venerdì 27 febbraio 2015

Chateau Lafite-Rothschild 2002



Con diversi secoli di vita(il 1620 è il presumibile anno di fondazione) sempre condotti sui crinali dell’eccellenza e dell’estrema qualità,osannato dai grandi del pianeta(il cardinale Richelieu e il presidente americano Thomas Jefferson sono stati tra i primi e più titolati appassionati del marchio),lo Chateau Lafite Rothschild è considerato uno dei vini più buoni e famosi del mondo. Addirittura nel novero dei primissimi per quotazioni ed esclusività. Un vero mito fra tanti sedicenti tali. Il vero mito si nutre di una storia univoca ed elitaria. Tra i prestigiosi possedimenti del Marchese Alexandre de Segur, nel 1868 l’allora Chateau Lafite(dal guascone “la hite” che significa collinetta) divenne Chateau Lafite-Rothschild col passaggio della proprietà alla famiglia dei celebri banchieri. Il primo fu il Barone James de Rothschild . Dal 1974 è nelle mani di Eric e della genìa dei Rothschild di quinta generazione. Una continuità rara ed esemplare. Il terroir delle numerose parcelle che circondano il castello è splendido. Oltre al clima favorevole mitigato dalla contiguità con l’estuario della Gironda,un terreno calcareo e ciottoloso,antiche piante allevate con cure maniacali,una selezione rigorosa delle uve(tale che circa il 40%  della produzione finisce per rimpolpare la seconda etichetta  Les Carruades de Lafite,ovvero il pianoro di Lafite,o addirittura un generico Pauillac)completano il quadro di una ricetta enologica mirante alla perfezione,infallibile nella sua semplicità. Manco a dirlo i legni d’elevazione sono prodotti da una  tonnellerie interna e immagazzinati nelle splendide cantine circolari progettate dall’architetto spagnolo Ricardo Bofill. Le cronache di degustazione parlano quasi sempre di uno stile tutto incentrato su una discrezione che predilige l’eleganza alla possanza,senza rinunciare ad un notevole sostrato di estratti e ad un’esemplare profondità e complessità. Prodotto con prevalenti uve cabernet sauvignon e variabili apporti di merlot,cabernet franc e petit verdot a completare l’assemblaggio,il vino di Lafite non vuole esprimere la potenza di un Latour o di un Mouton ma vuole distinguersi per equilibrio e raffinatezza,di cui  è stato sempre tradizionalmente e congenitamente dotato. Un’esperienza organolettica indimenticabile nel carnet emozionale del degustatore privilegiato che subisce la sorte benigna  di goderne le infinite piacevolezze. Un lungo preambolo serve talvolta ad introdurre un evento e una bevuta inconsapevolmente da sempre attesa. Perché nel Dna dei  Bevitori d’Alta quota è marcato un imperativo a caratteri di fuoco:braccare incessantemente l’immigliorabile vinicolo. Ed è così che mi ritrovo con l’amico di tante “tenzoni” enoiche,Antonio Lioce,ad inseguire con lo sguardo tracce del leggendario  cru nel ristretto campo visivo di una cartina geografica. Ma non è una carta qualsiasi. E’ una mappa tecnica del comune di Pauillac che riporta i principali vigneti della zona. Ad osservare silente le operazioni di ricerca,una bottiglia di Chateau Lafite-Rothschild 2002 prossima allo stappo. Le vigne di proprietà sono a ridosso del confine col comune di Saint-Estephe. Addirittura una piccola parte dei terreni vitati è incuneata fra  i cru di Lafon-Rochet  e Cos Labory,rispettivamente un 4eme  ed un 5eme cru classè di  Saint-Estephe. Il millesimo 2002 che abbiamo davanti è cerchiato nella guida Hachette Des Vins 2008 come exceptionel . Il campione è stato conservato sin qui in un luogo deputato a farlo. Stavolta non abbiamo sbagliato niente. Aleggia solo il sempiterno  dubbio : è  opportuno consumarlo adesso? Ma non importa:saprà parlare la lingua degli angeli, ne siamo certi. Nella consueta cornice del wine-bar Cairoli,ripiegata la cartina e riposte le guide,decidiamo di stappare subito la  bottiglia  tanto attesa prima di stabilire con quali bollicine principiare la beva. La scelta cade su di uno champagne brut di Legras. Sarà che i sensi erano già tutti proiettati sul campione bordolese,la bottiglia di Legras ci è sembrata senza infamia e senza lode e ha svolto a malapena il compito di lubrificare le papille gustative. Ormai la scena è della successiva beva. Versiamo lo Chateau Lafite-Rothschild nei calici non senza un brivido d’emozione. Inarchiamo al limite l’attenzione. Il vino sciabordante nel bevante mostra una livrea rubino carico che già sorprende. Il colore è brillante e saturo,più di quanto facessero presagire le cronache pregresse. Moderato il grado alcolico(12,5°). All’olfatto è delicatamente femminile con aromi di fiori e frutti rossi e ricordi di lieve speziatura. In bocca il tatto è morbido e rotondo. In fase retro-olfattiva la persistenza è infinita.
Restiamo totalmente soggiogati. Se fino ad oggi parole quali eleganza,raffinatezza e armonia ci erano sembrate astratte e oscure,ora è tutto chiaro:eccole a baloccare e coccolare i nostri sensi. Lo Chateau Lafite-Rothschild è l’essenza di un première cru  bordolese con tutta la classe che ci si aspetta da un vino leggendario.  Quel che giganteggia è infatti l’equilibrio,da cui tutto discende. In questo bicchiere è supremo. Dov’è il graffiante tannino così temuto in un campione reputato giovanissimo? Dov’è la spina acida importante per la verve e la longevità  e così ostile al gusto? Tutto scompare e si ricompone in unità. E il tocco del vino risulta soave e felpato,supremamente integro,di inestricabile consistenza e complessità. Subito abbandoniamo il gioco dei riconoscimenti analogici .Con un vino simile è  un divertissement pleonastico:siamo intenti a varcare i cancelli del paradiso. In balìa del massimo piacere poco importa quali fiori o frutti,quali spezie o minerali recano simili effluvi odorosi nel cono olfattivo e sprigionano tale ridda di sapori sotto la volta palatale. Io non riconosco più nulla ma percepisco il tutto. Che è quello che accade in prossimità dell’assoluto.
Rosario Tiso





