and respect for gender equality in the Catholic church. (…) Podesta: We created Catholics in Alliance for the Common Good to organize for a moment like this. But I think it lacks the leadership to do so now. Likewise Catholics United. Like most Spring movements, I think this one will have to be bottom up”.
Negli ambienti anglosassoni liberal, gli stessi dove si discute da anni della necessità di un Concilio Vaticano III che apra a omosessuali, aborto e contraccezione (“The World Needs a New Vatican Council” scrive nel 2010 un membro del sullodato Center for American Progress10), si parla quindi apertamente di una Primavera Cattolica, che ponga fine alladittatura medioevale della Chiesa, sulla falsariga della Primavera Araba che ha appena sconquassato il Medio Oriente. “Come tutti le Primavere” dice Podesta, “anche questo movimento deve andare dal basso verso l’alto.L’obiettivo dell’oligarchia atlantica è quindi il vertice della Chiesa, il conservatore Joseph Ratzinger? La risposta, considerati gli sviluppi successivi, è sì.
Di lì a poche settimane, parte infatti la manovra a tenaglia che nell’arco di una decina di mesi porterà alla clamorose dimissioni di Benedetto XVI: è il cosiddetto Vatileaks, una furiosa campagna mediatica che attaccando su più fronti (IOR, abusi sessuali, lotte di palazzo, la controversa gestione della Segreteria di Stato da parte del cardinale Bertone, etc. etc.) infligge il colpo di grazia al già traballante pontificato del conservatore Ratzinger, dipinto come “troppo debole per guidare la Chiesa”. Esula dalla nostro articolo l’analisi della contorta e complessa vicenda del “Vatileaks”: quello che ci preme sottolineare è come l’intero scandalo poggi sulla fuga di notizie, un’attività che dalla notte dei tempi è svolta dai servizi segreti.
Notizie trafugate sono quelle che consentono al solito Gianluigi Nuzzi di confezionare il secondo bestseller, il libro-terremoto che esce nel maggio 2012: “Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI”, poi tradotto in inglese dallaCasaleggio Associati con l’emblematico titolo “Ratzinger was afraid: The secret documents, the money and the scandals that overwhelmed the pope”. Chi è la fonte di Nuzzi, il cosiddetto “corvo”? Come nel più banale dei racconti gialli, è il maggiordomo, quel Paolo Gabriele che funge da capro espiatorio per una macchinazione ben più complessa.
Notizie trafugate sono quelle che compaiono sul Fatto Quotidiano11, utili a dimostrare che lo IOR, gestito da Ettore Gotti Tedeschi“non ha alcuna intenzione di attuare gli impegni assunti in sede europea per aderire agli standard del Comitato per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali e non ha alcuna intenzione di permettere alle autorità antiriciclaggio vaticane e italiane di guardare cosa è accaduto nei conti dello IOR prima dell’aprile 2011”. Gotti Tedeschi verrà brutalmente licenziato dallo IOR il 25 maggio, lo stesso giorno dell’arresto del maggiordomo Gabriele, così da alimentare il sospetto che i “corvi” siano ovunque, anche ai vertici dello IOR, Gotti Tedeschi compreso.
Notizie trafugate, infine, sono gli stralci pubblicati da Concita De Gregorio su La Repubblica e Ignazio Ingrao su Panorama nel febbraio 2013, estrapolati da un presunto dossier segreto e concernenti una fantomatica “lobby omosessuale in Vaticano”: sarebbe la gravità di questo documento, secondo le ricostruzione della stampa, ad aver convinto Ratzinger alle dimissioni12.
Si arriva così all’11 febbraio 2013: durante un concistoro per la canonizzazione di alcuni santi, Benedetto XVI, visibilmente affaticato, comunica in latino la clamorosa rinuncia al Soglio Petrino13. Il papa fu costretto alle dimissionisotto ricatto? Era effettivamente spaventato?
Ratzinger ha recentemente ribadito che quella drammatica scelta “non si è trattata di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte: nessuno ha cercato di ricattarmi”.14 Ratzinger affermò, l’11 febbraio 2013, di non essere più sicuro delle sue forze nell’esercizio del ministero petrino”: è in questo senso di insicurezzache, probabilmente, va cercata la vera ragione della rinuncia di Benedetto XVI. Fiaccato da tre anni di attacchi mediatici, piegato dallo scandalo Vatileaks, il teologo Ratzinger, da sempre poco risoluto (“Un mio punto debole è forse la poca risolutezza nel governare e prendere decisioni”) ed ormai 86enne, non vede altra soluzione che le dimissioni. Altri, dotati di una tempra più robusta, avrebbero forse combattuto fino in fondo.