giovedì 26 febbraio 2015

Chateau Cheval Blanc



"Chateau Cheval Blanc” è il nome più celebre di Saint-Emilion ed è unico per tanti aspetti. Appartiene alla famiglia Fourcaud-Laussac dal 1832,una continuità che costituisce un punto di forza".Così recitava la "Guida ai vini del mondo 1995/96" di Slow-Food. Adesso non è più così.
L'ultima a cadere è stata proprio la star di St.Emilion. Per 250 miliardi delle vecchie lire,qualche anno addietro, Chateau Cheval Blanc è passato nelle mani della coppia Albert Frere(finanziere,proprietario di celebri ristoranti) e Bernard Arnault(del gruppo LVHM, Louis Vuitton,Hennessy,Moet-et-Chandon).Le vecchie famiglie che possedevano le cantine più prestigiose cedono il passo a frotte di potenti dalle più svariate origini. Pur muovendosi in maniera rispettosa del blasone e dell'impianto tecnico e organizzativo ereditato(non cambiano, di solito, gli "chef de cave"),i nuovi padroni sapranno proteggere le loro creature dal virus che li ha indotti ad appropriarsene, la ricerca spasmodica del business?Loro stessi,col loro impianto culturale e filosofico,costituiscono un potenziale nemico di un mondo di fragilissime eccellenze,dove il proprietario recava in sè l'anima del vino che produceva.
Lo Cheval Blanc è sempre stato nei miei pensieri. Interprete di una coscienza collettiva che tutt'ora lo predilige(basti pensare a film-cult come Sideways o Ratatouille. Nel primo è la bottiglia da stappare in un'occasione importante per il protagonista;nel secondo è il vino scelto dal temutissimo critico gastronomico! ),l'ho provato per la prima volta nel giugno del 2003 all'Ars Bibendi, locale-meteora della stazione Termini a Roma.In quella circostanza avevo deciso di investire 20 euro per assaggiare 2 o 3 vini di pregio. Finii per seguire il cuore e godermi due dita di Chateau Cheval Blanc 1996 spendendo l'intera cifra!Poi, nulla più.
Il costo proibitivo dell'oggetto del desiderio mi ha sempre tenuto a distanza da ogni velleità. Fino all'avvento della "Setta dei bevitori estinti".Fino alla possibilità di condividerne i costi. E,con gli amici di bevute,abbiamo varato l'operazione "Cheval":uno Chateau Cheval Blanc 2004 affiancato dallo Cheval des Andes 2002. Il celebre vino argentino,creatura fortemente voluta da Pierre Lurton, lo storico chef de cave di Chateau Cheval Blanc, in collaborazione con Terrazas de los Andes,m'era del tutto sconosciuto fino a quando non incappai in un'intervista rilasciata da Giorgio Pinchiorri. Alla domanda sui vini che gli avevano procurato più emozione non ebbe tentennamenti:lo Cheval des Andes era nel lotto dei preferiti.
Da allora è partita la caccia che è fatalmente confluita in quella storica,sulle tracce del vino della casa-madre.
Quando il cerchio si è finalmente chiuso ed abbiamo avuto la disponibilità di entrambi i campioni, è iniziata la fase d'attesa. Perchè procurarsi le bottiglie desiderate è solo una parte dell'impresa:scegliere il momento opportuno per berle è altrettanto fondamentale.
Siamo giunti così ai nostri giorni.
Al wine bar Cairoli e a pranzo.
Attorno al tavolo, la "Setta".
Senza troppi convenevoli abbiamo stappato entrambe le bottiglie e bevuto prima il nettare andino per concedere al più famoso bordolese maggiori spazi d'espressione e tempi d'ossigenazione. Forse anche per un inconscio timore reverenziale.
Lo Cheval des Andes è stato splendido. Il Malbec in esso contenuto dà l'esatta cifra dell'esuberanza della viticoltura del nuovo mondo. La fittezza della trama e l'opulenza dei profumi tradiscono un terreno ed un clima di provenienza ideali per la coltivazione della vite.Un esemplare enoico pressochè senza difetti.
Che ne sarà dello Cheval Blanc? Nel confronto, l'allievo supererà il maestro?Con trepidazione ci accostiamo al bicchiere bordolese. Sembra di giocare a nascondino.
Profumi e sensazioni quasi sospese, in attesa di dipanarsi in direzioni ancora tutte da definire. Ma l'impasse è durato solo pochi istanti.
Con un incedere maestoso il cabernet,l'anima dell'uvaggio girondino,ha dispiegato i suoi effluvi:potenza,complessità,voluttà,finezza. Quattro mosse per un imperioso scacco matto al campione argentino e alle nostre perplessità. Fino all'ultima goccia grondante il bicchiere ormai vuoto,lo Cheval Blanc ci ha parlato e ha dissipato i nostri dubbi sulle sorti del mito.
Anche in mani certamente meno amorevoli sembra essere assicurata l'assoluta qualità. Che è poi quel che più ci interessa. Da certi vini, sempre e ovunque, non si chiede niente di meno che l'emozione assoluta.

Rosario Tiso





                                 





mercoledì 25 febbraio 2015

Chateau Margaux 1997



Non era previsto. Ma quando si ha in cantina una bottiglia come lo CHATEAU MARGAUX 1997 non sai mai quando l'ispirazione può colpire e quando montare la marea del desiderio.
Alla tentazione enoica si cede
e la passione detta tempi e modalità. Così col mio fidato compagno di bevute e degustatore indipendente  Antonio Lioce (il nostro è un sodalizio che ci accomuna per capacità di sogno e pervicace determinazione al duo DON CHISCIOTTE E SANCHO PANZA in ruoli assolutamente intercambiabili!),abbiamo lasciato il lavoro in anticipo decisi ad obliarci. Destinazione: la nostra vineria preferita, il wine-bar Cairoli di Foggia. Un vero e proprio blitz,al punto che ho dovuto amorevolmente riscaldare la bottiglia sotto il maglione lungo il tragitto perchè ci sembrava troppo fredda.
Appena giunti al locale, un cenno d'intesa all'amico-proprietario-gestore e ci siamo eclissati nella saletta privata. Uno champagne d'abbrivio,   il consueto esercizio di pazienza nell'ossigenare il  prezioso liquido(un'ora circa) e via, a tuffare il naso nel collo dell'ampolla!
L'incipit olfattivo ci ha riservato uno strano odore,di ambiente chiuso e saturo di spezie.
Poi il profumo,rattrappito e compresso da sì lunga permanenza in così angusto vaso vinario, si è disteso. Ed è iniziato lo spettacolo. Innanzitutto di eleganza. Ogni nuance solo suggerita, nessuna nota di frutto o terziaria gridata o particolarmente preponderante. Tocco lieve, papille gustative in souplesse e in levitazione per afferrare sapori in parte aerei e sfuggenti. Acidità misurata. Armonia perfetta. Unico assente: quel che doveva essere il frutto primigenio, irrimediabilmente perduto .Ma a fronte di una maturità così compiuta e seducente non se ne ha nostalgia. Anzi vien da pensare che l'emozione,a volte,tira di fioretto anzichè di spada.
Rosario Tiso