Le disgrazie del “conservatore” Ratzinger ed il massiccio cannoneggiamento che ha indebolito i settori della Chiesa a lui fedeli, spianano così la strada ad un papa modernista, che attui quella “Primavera cattolica” tanto agognata dall’establishment angloamericano.
Il Conclave del marzo 2013 (durante cui, secondo il giornalista Antonio Socci, si verificano gravi irregolarità che avrebbero potuto e dovuto invalidarne l’esito15), sceglie così come vescovo di Roma l’argentino Jorge Mario Bergoglio: primo gesuita a varcare il soglio pontificio, dai trascorsi un po’ ambigui ai tempi della dittatura argentina16 (la ricattabilità è un tratto salienti dei burattini atlantici, da Angela Merkel a Matteo Renzi), il nuovo vescovo di Roma è saluto con gioia dalla massoneria argentina17, da quella italiana18, e dalla potente loggia ebraica del B’nai B’rith che presenzia al suo insediamento19.
Lo stesso Bergoglio è un libero muratore? Più di un elemento di carattere dottrinario, dal diniego che “Dio sia cattolico” all’ossessivo accento sull’ecumenismo, fanno supporre di sì: il capo della Chiesa Cattolica apostolica romana potrebbe essere, in realtà, seguace del deismo massonico.
Ma è soprattutto l’amministrazione democratica di Barack Obama e quella cricca di banchieri liberal ed anglofoni che la sostengono, a rallegrarsi per il nuovo papa: Bergoglio è il pontefice che attua nel limite del possibile quella “Primavera Cattolica” tanto agognata (matrimoni omosessuali, aborto e contraccezione), è il pontefice che sposa la causa ambientalista, è il pontefice che fornisce una base ideologica all’immigrazione indiscriminata, è il pontefice che sdogana Lutero e la riforma protestante, è il pontefice che sostanzialmente tace sulla pulizia etnica in Medio Oriente ai danni dei cristiani per mano di quell’ISIS, dietro cui si nascondono quegli stessi poteri (USA, GB ed Israele) che lo hanno introdotto dentro le mura leonine. È il pontefice, il primo ad aver “l’onore” di parlare al Congresso degli Stati Uniti d’America durante la visita del settembre 2015, che si prodiga per sedare i malumori nel mondo cattolico americano contro la riforma sanitaria Obamacare.
L’ultimo clamoroso intervento di Bergoglio a favore dell’establishment atlantico risale al febbraio 2016, quando il pontefice etichettò come “non cristiana” la politica anti-immigrazione di Donald Trump: c’era, certo, dietro questo incauto intervento il desiderio di sdebitarsi con quel mondo cui il pontefice argentino deve tutto, ma c’era anche la volontà dimettere al riparo, se non il suo pontificato (che sarebbe troppo meschino), perlomeno la sua opera di “modernizzazione” della Chiesa. La vittoria di Hillary Clinton, la candidata di George Soros e dell’oligarchia euro-atlantica, era infatti la conditio sine qua non perché la “Primavera Cattolica” di Bergoglio potesse continuare: al contrario, la sua sconfitta ha smantellato quel contesto geopolitico su cui Bergoglio ha edificato la traballante riforma progressista della Chiesa.
Come François Hollande, come Angela Merkel e come Matteo Renzi, Jorge Mario Bergoglio, benché vescovo di Roma, oggi non è altro che il residuato di un’epoca archiviata: un figurante senza più copione, fermo sul palco, ammutolito ed estraniato, in attesa che cali il sipario.
C’è stato da parte di Bergoglio un ultimo sussulto per blindare la sua opera: il conferimento a tutti i sacerdoti della facoltà di assolvere dal peccato dell’aborto ed una terza infornata di cardinali (più di un terzo del collegio cardinalizio è ora formato da prelati a lui fedeli), così da imprimere un connotato “liberal” anche al futuro della Chiesa di Roma. Ma è ormai troppo tardi. 
La ribellione dentro la Chiesa alla sua “Primavera Cattolica” è iniziata (quattro cardinali hanno di recente sollevato gravi contestazioni al documento Amoris Laetitiae con cui Bergoglio ha chiuso i lavori del Sinodo sulla Famiglia, contestazioni cui il pontefice non ha ancora risposto) ed alla Casa Bianca non c’è più nessun a proteggerlo. Anzi, c’è un presidente in pectore che, forte del voto della maggioranza dei cattolici americani, ne gradirebbe forse le dimissioni sulla falsariga di Benedetto XVI. La fine per Jorge Mario Bergoglio dunque si avvicina: molti uomini hanno già espresso un giudizio sul suo operato, Dio esprimerà il suo.
Di: Federico Dezzani
Leggi art. completo: federicodezzani
https://ununiverso.it/2016/11/26/la-grande-fragilita-di-papa-bergoglio-dopo-la-sconfitta-di-hillary-clinton-e-di-george-soros/