martedì 24 febbraio 2015

Chambertin Clos-de-Beze



Eravamo in quattro quella sera al wine-bar Cairoli a sfidare il mito “Chateau Margaux”  in una versione Magnum del millesimo 1970!! Nulla faceva presagire quel che sarebbe accaduto di lì a poco e che, col senno di poi,  risulterà senza tema di smentita e a tutt’oggi la più grande bevuta della nostra vita!! Eccone il racconto.
“…O meglio,dovevamo essere in quattro!
Alle 20.30 del giorno convenuto ha fatto irruzione nel wine-bar Cairoli, e nelle nostre vite, Pierangelo Boatti della casa vinicola Monsupello. Il vulcanico agronomo della nota azienda dell'Oltrepò Pavese è arrivato con un lotto di sue bottiglie deciso a farle assaggiare e a promuoverle ad una cerchia limitata di clienti"scelti" del locale. Appena entrato ci ha incrociati intenti a preparare il "nostro"momento. Avevamo preventivamente stappato la “magnum” di “Chateau Margaux”   e ci apprestavamo ad accompagnarla con formaggi e salumi del sub-appennino dauno e carni garganiche alla griglia.
Fatalmente le degustazioni si sono incrociate.
Boatti ne è diventato, in virtù della sua esuberanza, subito il leader, dettando i tempi delle bevute. Si è partiti con gli spumanti Monsupello Brut,Nature e Cà del Tava in rapida successione,messi a confronto con uno champagne rosato di Bollinger ed un brut di Gatinois (il più grande fornitore di pinot noir di Bollinger!).  Per chiudere con le bollicine è comparsa sul tavolo una bottiglia di Krug 1995 e la freschezza e la sapidità delle italiche bollicine sono naufragate nell’oblio. Finalmente si è passati a quello che doveva essere il "re" della serata: Margaux. I quarant'anni hanno pesato su di un vino presumibilmente strepitoso in origine ma il nettare è parso lo stesso in grandissima forma. Succoso  e profumato. Mentre si discuteva sull'entità dell'ossidazione percepita a diversi livelli dagli astanti,Pierangelo ha esibito un vero "coup de theatre".Ha tirato fuori una monetina da 5 centesimi e l'ha immersa nel bicchiere. Poi ci ha invitati ad annusarne l'effetto. Abbiamo convenuto(realtà o suggestione?)che dopo qualche istante il livello di ossidazione pareva contrarsi e ridursi. Maggiore piacevolezza nel bicchiere, come una magia(Non erano forse gli antichi romani a mettere monete di rame nelle anfore?).
E qui è accaduto qualcosa di imponderabile che ha reso la storica bevuta indimenticabile!
Finita la magnum uno dei commensali,Marco,mosso da chissà quale oscura pulsione,da un angelo bevitore o semplicemente dalla voglia di stupire,si è dileguato. Dopo un quarto d'ora è ricomparso con altre incredibili bottiglie,comperate da un collezionista veneziano qualche tempo prima. Fra queste abbiamo scelto per continuare: Chambertin Clos-de-Beze 1959 del domaine CLAIR-DAU(che non esiste più. Il compito di continuare la tradizione di famiglia è passato nelle mani di Bruno Clair e dell'omonimo domaine) e Grands Echechaux 1964 del domaine Henry LAMARCHE. Sarà stata la perfetta conservazione dei campioni in ambiente lagunare ad alto tasso di umidità(fascino su fascino la provenienza delle bottiglie da cantine interrate nell'acqua!!) ma è capitato quello che non avrei mai creduto possibile:lo Chambertin era non solo bevibile ma incredibilmente vivo,dal colore brillante. A profumi e sapore conciati dal tempo faceva da contraltare una finezza impareggiabile:un autentico fuoriclasse. All'apice del godimento e a vetri ormai nuovamente vuoti,anche il titolare del locale ha voluto dire la sua. Per stupire l'ospite con qualcosa di nuovo,anche per un esperto e infaticabile degustatore come lui,ha pensato di stappare una bottiglia di Es 2006 di Gianfranco Fino. Dopo il fioretto del Pinot noir borgognone, una sciabola sguainata di Primitivo dal frutto vibrante e bruciante di alcol.  I 16,5° quasi perfettamente integrati nel frutto hanno riscosso successo e hanno prodotto un'ulteriore coda enoica. Infatti non è finita qui. Pierangelo ha voluto riportare la "bevuta"(che a questo punto ha assunto l'aspetto di una maratona)nell'alveo dell'austerità proponendo un bicchiere della staffa molto particolare:Valpolicella superiore 1999 di Quintarelli.
Un'ultima notazione:si son fatte le 3 e c'erano morti e feriti(se si pensa a "quanto abbiamo bevuto non c'è da meravigliarsi!)
Io non ero fra questi. Ho goduto tutto con passeggiata notturna per le vie della città dormiente in appendice.
Che meraviglia!"


ROSARIO TISO








domenica 22 febbraio 2015

Un senso successivo




La via trionfale
del desiderio
in abito rosso ,
cattura il nero ,
mentre l'effusione
diventa sovversiva.
La solita luce
illumina,
vibra,
comincia
un discorso amoroso.
Riempite di gioia l'incanto,
splendete di luce,
come il sole
costruite le luci
con le braccia,
con gli occhi,
con il cuore.
Io sogno di essere qui
tra piacere e allegria,
la lingua ,
è una sprovveduta riflessione,
che cerca
il contatto.

 Alfredo d'Ecclesia

Nello stesso tempo

Nello stesso tempo,
un virtuale creatore,
influenza
la circolazione dell'anima,
negli spazi più angusti.
Alla disinvoltura
degli slanci...
degli slanci del cuore
si frappone
un eleganza inedita.
Non credo che il tutto ,
sia stato inghiottito
dal buio,
la riuscita globale
dell'apparizione,
e il liberarsi
dai sensi parassitari,
richiama la luce.

Alfredo d'Ecclesia 




L'Amore prende forma


Porgo ascolto
alla voce del vento,
all'ardore delle onde,
al canto
degli uccelli,
ai passi sulla sabbia,
alle foglie
che cadono.
Porgo ascolto
alle azzurre altezze
all'acqua che scorre,
alle carezze degli alberi,
e senza fiatare
ondeggiando
sul prato,
guardando i tuoi occhi...
l'amore prende forma.

Alfredo d'Ecclesia